IL FALSO FEDERALISMO DI DESTRA E SINISTRA, LEGA INCLUSA

di GABRIELE COLTORTI

Le riforme costituzionali approvate nel corso degli ultimi quindici anni dal centro sinistra e dal centro destra non possono definirsi federali, quantunque vengano spacciate come tali dalla classe politica attualmente al potere. In questo intervento si cercherà di mostrare per sommi capi le principali innovazioni in tema di autonomia locale approvate dai due schieramenti.

Cominciamo dal centro sinistra. Le maggioranze parlamentari che appoggiarono i governi guidati da Romano Prodi, Massimo D’Alema e Giuliano Amato (1996-2001) si sforzarono di far fronte alla crisi del sistema politico muovendosi sostanzialmente in due direzioni. La Commissione bicamerale presieduta dall’onorevole D’Alema dal febbraio 1997 al giugno 1998 si fondava su un accordo con il centrodestra di Silvio Berlusconi per realizzare una riforma costituzionale limitatamente alla seconda parte della Carta. L’onorevole Berlusconi, dopo alcuni mesi, ruppe quell’accordo per ragioni di convenienza politica, facendo naufragare un lavoro che aveva l’ambizione di mutare in profondità la forma di Stato e di governo della Repubblica italiana.

A pochi mesi dalla fine della XIII legislatura il centro sinistra, nel disperato tentativo di recuperare consensi nel Nord Italia, approvò una riforma costituzionale che riprendeva il Titolo V della seconda parte della Costituzione messo a punto dalla commissione D’Alema: ad essere modificati erano gli articoli riguardanti le autonomie di Regioni, Province e Comuni che, nel nuovo articolo 114, venivano posti sullo stesso piano dello Stato assieme alle Città metropolitane che comparivano per la prima volta nella Carta costituzionale.  Occorre riconoscere che questa riforma, approvata dal Parlamento e confermata dagli italiani con referendum costituzionale il 7 ottobre 2001, ha introdotto nell’ordinamento repubblicano un maggiore decentramento amministrativo e un più ampio margine di autonomia per gli enti locali. Il nuovo Titolo V non istituisce tuttavia un ordinamento federale per le seguenti ragioni. In primo luogo perché la riforma, strettamente limitata alla seconda parte della Costituzione, non ha minimanente intaccato il principio dell’unitarietà dello Stato sancito nell’articolo quinto della prima parte. Il che si trova sideralmente agli antipodi del federalismo, il quale presuppone per converso una pluralità di Comunità riconosciute come enti quasi sovrani in rappresentanza dei popoli che esse rappresentano. In un vero ordinamento federale non esiste la nazione “una e indivisibile” definita nella sua dogmatica razionalità sul modello delle Carte rivoluzionarie francesi; i popoli sono invece riconosciuti in base a criteri storici ed etno-linguistici. Come ci insegnava Gianfranco Miglio il vero federalismo, lungi dal fondare l’Unità, è fatto per salvaguardare, tutelare e gestire le diverse comunità di lingua e di tradizioni presenti in un determinato territorio.

