Il cuore è uno zingaro? Allora paghi il campeggio

di GILBERTO ONETO –   Gli zingari entrano nella storia documentata in un libro del poeta persiano Firdusi del 1011 e il loro ingresso è da subito di quelli che alimentano le leggende (e non solo le leggende) metropolitane. Vi si racconta infatti che un consistente gruppo di Luli (o Luri), provenienti dall’India centrale o centro-settentrionale, sarebbe stato chiamato alla corte del re persiano Baharam Guru con la funzione di musici e di giocolieri. Costoro avrebbero però dissipato le fortune guadagnate (e anche quelle altrui) in forma così dissennata da essere cacciati dal paese e condannati al “nomadismo perpetuo”.

 

Dalla Persia un primo gruppo avrebbe fatto un lungo giro attraverso l’Asia centrale, fino ad approdare in Siria e poi in Egitto. Un altro gruppo si sarebbe invece diretto verso l’Impero bizantino e l’Occidente. Le loro prime segnalazioni europee risalgono al 1322 (a Creta) e al 1370, in Valacchia, con il nome di Atsingàni. Numerosi
gruppi di nomadi – registrati come
Cingànije – sono segnalati alla fine del XIV
secolo nella penisola balcanica e in Grecia.
Nel 1419 essi compaiono in Germania
esibendo lettere di protezione firmate dall’imperatore
Sigismondo, re di Boemia
(da qui deriva anche il nome di Bohemiens,
attribuito agli zingari in alcuni
paesi). Si tratta di una sorta di passaporto
che permette loro di attraversare tranquillamente
(si fa per dire) le permeabilissime
frontiere del tempo. Non si conosce il
motivo per cui l’imperatore le abbia concesse
e neppure se lo abbia veramente
fatto. La loro avanzata verso Occidente è
rapidissima: il 18 luglio del 1422 le Cronache
di Bologna segnalano il passaggio
in città di una pittoresca carovana di
“200 indiani” diretti a Roma e guidati da
un sedicente duca Andrea del Piccolo
Egitto. Il pellegrinaggio avrebbe avuto
per scopo l’espiazione del peccato di
temporanea conversione all’Islam, commesso
per convenienza sotto la dominazione
turca. In realtà si sarebbe trattato
di un peccato ben più grave se si vuole
dare ascolto alla memoria popolare dei
popoli slavi che hanno sempre accusato
gli zingari di essere i più fidi (o infidi)
alleati degli oppressori.
Nel 1430 gli stessi Zengani compaiono a
Fermo esibendo bolle papali che esortano
gli Stati cristiani a lasciarli liberamente
transitare senza richiedere loro tasse o
pedaggi: di questi documenti non c’è però
traccia negli Archivi vaticani, sicuramente
più scrupolosamente gestiti e meglio conservati
di quelli imperiali.
Equipaggiata con queste discutibili autorizzazioni,
una consistente carovana di
Gitani si presenta nell’agosto del 1427 a
Parigi: la loro presenza desta dapprima
solo curiosità ma dopo tre settimane vengono
cacciati a furor di popolo per le loro
“attività di latrocinio, mendicità e chiromanzia”.
Da qui, gruppi si dirigono perso
la penisola iberica, altri verso l’Inghilterra
(dove vengono dapprima accolti con benevolenza
perché scambiati con i Tinkers,
una tribù nomade gaelica), la Scandinavia
e la Russia, dove compaiono per la prima
volta nel 1501. Ai primi gruppi si aggiungono
periodicamente altri gruppi provenienti
principalmente dalla Moldavia dove
ci sono gli stanziamenti più numerosi.
Per secoli piccole carovane di zingari percorrono
l’Europa, tollerate grazie alle autorevoli
patenti di cui dicono di disporre,
per la loro scarsa incidenza numerica e
per una serie di piccoli benefici che la loro
presenza porta alla società agricola del
tempo, caratterizzata da una diffusa autarchia
economica.
Fino a gran parte dell’Ottocento l’intera
Europa è infatti un paese di piccoli e medi
villaggi contadini che producono localmente
la quasi totalità dei beni e dei
servizi, e la grande economia di scambio
si sviluppa solo nelle maggiori città e da
qui si irradia con lentezza sul territorio. La
presenza di gruppi di nomadi che si spostano
con tempi che possono anche essere
ritenuti all’epoca piuttosto rapidi, consente
la veicolazione di notizie e di merci, ma
soprattutto di alcune funzioni specialistiche
che travalicano le limitate possibilità
delle comunità rurali. Gli zingari sono
allevatori e commercianti di cavalli, sono
abili calderai e lavoratori del metallo, intrecciatori
di vimini, ma sono soprattutto
giocolieri e saltimbanchi.

