Il declino italiano: il “Bignami degli ultimi 50 anni”

di GIUSEPPE ISIDORO VIO

Gli anni ’60 sono stati quelli del boom economico italiano. Allora, ancora non esisteva lo Statuto dei Lavoratori ma alcune conquiste (lavoro minorile, durata della giornata lavorativa, diritti di associazione sindacali e di sciopero, normative antinfortunistiche e assicurative, divieto di mediazione del lavoro) già limitavano l’imprenditoria italiana che non godeva certo della disinvoltura con cui gli attuali imprenditori cinesi o indiani gestiscono i propri lavoratori dipendenti sia sul piano dei loro diritti, sia su quello salariale. Tuttavia, grazie alla disponibilità di lavoro che si ebbe con l’introduzione delle macchine in agricoltura, gli imprenditori del triangolo industriale Milano-Torino-Genova trasformarono l’Italia, da paese sostanzialmente rurale qual era, in un paese industriale e masse di contadini, soprattutto provenienti dal sud, in masse operaie dell’industria e dell’edilizia.

Queste ultime non erano tutelate come ora, ma gli stipendi erano buoni per cui prese il via un ciclo virtuoso di consumi e produzione che ben presto riempì le casse statali, rendendo possibile l’apparizione, assieme a quella dell’operaio, di una nuova figura di lavoratore, quella dell’impiegato di concetto, che fu prevalentemente assorbito nell’apparato burocratico statale, specie nel centro-sud dove, nonostante la produzione industriale italiana fosse rivolta quasi interamente al mercato nazionale, le mafie e la mancanza di tradizione e infrastrutture impedì il fiorire di una libera e diffusa imprenditoria industriale.

Verso la fine del decennio, invece, la crescita economica complessiva favorì lo sviluppo della piccola e media impresa manifatturiera del Nord-Est ma anche dell’Emilia-Romagna, Marche e Toscana. Contemporaneamente i socialisti nei governi di centro-sinistra si fecero promotori di una serie di riforme, molte delle quali sacrosante, come le norme sulla tutela delle donne lavoratrici e l’istituzione della pensione sociale. Altre riforme, invece, oggi mostrano tutti i loro limiti, costituendo un’eredità scomoda e pesante (introduzione della pensione di anzianità, abolizione delle gabbie salariali e soprattutto il passaggio, nella previdenza obbligatoria, dalle pensioni “a capitalizzazione” a quelle “a ripartizione” e la conseguente introduzione integrale del calcolo retributivo per i dipendenti al posto di quello contributivo).

Gli autunni caldi iniziati nel 1969 portarono poi nel maggio 1970 all’introduzione dello Statuto dei Lavoratori e con esso dell’art. 18 che disciplina l’obbligo di reintegrazione sul posto di lavoro su richiesta del lavoratore stesso, un’anomalia tipicamente italiana che, assieme alle baby pensioni inaugurate nel 1973 dal governo Rumor, non ha avuto uguali nei paesi occidentali. Le rivendicazioni dei lavoratori, l’occupazione delle fabbriche e le lotte sindacali con la crisi energetica del 1973, causata dalla riduzione nelle forniture di petrolio dei paesi produttori arabi, diedero però il via in Italia a una vera e propria crisi economica. Il boom economico era finito e iniziò un ciclo vizioso che portò a cali di mercato, ripiegamenti produttivi, fallimenti delle aziende cui i lavoratori reagirono con richiesta di nuove tutele statali e un inasprimento delle lotte sociali marchiate dal terrorismo delle Brigate Rosse.

Negli anni ’70 il sistema industriale italiano aveva il controllo quasi completo del mercato interno. La competizione interna aveva portato all’affermazione di monopoli nei settori automobilistico, chimico, cantieristico e siderurgico quali FIAT, ENIMontedison, Fincantieri e Italsider (ora Ilva) e la globalizzazione dei mercati era un’ipotesi lontana. Tuttavia gli imprenditori più visionari già intravvedevano nell’ingerenza dei sindacati e nelle eccessive tutele dei lavoratori in materia di licenziamento delle pesanti limitazioni alla capacità produttiva (a tutto vantaggio di competitori stranieri) con effetti negativi sulle esportazioni.