Non v’è chi non veda come una vera riforma federale dovrebbe quindi portare alla riscrittura dell’articolo quinto mediante il riconoscimento delle diverse Italie esistenti nella penisola: un’Italia padano veneta al Nord, un’Italia toscana, un’Italia centro-meridionale. Ma, a ben vedere, la modifica costituzionale dovrebbe riguardare anche l’articolo sesto in cui, in via del tutto generica, è scritto che “la Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”. Difatti, se togliamo le cinque Regioni a Statuto speciale che godono condizioni particolari di autonomia per ragioni geopolitiche, quell’articolo è rimasto in larga parte lettera morta. Il che non sorprende, se si considera che la Carta italiana non chiarisce quali siano tali minoranze. Se confrontato con l’articolo terzo della Costituzione spagnola o con l’articolo 70 della Costituzione svizzera, l’articolo sesto si dimostra palesemente inadeguato. La sua riscrittura dovrebbe basarsi sul riconoscimento dell’italiano come lingua ufficiale della Repubblica federale e sull’elencazione (con espressa tutela) delle lingue che per storia e tradizione appartengono alle diverse comunità esistenti nella penisola: le lingue romanze padane (gallo-italiche e venete), le lingue italo romanze dell’appennino centrale (toscano, marchigiano, umbro, laziale), le lingue italo romanze dell’appennino meridionale e del Sud Italia (meridionale, salentino, calabrese, siciliano), il sardo, il friulano, il romando (detto anche franco-provenzale) diffuso in alcune vallate del Piemonte e della Val d’Aosta, il ladino, il tedesco sud-tirolese, il mòcheno (presente nella valle del Fèrsina- Bersntol) e il cimbro parlato in alcune zone del Veneto e del Trentino. Una riforma autenticamente federale, sulla base del riconoscimento di tali comunità etno-linguistiche, dovrebbe consentire alle diverse popolazioni di costituirsi in Repubbliche autonome attraverso l’unione degli enti territoriali esistenti o la formazione di nuovi soggetti istituzionali. Occorre infatti ricordare che le Regioni attuali non corrispondono in alcun modo alla realtà etno-linguistica e geo-economica della penisola. Inoltre, territori ristretti e scarsamente popolati come le Marche, l’Abruzzo, l’Umbria, la Liguria, la Basilicata o il Molise non sarebbero in grado di gestire efficacemente le accresciute funzioni di uno Stato regionale provvisto di poteri incisivi all’interno di una Confederazione.

Tornando al centrosinistra, quando fu approvato il nuovo Titolo V, fu fatto credere agli italiani che quella fosse la riforma federale che tutti desideravano, destinata finalmente a mutare l’ordinamento repubblicano in base ai nuovi principi dell’autogoverno. Nulla di tutto questo è accaduto. Gran parte delle competenze in materie importanti come l’ordine pubblico e la sicurezza, l’istruzione, lo sviluppo economico, l’agricoltura, il sistema tributario, vengono esercitate in larghissima parte dallo Stato centrale, il quale – nella persona del Presidente della Repubblica – può addirittura sciogliere il consiglio di una Regione e rimuoverne il Governatore per “motivi di sicurezza nazionale” (art.126, secondo comma): un articolo in cui traspare evidente l’ampio margine discrezionale lasciato al potere centrale e, specularmente, la completa assenza di sovranità dell’ente regionale.

Ma torniamo alle false riforme federali realizzate dai partiti italiani. Nel 2001 Silvio Berlusconi vinse le elezioni politiche con un’alleanza di partiti denominata “Casa della Libertà”, composta principalmente da Forza Italia, Lega Nord, Alleanza Nazionale e i gruppi democristiani guidati da Pier Ferdinando Casini e da Rocco Buttiglione. La XIV legislatura vide all’opera due governi: il Berlusconi II (2001-2005) e il Berlusconi III (2005-2006). In questo arco temporale si lavorò effettivamente a un progetto di riforma costituzionale. Confezionato nella baita di Lorenzago dai “saggi” del centrodestra, approvato in via definitiva dal Parlamento il 16 novembre 2005, fu bocciato clamorosamente dagli italiani nel referendum costituzionale del 25/26 giugno dell’anno seguente. Per fortuna! Se fosse passato, esso avrebbe soffocato quei pochi semi di autonomia presenti nell’attuale ordinamento costituzionale.

La riforma dei “saggi” limitava infatti a tre le competenze in cui le Regioni avrebbero esercitato una legislazione esclusiva: polizia locale, sanità e scuola professionale. Lo Stato centrale, oltre a conservare le sue funzioni, sarebbe rientrato in possesso di competenze decisive come l’energia, le grandi reti di trasporto e le telecomunicazioni che la riforma del centrosinistra – tuttora vigente – vuole gestite in via concorrente con le Regioni. Non basta. La clausola dell’ ‘interesse nazionale’ avrebbe consentito allo Stato di intervenire in via amministrativa nei confronti degli enti territoriali, configurando un sistema centralistico assai vicino a quello della cosiddetta “Prima Repubblica”. Il rafforzamento del governo con l’attribuzione al premier del potere di sciogliere le camere, previsto dalla riforma senza adeguati contrappesi, avrebbe avvicinato il nostro ordinamento alla Quinta Repubblica francese, un paese come noto che non può certamente essere citato come esempio di federalismo. E’ lecito domandarsi come abbia potuto un partito come la Lega Nord accettare e addirittura condividere una riforma che, se approvata dagli italiani, avrebbe reso il Paese certamente più governabile, ma a grave scapito delle libertà locali. Misteri della cattiva politica.