In un mondo in
cui erano rare le occasioni di divertimenti
diversi da quelli tradizionali, l’arrivo di
una carovana di zingari costituiva un
bagno nel “mondo dello spettacolo”, un
tuffo nell’esotismo, nel “diverso”, che costituiva
un importante diversivo e un
contributo culturale alla vita delle piccole
comunità contadine. Per tutte queste ragioni
(oltre che per il loro numero limitato)
venivano fino a un certo punto tollerate
certe attività meno commendevoli verso
cui gli zingari hanno sempre avuto una
certa vocazione: il piccolo furto, il mendicare,
il gioco d’azzardo, le piccole truffe.
Ogni tanto, quando la misura sembrava
essere colma, contro di essi venivano
emanati decreti di espulsione (nel 1506
vengono cacciati dal Ducato di Milano
con l’accusa di essere portatori di peste a
causa delle loro peculiari abitudini igieniche)
o si lasciava libero sfogo alle reazioni
degli abitanti. Ma si trattava pur sempre
di episodi limitati nel numero e nelle
conseguenze.
I veri problemi di convivenza sono nati
più di recente per due ragioni principali.
La prima riguarda i grandi cambiamenti
sociali che hanno interessato tutte le società
occidentali, che hanno resa obsoleta

 

alle regole violate della Costituzione
ogni attività economica “pulita” esercitata
dai nomadi: non servono più calderai o
allevatori di cavalli, ma soprattutto – nell’era
del cinema, della televisione e del
divertimento facilmente accessibile – non
servono più i saltimbanchi, i giocolieri, i
mangiatori di fuoco, gli addestratori di
orsi, e comincia a non servire più neppure
la loro moderna conversione in giostrai. A
questo si aggiunge lo spropositato aumento
del loro numero: prima la fine
dell’Impero turco e poi la caduta della
Cortina di ferro hanno “liberato” gruppi
sempre più numerosi ed esigenti di zingari
che si sono spostati verso i Paesi ritenuti
più aperti e “ospitali”.

 

Il risultato è stato
un loro sempre più generalizzato ricorso a
mezzi di sussistenza illegali; alla più tradizionale
affezione al piccolo furto e all’accattonaggio
si sono aggiunte attività
più “evolute”, quali la rapina, l’estorsione,
l’usura, il furto nelle abitazioni. Se in
passato i nomadi avevano costituito un
problema marginale, spesso dalle connotazioni
quasi folcloristiche, oggi sono un
pressante problema sociale, una primaria
preoccupazione di ordine pubblico che va
affrontata e risolta con mezzi diversi da
quelli del passato. In una società come
quella post-moderna c’è ampio e vitale
spazio per la mobilità ma non c’è più
alcuna ragione per il nomadismo.

 