La decade degli ’80 fu invece caratterizzata dall’apertura dei mercati europei e dalla terziarizzazione dell’economia italiana, con lo sviluppo dei servizi bancari, assicurativi, commerciali, finanziari e della comunicazione. Gli italiani cominciano a disdegnare le Fiat a favore di WV Golf, Audi, Volvo e Peugeot e a consultare la pagina finanziaria dei quotidiani dove i fondi d’investimento facevano la loro apparizione. Nel 1987 la Repubblica lancia un gioco a premi: si chiama Portfolio, ed è in pratica una lotteria che si basa sulla Borsa. I lettori sono quindi invogliati a comprare il giornale tutti i giorni per controllare i valori delle azioni. Sono gli anni degli yuppies e dei paninari, l’economia sembra esser ripartita, le aziende italiane reggono il confronto con quelle europee e i nostri prodotti guadagnano quote nei mercati europei, ma sono anche gli anni in cui i cattivi semi lasciati sul terreno dell’economia italiana nei precedenti decenni (sistema previdenziale squilibrato, ipertrofia dell’apparato statale, mercato del lavoro ingessato) cominciano a produrre le loro tossine e come un fiume carsico sotterraneo, l’indebitamento pubblico inizia a erodere le basi economiche dell’Italia.

Questo fiume esce allo scoperto all’inizio degli anni ’90 quando lo scandalo di tangentopoli (Mani Pulite), che decreterà in Italia la fine della 1° Repubblica, mostra chiaramente quanto ad alimentarlo fosse stata anche la corruzione politica oltre che gli squilibri del sistema pensionistico al quale, in successione, cercheranno di porre rimedio le riforme dei governi Amato, Dini e Prodi. In questi anni fa il suo ingresso nella scena politica italiana la Lega Nord, un movimento di rivolta fiscale nordista che chiede il federalismo come cura ai mali del centralismo romano e agli sprechi nel meridione. Questa decade vede nel mondo la fine della Guerra fredda, ma anche le sanguinose guerre etniche balcaniche che produrranno in Italia i primi fenomeni immigratori dall’Europa Orientale. Ha inizio, seppure blandamente, la globalizzazione dei mercati con l’apparizione in Europa del Giappone inizialmente, poi delle quattro tigri asiatiche (Taiwan, Corea del Sud, Singapore, Hong Kong) e in fine decade della Cina. Inoltre con la deregulation viene tolta la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento dando inizio al prevalere della finanza sull’economia reale.

A questo punto della storia, però, non è ancora chiaro a tutti che in Italia la pacchia è finita, sebbene molti piccoli e medi imprenditori già inizino a lamentarsi della concorrenza cinese. I sacrifici momentanei imposti da Prodi all’inizio del millennio per entrare nell’Eurozona si riveleranno illusori e inutili poiché non accompagnati da profonde riforme che estirpino alla radice le cause dell’indebitamento pubblico, ossia una spesa pubblica che non ha eguali al mondo e che non si riesce ad arginare, accompagnata da una crescita economica irrisoria nell’ultima decade, segno di una sostanziale resa dell’imprenditoria italiana, sempre più molle e curva alle esigenze del sindacato e maciullata dalla concorrenza internazionale, soprattutto dei paesi emergenti come Cina e India dove non esistono diritti e tutele per i lavoratori e i cui salari sono irrisori. Il fallimento della politica, consumatasi nella diatriba anti e pro il berlusconismo, ha infine prodotto un’Italia paralizzata, in preda all’immobilismo delle corporazioni e dei sindacati, con la democrazia consegnata nelle mani del governo tecnico di Monti e un’imprenditoria priva di competitività.

Print Friendly, PDF & Email

Related Posts

12 Comments

  1. Luciano Aguzzi says:

    L’articolo mi sembra una buona sintesi storica in efficace linguaggio giornalistico.
    Però, premesso tutto e arrivati alla situazione attuale, il difficile è individuare quelle riforme che possano essere insieme abbastanza radicali da cambiare la situazione e abbastanza moderate da essere accettate dalla maggioranza e potere così seguire e concludere il necessario percorso legislativo.
    Praticamente, il problema è insolubile, tanta è la differenza di posizioni fra i vari partiti e anche, dentro e fuori dei partiti, fra le varie correnti politiche e culturali.