Andiamo avanti. Conclusa la breve parentesi del secondo governo Prodi, il centrodestra ha vinto le elezioni nel 2008 con un programma che non presentava mutamenti significativi in materia costituzionale, salvo riprendere le riforme del 2005 già bocciate dagli italiani. Ci si è limitati – con il tacito consenso del centrosinistra – a dare attuazione all’articolo 119 della Costituzione realizzando per via legislativa un intervento, denominato subdolamente “federalismo fiscale”, teso a migliorare la gestione delle risorse finanziarie da parte degli enti locali lasciando inalterata la struttura unitaria dello Stato. Se il vero federalismo dovrebbe consentire ai maggiori enti territoriali di trattenere sul territorio una parte cospicua delle ricchezze prodotte dai cittadini, la riforma del centrodestra – muovendosi entro il solco dell’art.119 della Costituzione – non fa nulla di tutto questo. Difatti con questa riforma il livello di tassazione a carico dei cittadini viene addirittura aumentato, non foss’altro perché la parte cospicua delle imposte dirette e indirette continua ad essere gestita dallo Stato centrale. E’ significativo che il cosiddetto “federalismo fiscale” abbia confermato il principio in base al quale le imposte non sono dei territori, bensì dello Stato: è lo Stato nazionale a redistribuire dall’alto le risorse prelevate dai cittadini in base a un criterio di equità sociale tipico di un potere pubblico unitario, non federale.

Titolari di una parte significativa del potere impositivo come avviene nella Confederazione elvetica, le Comunità territoriali in un ordinamento federale avrebbero invece gli strumenti per amministrare la cosa pubblica fornendo servizi ai cittadini in un regime di piena concorrenza istituzionale. Tutto l’opposto del “federalismo fiscale” approvato dal centrodestra che, basandosi sul principio dell’unitarietà dello Stato sancito dall’articolo quinto della Costituzione, lascia al potere centrale la gestione di tutte le imposte. Agli enti locali è concessa una compartecipazione al gettito dei tributi erariali, un’addizionale alle imposte dirette o l’introduzione di nuovi tributi. Quando tale riforma entrerà a regime, il risultato non potrà che essere un aumento della tassazione, il che porterà immancabilmente a un nuovo record della pressione fiscale, ovviamente in negativo.

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19 Comments

  1. Mario Casadei says:

    Non capisco per quale motivo le Marche non sarebbero in grado, secondo l’autore dell’articolo, di gestire una regione con compiti e poteri più ampi. Vorrei ricordare che esistono territori assai più piccoli e peggio conformati (tipo le 2 province che formano la regione Trentino-Alto Adige) e per di più con meno abitanti che hanno saputo governarsi e bene. Le Marche sono secoli che sono unite in quel territorio e che vanno avanti. Non ha senso ciò che si afferma: già oggi questa regione da allo stato centrale un residuo fiscale di quasi 3 MLD di euro, ha la maggior aspettativa di vita, un sistema di istruzione ottimo, i marchigiani sono dei gran lavoratori e c’è un’industria medio-piccola diffusa (anche se messa a dura prova con la crisi). Le Marche saprebbero governarsi assai meglio di tante regioni del nord, in primis la cara Valle d’Aosta la quale, le ricordo, è assai più piccola e meno popolosa di tutte le regioni piccole che lei ha citato.

    Saluti

  2. Cantone Nordovest says:

    Non vi è Federalismo se non si lega questo concetto ai gloriosi Stati preunitari !

