Il debito pubblico nasce con la pontificata unità d’Italia

di MARCELLO RICCIfatta-itlaia

“Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è arrivato all’Altare della Patria per le celebrazioni del 154esimo anniversario dell’Unità dell’Italia. Con lui il presidente del Senato, Pietro Grasso e la presidente della Camera, Laura Boldrini.” Questo il testo d’agenzia.
Riflessioni sull’evento. Una fusione politica per interessi speculativi mai riuscita, perché impossibile. Massimo d’Azeglio con la storica frase:” Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani” mise a fuoco la situazione.
La frase certifica che si stava confezionando un impossibile polpettone di popoli tra loro incompatibili e lo stesso Massimo d’Azeglio scrisse nel suo epistolario: “In tutti i modi la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”.

Nel marzo 1861, il piccolo Regno di Sardegna si trasformò in Regno d’Italia mentre la gente del Sud piangeva per le stragi fatte dal generale sabaudo Cialdini sull’inerme popolazione civile di Capua, con l’approvazione e l’elogio di Camillo Benso di Cavour. Interessante l’opinione di Prospero Taparelli D’Azeglio. Pensatore cattolico, fratello di Massimo che immediatamente, sulle pagine della Civiltà Cattolica, espresse la sua disapprovazione per lo sviluppo che ebbe il Risorgimento italiano. Manu militari furono invasi i piccoli e i grandi Stati della penisola.
La sparuta minoranza di “patrioti” guidata dal sanguinario Garibaldi, con l’appoggio internazionale ricevuto, per motivi diversi ed opposti, dall’Impero francese e della Gran Bretagna, riuscì nell’impresa. Augusto del Noce ha definito il Risorgimento italiano “un capitolo dell’imperialismo britannico”. Uno Stato nato con un colpo di mano antidemocratico è restato tale come il corso politico attuale conferma.
Il Regno di Sardegna, unificata l’Italia, portò in “dote” il suo spaventoso debito pubblico accumulato con le “guerre d’Indipendenza”. Che è cambiato? Il debito pubblico nasce dal processo unitario.
In nome del principio “libera Chiesa in libero Stato”, il Regno di Sardegna abolì 335 case religiose scacciando coloro che vi abitavano: 5.489 persone. Con un solo scopo: incamerare soldi e proprietà per sostenere le “guerre d’indipendenza”, come giustificazione per la confisca dei beni ecclesiastici.

In merito il conte Clemente Solaro della Margarita, sollevò un’obiezione che pesa come un macigno sul Risorgimento italiano: in base a quale diritto lo Stato requisiva i beni di cittadini, tra l’altro dediti ad attività caritative? In altri termini: la violazione del diritto di proprietà è una deriva autoritaria dello statalismo, dei governi liberali dell’Ottocento e proseguita nel XX e XXI secolo.

Ci provò Mussolini, con molteplici iniziative, tutte senza concreti risultati. Considerati tutti i fallimenti , considerato che : “errare humanum est, perseverare autem diabolicum” non sarebbe il caso di programmare la destrutturazione di questo polpettone di popoli per restituire loro dignità e libertà?
C’è poco da celebrare, c’è molto da pensare come meglio uscire da un bordello politico e sociale che dura da oltre 154 anni.
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One Comment

  1. Maloenton says:

    Basterebbe fare un colpo di stato…ma adesso è tardi. a Milano ci sono ancora milanesi ? e a Torino ? La realta’ è che non siamo piu’ nel 1800 o ai tempi del libro cuore…ma se ci state a combattere contro i soldati italiani per far rinascere il Regno delle Due Sicilie ci sto’ !

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