    Vorrei qui soltanto toccare, fra i tanti, un argomento dell’articolo, quello del peso dei sindacati, oggi davvero ridotti a macchine frenanti e conservatrici, chiusi in difesa delle categorie forti a danno di tutti i lavoratori, o aspiranti lavoratori, che si trovano in situazioni meno protette e più precarie o sono disoccupati.

    Fra le diverse riforma che sarebbero necessarie e in teoria anche possibili, secondo me si potrebbe iniziare da queste due:
    1) Applicare la Costituzione, oggi largamente inevasa per ciò che riguarda lo status giuridico e quindi anche operativo dei sindacati. L’art. 39 della Costituzione recita:
    «L’organizzazione sindacale è libera.
    «Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.
    «È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.
    «I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce».

    Ebbene, le «norme di legge» previste dal secondo comma praticamente non ci sono ancora, nessuno controlla se i sindacati hanno o no «un ordinamento interno a base democratica» (che infatti esiste solo formalmente, non di fatto, e la vita interna dei sindacati, compreso il loro bilancio, manca di trasparenza. Ancora oggi la loro classe dirigente dipende in gran parte dalla volontà dei partiti ecc. ecc.

    2) La seconda riforma che suggerisco riguarda l’applicazione di un aspetto di quanto è previsto nell’ultimo comma sopra citato, e cioè che i sindacati hanno il potere di «stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce».
    Questa norma costituzionale si potrebbe attenuare – a mio parere anche con legge ordinaria senza necessità di un’apposita legge costituzionale – intendendo che i contratti collettivi di lavoro valgono obbligatoriamente per tutti gli appartenenti alla categoria per la quale è stipulato il contratto, ma solo se i singoli dipendenti non optano per un contratto individualizzato da stipulare con l’azienda.
    In sostanza, voglio dire che la norma resterebbe valida per tutti quelli che non hanno stipulato un contratto personalizzato.
    In questo modo, con la possibilità di stipulare contratti individualizzati che facciano eccezione rispetto al contratto collettivo di categoria, i dipendenti e i datori di lavoro recupererebbero una certa libertà contrattuale che renderebbe più elastici i rapporti di lavoro. Inoltre sarebbero meglio garantiti i diritti individuali, perché è assurdo che un dipendente o un datore di lavoro non si possano mettere d’accordo e fare un contratto personalizzato diverso da quello collettivo.
    Luciano Aguzzi

  2. Marco fali says:

    In questo articolo la cosa più interessante è l’intervento dell’utente a nome: “Max”.
    Molto interessante che indichi l’autore come Veneto e molto interessante che critichi pesantemente il Veneto (senza peraltro spiegarsi).
    Si deduce che il sig. Max non è veneto e si deduce pure che non è un imprenditore o lavoratore autonomo.
    Sarei molto curioso di sapere di dove è e di quale lavoro vive.
    Potremmo così ragionare meglio sia del residuo fiscale attivo del Veneto (20 miliardi sottratti ogni anno al Veneto dallo Stato italiano e spesi non si sa dove) sia del peso della macchina dello Stato italiano che sta facendo affondare tutti.
    Quanto allo articolo diciamo che lascia a desiderare.

  3. anthony says:

    Ottima sintetica analisi, descrive molto bene la storia e lo sviluppo economico e il suo declino totale…… di una citta’ della Toscana che ho conosciuto bene da ragazzo, Pratkong.

    Consiglio all’autore dell’articolo di di scrivere un articolo collegato a questo incentrato propio sullo sviluppo e declino di Pratkong da fine anni 60 ad ora.

    Saro’ lieto di dare ulteriori info, Chieda alla redazione la mia mail.

    Il caso Pratkong e’ un caso specifico di una provincia Italiana che si sposa benissimo con la sintesi da lei proposta, riguardo all’Italia nel suo complesso.