    Infatti Il Federalismo si sviluppo’ storicamente all’interno di una dinamica corrente fra il principio della Difesa e quello della Giustizia

    Vi è una connessione fra la materia della “difesa” e quella della “giustizia” , connessione che potremmo esprimere così : come l’esigenza di una comune difesa contro nemici esterni fu storicamente all’origine del patto federativo fra Stati territorialmente contigui , e sorse allora la Federazione , così allo stesso modo – ma specularmente – una diversa percezione sulla “giustizia” costituisce il vincolo (cioè un ostacolo) all’evoluzione del processo verso una piena fusione dentro ad un unico stato

    Dunque , almeno sul piano storico , “difesa” e “giustizia” sono i due contrappesi della bilancia dello Stato Federale

    Esplicitiamo il concetto di “giustizia” : intendo tutto un complesso di règole , usi , consuetudini , riti e costumanze che sono il frutto di un “comune sentire” di un popolo , della sua coscienza collettiva , così come si è conformata in virtù del rapporto con il territorio , in primo luogo , ed ha prodotto una certa caratteristica identita’ sociale , economica , culturale , e – infine – etnica ; identita’ che – insieme con il territorio cui è inscindibilmente legata – è differente da popolo a popolo

    La giustizia non è il corpo di leggi stabilite da un Imperatore , un re , o da un parlamento democraticamente eletto : la giustizia è la soluzione che ogni Popolo si dà intorno all’eterno problema che ruota intorno alle polarità bene/male , giusto/sbagliato

    In conclusione, la giustizia è l’espressione più autentica dell’identita’ psicologica di un popolo

    Morale : in uno stato autenticamente federale la materia “giustizia” dovrà scindersi su due livelli ; un livello Statale , che riflettera’ gli aspetti maggiormente connessi a quella che è l’identita’ di un popolo (diritto di famiglia , delle successioni , dei contratti , della proprieta’ fondiaria etc. , e inoltre gli aspetti di più rilevante impatto emotivo della repressione penale) ; e un livello Federale competente per gli aspetti meno connessi all’identita’ medesima

    Così , sul piano del diritto penale uno stesso reato , ad esempio l’omicidio , potrà essere punito più o meno severamente , secondo le diverse sensibilita’ delle singole Comunita’ statuali ; o addirittura potrà essere definito diversamente : ad esempio la soppressione del consenziente nel caso di eutanasia in alcune Comunita’ statuali potrà essere punito sotto il titolo dell’ omicidio , in altre no

    In pratica , all’Autorita’ federale residuera’ la incriminazione di tutte le condotte idonee a minare il fondamento della stessa Autorita’ , più tutta la materia del diritto penale commerciale comune (la materia commerciale , per propria intrinseca vocazione , ha sempre richiesto la maggior armonizzazione possibile , ed anche storicamente si sviluppò in modo piuttosto allineato fra le grandi aree di influenza legislativa dell’Europa)

    Un doppio binario , dunque , statale e federale , con le opportune norme di collegamento , atte a dirìmere i conflitti di competenza ; sul versante dell’organizzazione degli uffici giudiziari , vi sara’ – come negli U.S.A. – una magistratura statale e una federale , un ufficio del pubblico ministero statale e un ufficio del p.m. federale , con le rispettive norme procedurali

    Senza doppio binario in tema di giustizia non vi è federalismo , si resta nel regionalismo

  3. Koso says:

    Ma scusate, ragionate prima su quali competenze deve avere uno complesso statale (con tutti i livelli). Ora chiedetevi quanti livelli servono, per me minimo 2 massimo 3. In un vero federalismo il potere va dal basso verso l'alto. In Italia questo primo livello dovrebbe essere basato su un redisegnamento delle attuali province, e a loro va decentrato tutto quello che si può decentrare. Al secondo livello vanno delegate solo quelle funzioni che superano le capacità del primo. E al terzo livello ancora meno competenze. A me come secondo livello andrebbe bene anche l'Italia, ma se nascesse un europa confederale (3 livello) allora avrebbe senso smantellare tutti i grandi stati europei per sostituirli con degli stati regionali più piccoli nella popolazione e in dimensioni. Ed è solo una questione amministrativa, che nulla a che vedere con i nazionalismi secessionisti. Poco importa ragionare su quali saranno e con quale metodo verranno creati questi stati regionali, ma sarebbe più sensato che siano queste autorità unitarie locali (1 livello) a decidere. Se per voi l'autonomismo e il federalismo non sono questi, potete pure continuare a insultare l'Italia e la sua bandiera, e adorare le bandiere e le vostre varie padanie, ad appelarvi alla genetica, ai dialetti, e a gridare alla secessione e bla bla bla. Ma dovrete ammenttere che sarete dei nazionalisti in piccolo, e uno stato basato sul nazionalismo è un fallimento. E ricordatevi che è il grado di autonomia che ha il primo livello che conta, e poco inporta quale siano gli altri, l'importante è che esercitino i poteri che superano le capacità del primo.