La Costituzione
giustamente garantisce il diritto
a muoversi in totale libertà ma questo
riguarda chi si sposta per lavoro, per
interessi personali o per ricreazione, e in
ogni caso non può prescindere dai doveri
che si hanno nei confronti della collettività:
primo fra tutti quelli di contribuire al
benessere comune e di non gravare sul
lavoro altrui, e poi quelli di rispettare le
leggi, e le buone norme di convivenza
civile e igienica.
Se qualcuno – dopo avere dimostrato
di aver pagato le tasse
e di essere in regola con tutti gli
adempimenti nei confronti della
collettività – vuole vivere in
una roulotte, fare l’eterno campeggiatore
e trascorrere la sua
vita viaggiando, deve essere liberissimo
di farlo: frequenti i
campeggi e le aree di sosta per
camper, paghi quel che deve
pagare, rispetti le regole e siamo
tutti felici per lui (e anche
un po’ invidiosi). Ma nessuno
deve pretendere di avere gli
spazi di sosta gratis, di avere
acqua, luce e servizi pagati,
nessuno può lasciare il suo ruffo
dove gli pare, e soprattutto
nessuno può sistematicamente
vivere fuori dalla legge, magari
pretendendo che la destrezza
di mano, il lamento, la continua richiesta
di bakscisc, il coltello e la violenza siano
considerate manifestazioni identitarie, o
esercitando la convinzione che la proprietà
privata sia un furto cui porre rimedio
seguendo una tradizione culturale che
travalica Proudhon e risale alle prodezze
degli antenati Luli.
Nessuno più di noi vuole mostrare energia
nella difesa dei valori identitari di
chiunque, ma siamo anche convinti con
identica determinazione che l’identità
sia indivisibile dal legame
territoriale.
Sinti, rom, khorakhané, gitani
e manouches vogliono conservare
le loro tradizioni? Benissimo
ma lo facciano nel
rispetto delle nostre, visto che
sono ospiti a casa nostra. Vogliono
nelle loro abitazioni
parlare la loro lingua e ritrovarsi
una volta l’anno al santuario
di Sara a Saintes Maries
de la Mer? Ne siamo felici. Ma
per il resto, per tutto il resto, si
devono adeguare alle nostre
leggi e rispettarle. Gli zingari
“storici” (come i sinti piemontesi
o i rom del Meridione)
vogliono in qualche modo
istituzionalizzare la loro diversità
di origine? Studiamo
un patto che sia di mutua
soddisfazione. Questa ipotesi
non li soddisfa? Rispetto a
tanti altri ospiti indesiderati hanno un
grande vantaggio: non devono essere messi
su un aereo o accompagnati alla frontiera
a spese dei contribuenti. Hanno le loro
carovane e tutte le strade godono di una
caratteristica universale: possono essere
percorse in entrambi i sensi. n
di Padanus Magister
L’ attuale sindaco del Comune di Genova
è un navigatissimo avvocato amministrativista
di fama nazionale ed è ben
noto, negli ambienti universitari, non
solo come ottimo docente di Diritto
amministrativo, ma anche come
estensore di manuali in varie branche di tale
settore dell’ordinamento giuridico.
Fa specie, dunque, che costui – data la sua
profonda preparazione giuridica – abbia
permesso l’adozione, a livello politico locale
(potenza delle ideologie), di un atto amministrativo
generale o regolamentare con il quale –
magari volendo marcatamente precorrere i tempi
come prima donna – si è disposto il diritto, in
materia di legislazione elettorale di esclusivo
appannaggio del legislatore statale, di votare per
gli extracomunitari in occasione dei rinnovi del
Consiglio comunale di quella città. Il tutto senza
che, quale necessario e ineludibile presupposto,
sussista in capo a costoro il titolo di cittadino. Del
resto anche in tale ultimo caso un tale tipo di
legislazione non può essere, certo, di competenza
di un solo Comune; cosa questa che capiscono
anche gli asini.
Si è così cercato di assegnare agli extracomunitari
un diritto civile di elettorato attivo che non
spetta; quasi che il nostro sia stato tentato di
scimmiottare le molto discutibili aperture della
Corte costituzionale con riferimento all’art. 3
della Costituzione stessa.
Il necessario annullamento di tale atto da parte
di un Governo in carica (possibile in ogni tempo
e sostenuto da un parere conforme del
Consiglio di Stato) riposa su una regola
procedurale (la sostanziale sta nei principi
fondamentali del nostro ordinamento)
che, da lunghissimo tempo, risulta
vigente; sin da prima dell’era cosiddetta
fascista e quasi prima dei tempi dello Statuto
albertino che era legge di fondo prima della
Costituzione repubblicana.
La detta regola procedimentale è stata, di poi,
ripresa da recentissime leggi statali che – nell’ambito
di asserite riforme amministrative,
poste in essere con la conclamata volontà di
devolvere qualcosa agli Enti locali, – sono
state volute nei giorni del centro-sinistra e
sono state partorite dalle elucubrazioni mentali
del ministro competente di allora: dotto
professore legato ai Ds e al loro capitano di
“lungo corso” del tempo.
Strano Paese è il nostro dove si critica anche
chi fa rispettare le leggi, pur anche se non
piacciono.
Invero, sia quando i leghisti se la prendono
con leggi vigenti che non considerano giuste
– e tentano di modificarle secondo metodi
democratici e corretti – sia quando gli stessi,
pur non condividendole, le fanno rispettare
con altrettanti metodi legittimi, accade sempre
che si accenda una cacofonia di voci
strumentalmente dissenzienti.
Tutto ciò, tuttavia, non ha niente a che vedere
con il Federalismo o col quasi Federalismo dei
piccoli passi di Gianfranco Miglio; meno male
che qualche non occhiuto dotto della sinistra
conviene, alfine, che sono migliori le nostre
riforme che quelle della sinistra passata.
Questa, col prendersela col governo per il citato
annullamento, non sa però che, così facendo,
porta acqua al mulino della Lega.
Infatti giuridicamente affermare che, in materia
elettorale, i Comuni possono fare quello che
vogliono, significa affermare che lo Stato centrale
è inutile. Significa perciò e altresì affermare
che ci si può rendere totalmente indipendenti.
Invero solo a Nazioni indipendenti e sovrane e
che non riconoscono nessun potere a loro superiore,
è dato di adottare norme di tal fatta.
E così potrebbe fare anche la Liguria se fosse
indipendente; ma tutto ciò potrebbe anche fare
solo una Padania indipendente.
Per intanto limitiamoci a fare in modo che non
sian disposte, ad arte, regole locali per creare
confusione e per indicare la Lega come il lupo di
turno e come la colpa di tutti i mali istituzionali
del nostro “Bel Paese”.

 

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