  4. Johann G. says:

    Perchè non copiamo il sistema Svizzero sia per la legislazione del lavoro che per il sistema fiscale.
    In Italia sarebbe però accettato ?
    Per esempio:
    In materia di rapporti di lavoro, in Svizzera, gli stipendi sono assai alti anche perchè il peso della tassazione è basso, inoltre sia i lavoratori che i datori di lavoro sono essenzialmente liberi di licenziarsi o licenziare, nell’ambito di quello che hanno concordato nel contratto di lavoro.
    IL SISTEMA SVIZZERO DI CONDIZIONI RETRIBUTIVE SAREBBE ACCETTATO IN ITALIA ?
    IN ITALIA ABBIAMO UNA TASSAZIONE FISCALE ESORBITANTE CHE PENALIZZA TUTTI, LAVORATORI E IMPRESE.
    PERCHE’ NON ADOTTARE ALLORA IL MODELLO SVIZZERO ?
    IN SVIZZERA L’ALIQUOTA MASSIMA DELLE IMPOSTE DIRETTE E INDIRETTE SONO FISSATE IN COSTITUZIONE AL 11,5% E AL 6,5% 8art 128 e 130 della Costituzione Federale Svizzera)
    IL SISTEMA SVIZZERO DI TASSAZIONE SAREBBE ACCETTATO IN ITALIA ?

  5. andrew says:

    Sarà anche vero quello che dici mio caro max, ma tali paesi non hanno uno stato inefficiente e sprecone come il nostro. Non hanno una NON garanzia in termini di tempi ragionevoli della giustizia, e non hanno un’atarassia diffusa in un sud dove tutti ambiscono al posto statale e di un nord alla continua ricerca dell’evasione oltre confine.
    Tali paesi hanno innescato riforme del mondo del lavoro, pur mantenendo fenomeni di garanzia e tutela dei lavoratori, hanno innescato procedimenti di liberalizzazione del mercato (cosa da noi impossibile proprio grazie ai soliti noti sindacati e politici collusi e corrotti).

    Poi per quanto riguarda svezia e finlandia… direi che è cosa assai semplice organizzare uno stato di 4 gatti, altra cosa è organizzare oltre 60 milioni di persone con profonde identità culturali differenti.

  6. Giulio says:

    Riferendomi ai due commenti qui sopra, forse sarebbe meglio che ognuno si prenda le sue colpe o meriti.
    Dire che i sindacati sono innocenti e senza colpa mi pare una bella esagerazione. Nei fatti l’attuale situazione dell’Italia è merito indiscutibile degli industriali, dei sindacati, dei politici, dei demagoghi e del mondo della finanza di destra, di centro e di sinistra (vedi MPS).
    Si deve pure aggiungere che, mentre cinquanta anni fa i dipendenti pubblici, nella loro maggioranza, consideravano il loro lavoro come una missione svolta per il bene della comunità, oggi certi di questi dipendenti considerano il posto come una sinecura o un canonicato e questo dall’alto in basso della scala sociale.
    Giulio

  7. Girog says:

    Un’augurio a Vio di diventare un’operaio alla maniera cinese che sostiene!Nessun fottuto diritto,nessuna fottuta tutela,o sicurezza,se ti fai male cazzi tuoi,e se sgharri per ogni piccola cosa LICENZIAMENTO SUBITO senza se e senza ma e in strada ad elemosinare!

  8. aSD says:

    “Abolizione dello sfruttamento minorile,diminuizione delle ore di lavoro,introuzione di una minima sicurezza nel lavoro” ecc,secondo quest’articolo sarebbero elementi negativi che hanno limitato la nostra economia e sono alla base della crisi:ma in che pianeta vivi,in quello di Mario Monti,che ha le tue stesse idee!Nostalgici di un tempo fu,quando i bambini che devono essere mantenuti oggi giorno dall’impresa nota come famiglia senza dare niente,al tempo invece lavoravano e se rompevano gli si dava una lezione,come nella gloriosa Inghilterra descritta dal sovversivo Dickens,che Vio rimpiangerà,quando vi era la gloriosa schiavitù,abolita dai pacifinti come Lincoln,e il padrone poteva fare tutto quello che voleva con l’impunità.O come la Cina,tanto amata da Vio,dove i lavoratori vivono sotto ricatto di partito e aziende respirando merda e iumi tossici,e morendo spesso per esse senza alcun diritto,o in Bangladesh,oppure nelle fabbriche della Ig Farben in Germania,dove la produttività andava a manetta negli anni 40,stupidi diritti lavorativi non c’erano lì,paradiso della crescita e della produttività,la Ford,la Standard Oil e tante aziende facevano tanti profitti con lavoro estremamente competitivo che se la doveva vedere però con la Russia,anche lì lavoro estremamemnte compertitivo,nessuna patetica protesta di lavoratori,Siberia,il paradiso in terra della crescita e della produttività che si rispetti!Immagino quanti con una lacrima al viso rimpiangano quei momenti,Kamenev,Eichmann che assicuravano l’ordine e la disciplina di fabbrica,oppure la tratta dei lavoratori africani di qualche secolo prima,che assicurò benessere e civiltà…Però sono finiti i tempi dei lager,dei gulag e stanno finendo i laogai (dove si produce in maniera competitiva e produttiva per le multinazionali ND)che Vio ama e vorebbe esportare in Italia,quindi si aggiorni un pò…