    • Albert says:

      Federalismo non è nazionalismo è il contrario, è valorizzazione delle differenze culturali all'interno di un quadro giuridico tollerante e aperto.

      • Koso says:

        Meno male che la pensi come me, però molti sedicenti federalisti e autonomisti sono dei nazionalisti secessionisti. Non è compito del federalismo valorizzare o meglio tutelare le differenze, non solo culturali, l’intolleranza non la risolve il federalismo. E comunque per quanto criticabile l’attuale stato italiano, non credo che ledi in alcun modo le differenze culturali, ma lede soprattutto la democrazia, perché non è un paese federale, decentrato e rispettoso delle autonomie. Quello che un federalista dovrebbe chiedere è una riforma totale della costituzione, e trasformare l’Italia in un paese federale a 2 livelli: la Repubblica e i Comuni (basati sulle province). Ed aggiungere un articolo che, nel caso in cui nascesse un UE confederale l’Italia andrebbe divisa in un massimo di X stati regionali (una cosa del genere c’è nella costituzione del Texas). Nessuno farà questo, quindi spero che questo sito possa essere un punto di nascita per un movimento autonomista italiano che proponga queste cose, ma che non si limiti solo a questo, ovviamente.

  4. Albert says:

    L'eliminazione del principio di unità e indivisibilità è impossibile, non è legale (purtroppo).

    L'unità e indivisibilità è un "limite implicito" in relazione alle riforme costituzionali. (Purtroppo)

    • Fab says:

      Nulla e’ impossibile. E’ gia’ successo in altri stati. Dobbiamo essere noi a volerlo. Purtroppo pero’ penso che il veneto sia lo schiavo perfetto: difende il proprio stato di schiavo, trova scuse per accettarlo e dire che non e’ colpa sua, che non ci puo’ fare niente, che in fondo se lo merita, e che l’alternativa (la liberta’) non e’ auspicabile perche’ senza la guida del padrone non andrebbe lontano.

      Fabrizio

  5. Carrara says:

    Manno' che dite mai?????? guardate il bellissimo programmino di Rai 2 Quello che…Regioni (ma in verità si dedica solo alla provincia di Catania chissà come mai e alle province degli amici degli amici…) della bravissima Faverio! Che vi spiega lei il federalismo a spese del contribuente…con tante belle interviste ad albergatori amici e compiacenti o maestri di sci…o professori di federalismo…

  6. giorgio says:

    E' parte del loop per il contribuente!!

    1950 – <>.

    1970 – <>.

    1990 – <>.

    2010 – <>.

  7. A Sardigna natzione.

    Ha ragione. Non si tratta tuttavia di una dimenticanza. Le tre Italie che ho delineato sono quelle che finora non hanno ricevuto alcun tipo di riconoscimento istituzionale: mi riferisco all'Italia padana, all'Italia toscana, all'Italia centro-meridionale, quest'ultima divisa anticamente negli ex Stati centro meridionali: Stato pontificio e Regno di Napoli.

    Le cinque Regioni a Statuto speciale (la Sardegna è una di queste) godono invece di forme particolari di autonomia. Certo, in un ordinamento federale, i governi di queste Regioni, divenute Stati quasi sovrani – come d'altra parte le tre/quattro Italie citate pocanzi – sarebbero libere di decidere forme ancor più accentuate di autonomia, pienamente responsabili di fronte alle loro popolazioni.

    • Filippo83 says:

      Scusi se mi ripeto, ma il progetto di Miglio fa acqua da tutte le parti, mischiando regioni che storicamente, culturalmente, economicamente e socialmente hanno spesso ben poco in comune, ed escludendo ogni riforma delle regioni a statuto speciale.

