Il dramma botanico di Roma post Spelacchio

spelacchiodi MARCELLO RICCI – Un abete rosso alto oltre 20 metri dalla Val di Fiemme è giunto a Roma per il Natale. Posizionato nel mezzo di piazza Venezia ha subito iniziato a spogliarsi dei caratteristici aghi assumendo un aspetto spettrale, mal dissimulato da decori e luminarie, tanto da essere nomato SPELACCHIO.

L’immagine è stata diffusa nel mondo tanto da divenire virale ambasciatrice della vanagloria e miserie italiote.
 Non è la prima volta che il legno si sia trasformato in personaggio. accadde con il Pinocchio del Collodi che, ancora attualmente, tanto riscontro ha trovato e trova in politica.
Spelacchio ha deciso di emularlo.
 Merita attenzione l’innaturale rapido decadimento e può essere spiegato in vari modi.
 Per Spelacchio, albero-personaggio, non si deve disturbare la botanica, ma concentrarsi sull’esoterico significato della vicenda e stabilire se la sua veloce fine sia da attribuire ai veleni romani o un’autodistruzione decisa e sofferta per essere stato espiantato dalla Padania e portato a Roma, vituperio delle genti.
Come a Masada gli assediati decisero di suicidarsi per non cadere in mano dei romani guidati da Lucio Mario Silva, il povero abete avulso dalla sua terra padana, privato dal Sole delle Alpi, per la gioia e il giubilo di chi non merita, oppure se i miasmi di una Roma politica fatta di intrighi e malaffare abbiano causato la fine del nobile abete.
 Ai posteri il dilemma e l’ardua sentenza.
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One Comment

  1. Mario Casadei says:

    Per tutti gli altri organismi viventi, escluso l’uomo, non esistono i confini. Esistono ecosistemi, ambienti e gradienti ecologici da rispettare. La Padania lasciala alle connessioni neurali umane. Gli alberi e la natura ne sono, fortunatamente, fuori.

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