  9. max says:

    Ci vuole una certa faccia di bronzo, per scrivere tante cazzate in un colpo solo.Non so che lavoro faccia,ma inoltre se lei è anche veneto,le scemenze che ha scritto sono doppie,proprio voi che di regole non ne avete rispettata una ne più ne meno come il sud,infatti siete definiti i terroni del nord.
    Lei in soldoni sostiene che il male dell’operosità,dell’onesta degli imprenditori italiani sono i dipendenti,i sindacati,le tutele legali che regolano il lavoro nel suo insieme,le pensioni di anzianità.
    Se avessi il suo numero di telefono o la sua mail per darle del deficiente in diretta,perché leggere queste sue affermazioni mi lasciano di stucco,e confermano che uno come lei NON HA Lavorato un giorno solo nelle sua penosa e triste vita.
    La concorrenza cinese si combatte solo con i licenziamenti,bassi salari ecc,le ricordo che gli stipendi degli italiani elargiti dai suoi amici imprenditori nonostante i sindacati,i cattivoni dei dipendenti sono i più bassi d’europa,ma gli imprenditori italiani sono i più grandi evasori del mondo.Ok, andiamo a vedere chi sono i Paesi giudicati dal World Economic Forum come i più competitivi al mondo nel 2011:

    Primo posto: Svizzera

    Terzo posto: Svezia

    Quarto posto: Finlandia

    Sesto posto: Germania
    questi sono i paesi al mondo con il mercato del lavoro più rigido che esista,si faccia un bagno al ponte di rialto.Di più invece di menarla ai lavoratori inviti i suoi amici a rientrare a fare impresa in italia invece di stare in romania 15000 imprese,in cina 30000,si vergogni.

    • Maialo Italiano says:

      Max faccia un piacere a se stesso, apra un libro di economia, le consiglio questo http://www.usemlab.com/index.php?option=com_content&view=article&id=798:a-scuola-di-economia&catid=35:libri&Itemid=62, se lo legga tutto e scoprirà che il mondo non gira come pensa lei e il 99% degli italioti.

      E comunque se l’ autore non ha lavorato mai un giorno in vita sua, di sicuro lei non ha mai provato a fare impresa in Italia, ci provi e auguri!

    • Giacomo says:

      Gli stipendi netti sono tra i più bassi, quelli lordi niente affatto. Il delta tra costo aziendale e netto è arraffato dallo stato unitario rapinatore itaglione. Lo stesso che arraffa il 67% degli utili delle aziende per poter continuare con la sua sagace politica di compravendita del consenso clientelare, tanto cara al nostro Max. In Svizzera, visto che lei ha citato quello straordinario paese, la tassazione sugli utili aziendali è del 33%. La tassazione sui salari è la metà della nostra. Comincia a cogliere le ragioni per cui gli imprenditori del nord delocalizzano? Le si apre uno squarcetto in quel capino ricolmo di certezze granitiche?

    • Aquele Abraço says:

      Due sono le possibilità per invertire il declino:
      o tu e i tuoi amici sindacalisti fate voi gli imprenditori, visto che ve ne intendete di lavoro (e in questo caso vi auguro buona fortuna) o ci pensa lo Stato a dare un lavoro a tutti, ma ovviamente in questo caso ci ritroveremo tutti a lavorare a testa bassa nei campi e nelle fabbriche come nell’ex-Unione Sovietica o nella Corea del Nord (ma è questo che ti auguri?).

Leave a Comment