      Riguardo al "mio" Veneto: ha poco a che spartire con Piemonte e Liguria (a Genova ci lavoro), e nemmeno molto con la Milano finanziaria o la Bologna delle Coop rosse (e non parliamo poi di storia!) Non si capiscono poi due cose: perché la Toscana debba starsene da sola mentre tutti gli altri debbano accorparsi (mi sfugge qualunque logica alla base), pure le regioni più nettamente e storicamente autonomiste come appunto il Veneto; e perché si debbano perpetrare alcuni errori del regionalismo italiano (es. la Valle d'Aosta a sé stante, o la separazione tra Veneto e Friuli).

      Uno stato padano, indipendente, sarebbe tutt'altro paio di maniche (ed includerebbe anche 2-3 regioni "speciali"): ma una macroregione padana, all'interno dell'Italia, non ha senso, se non per i nostalgici del regno napoleonico o di Cavour (ed ha ancora meno senso separandone Aosta, Trento e Friuli, zone incluse in almeno uno di questi due progetti storici).

    • sardigna natzione says:

      auguri di buon lavoro,in fondo cio’ che volete voi va nella giusta direzione.dare poteri e responsabilita’ alle varie parti di questo carrozzone chiamato italia

  8. bustianu says:

    L'itaglia è un tragico aborto partorito dalla storia, come tutti gli aborti è una entità nata morta, improduttiva e sterile perciò qualsiasi sia la forma che le si voglia dare non ne muta la sostanza per coloro i quali sono costretti a viverci al suo interno. La logica delle cose suggerisce che ognuno debba posto nella condizione di autodeterminarsi come e con chi costruire la propria convivenza civile.

  9. Filippo83 says:

    P.S. strano comunque che nel 2006 sia i "sì" che i "no" abbiano tutti votato l'esatto contrario del proprio interesse e del proprio credo politico, col Lombardo-veneto anti-localista, ed il resto d'Italia anti-centralista; che forse è anche vero, ma solo in parte.

    Sappiamo poi che il federalismo fiscale è tutto fuor ché federale, ma si limita a ripianare le storture nella distribuzione dei fondi pubblici in Italia. Quanto all'aumento delle imposte, esso avverrebbe sperabilmente nelle zone che vivono al di sopra delle proprie possibilità, sia del Nord che del Sud, come è giusto che sia (altre zone vedrebbero i propri fondi anche raddoppiati, perché dunque dovrebbero aumentarle?) Insomma, piuttosto che niente, meglio "piuttosto".

  10. Filippo83 says:

    Non è un gran progetto nemmeno quello di Miglio, qui ripreso con ben poco spirito critico. Come si fa a fare un pout pourri di tutte le regioni del Nord da una parte, e di tutte quelle del Sud dall'altra, praticamente sul modello dei due regni napoleonici? Perché la Toscana deve essere autonoma, e il Veneto no? Perché poi escludere dalla riforma le regioni a statuto speciale (vedi sempre Miglio)? E tante altre questioni "locali" irrisolte o trattate con superficialità.

    Sarebbe meglio se si citasse, invece, il progetto della Fondazione Agnelli (primi anni '90) per ridisegnare l'Italia sulla base di una dozzina di regioni, in grado di autosostenersi, e quindi di trasformarsi in un sistema federale (simile a quello tedesco, oserei dire).

  11. curatola says:

    solo equilibrando il centralismo nazionale,l'europeismo e l'autonomismo regionale si realizza un buon federalismo che non sia preda dei provincialismi e dei centralismi. Non esiste una sola ricetta ma si deve partire da un'europa federale non antinazionalista ma postnazionalista e che riparta da provincia e macroregione assorbendo i comuni e allargando le regioni.20 macroregioni da 20 milioni di persone ciascuna. ecc. ecc.

  12. sardigna natzione says:

    si e' dimenticato della sardegna:essa non e' italiana ne storicamente ne linguisticamente ne geneticamente(si veda" storia e geografia dei geni umani" di piazza e cavalli-sforza.non ci mischiate agli italiani,tanto meno ai meridionali

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