Il crollo di Saipem (-25,5%) si lega alle privatizzazioni all’italiana?

di CHRIS WILTON

Mentre Saipem crollava in borsa (-25,5% teorico) dopo il secondo allarme utili del 2013 e Consob bloccava per due giorni le vendite allo scoperto sul titolo, proseguivano gli accertamenti della Commissione sulle modalità con cui avvenne il primo profit warning di fine gennaio. Gli ispettori Consob hanno lasciato la sede della società di San Donato Milanese il 7 giugno scorso, mentre le indagini vanno avanti di pari passi con l’autorità britannica di vigilanza, la Fsa: la Consob aveva infatti richiesto la cooperazione internazionale. Gli accertamenti riguardano il collocamento dei titoli Saipem da parte di Bofa-Merrill Lynch per conto del fondo Blackrock, operazione avvenuta proprio alla vigilia del crollo del titolo, causato dal profit warning. Le azioni furono vendute al placement a 31 euro, per scendere in chiusura di seduta del 30 gennaio intorno a quota 20 euro. Insomma, un bagno per chi ha comprato: chi ha venduto sapeva del profit warning e quindi del calo che sarebbe seguito? Questa la domanda cui la Consob cerca di dare una risposta. Insomma, la vostra autorità di vigilanza sta cercando di capire se chi ha venduto il 2,3% del pacchetto azionario attraverso il placement di Bank of America-Merrill Lynch, avesse informazioni riservate rispetto al profit warning avanzato dall’azienda il giorno dopo a Borse chiuse. Una forma di insider trading.

Mi permetto di dare un consiglio alla vostra Autorità di vigilanza, del tutto spassionato. Non sarebbe decisamente più proficuo evitare di correre a presso a chi strepita chiedendo la testa di Bank of America-Merrill Lynch e di tutte le banche d’affari del mondo, perché a occhio e croce potrebbe essere proprio il colosso Usa a venire incontro alle esigenze di trasparenza italiane? Se infatti BofA fosse stata connivente con il venditore misterioso, avrebbe rifilato una fregatura di dimensioni epocali a grossi investitori con cui lavora da anni, piazzando a 30,65 azioni che il giorno dopo sono precipitate a 20: va bene tutto ma la speculazione autolesionista, appare eccessiva come pista da seguire. Una perdita di valore – wipeout – del 40% per clienti che magari da decenni lavorano con BofA non vale nemmeno l’eventuale ipotesi di short selling a breve sul titolo (ovvero speculare al ribasso, sapendo in anticipo del warning e quindi avendo la certezza che il prezzo crollerà), un qualcosa che ha certamente stuzzicato la fantasia di Consob, la quale infatti ha imposto il bando sul titolo, esattamente come fece in gennaio. Si trattò, molto probabilmente, di una cantonata da parte di una delle più grandi banche d’investimento del mondo ma questo non deve farvi stare più tranquilli. Per due motivi: cosa bolla in pentola a Saipem, visto che due profit warning a distanza di cinque mesi non possono essere giustificati unicamente dall’attività della magistratura milanese riguardo pratiche corruttive? Lo scorso febbraio il procuratore aggiunto di Milano, Francesco Greco e i pm Fabio De Pasquale, Giordano Baggio e Sergio Spadaro del pool reati economici, quantificarono in 11 miliardi il valore totale delle commesse in Algeria per ottenere le quali la Saipem avrebbe versato tangenti all’estero per 197.934,798 dollari, con la consapevolezza di Paolo Scaroni amministratore della controllante, l’Eni. Otto gli indagati per corruzione, tra cui lo stesso Scaroni. A fine marzo, poi, il pm di Milano, Fabio De Pasquale, chiese la condanna per Saipem a una sanzione pecuniaria di 900mila euro per l’attività corruttiva in Nigeria ma soprattutto la confisca a suo carico di 24,5 milioni di euro. Accuse pesanti ma davvero due profit warning di quel peso sui conti della controllata Eni per qualche centinaia di migliaia di dollari di mazzette, in un comparto – quello energetico – dove la mazzetta è il lubrificante naturale e quindi un’accusa simile non turba certo i sonni di analisti e trader? Chi ha venduto quei titoli, sapeva forse che i bilanci di Saipem non sono così come sembrano? se sì, come faceva a saperlo? Lo scorso dicembre, quando si procedette al cambio dei vertici aziendali, qualcuno ha fatto arrivare forse i veri numeri al grande gestore, ammesso che ne esistano? Il quale alla prima occasione buona ha scaricato tutto, guadagnandoci bene e fregando altrettanto bene il mercato? Mistero, su cui magari dovrebbero indagare le Autorità di vigilanza prima di cercare unicamente il colpevole nel placement maker. Gli analisti hanno agito in malafede, suggerendo un prezzo di placement che non è sostenuto dai fondamentali dell’azienda? O forse c’è un mercato che sa certe cose e un altro, ai livelli massimi, che sa altro e gioca su due tavoli, uno dei quali con specchi posti alle spalle dell’avversario per spiargli le carte? E poi, se chi ha venduto è riuscito a fregare prima BofA-Merrill Lynch e poi tutte le autorità di vigilanza (che brancolano da cinque mesi nel quasi buio), Saipem ed Eni devono stare poco allegri. E il sistema Italia ancora meno.

Ricordate il 1992? Così parlò il 16 febbraio scorso Paolo Scaroni, ad di Eni: «Saipem si è rivelata un ottimo investimento. A chi è entrato nel capitale nell’ambito della quotazione, nel 1999, ha garantito un aumento del valore di 18 volte, con un total share return (tra dividendi e apprezzamento del titolo) di oltre il 600 per cento. Rivedere l’investimento in Saipem non è al momento una priorità. Per questo motivo ci siamo chiesti se sarebbe stato opportuno valutare la cessione della quota: la risposta è che non sarebbe nell’interesse degli azionisti». Scaroni ha però concluso spiegando che la riflessione sulla strategia delle partecipazioni è periodica, per cui in futuro non si può escludere che possa essere valutata l’opportunità di vendere. Ieri Eni, la controllante di Saipem, ha sì perso in Borsa ma “solo” il 2,14% (a gennaio, a fronte del -30% di Saipem, perse quasi il 5%), sintomo che qualcuno ha comprato. O magari, solo sostenuto il titolo. In un caso o nell’altro, potrebbe essere il “Cane a sei zampe” nel mirino di qualcuno, fare in modo che tra un profit warning e l’altro l’opportunità di vendere venga presa in considerazione. Oppure, Saipem potrebbe essere solo il cavallo di Troia, visto che il governo Letta è alle prese con le nomine dei vertici delle partecipate, tra cui Eni, per la cui guida si parla di Corrado Passera, con Scaroni dirottato su Generali. Il fatto che Eni, insieme ad Enel, sia tra gli sponsor della fondazione VeDrò che fa capo al premier non mi interessa, è puro provincialismo, lo fanno tutte le majors.

Diverso il fatto che l’agenda del governo Letta potrebbe, con un peggioramento della crisi in atto (e un balzo estivo dello spread), variare e tramutarsi in qualcosa di molto greco, ovvero privatizzazione di aziende controllate o partecipate a prezzo di quasi saldo (soprattutto se si verificheranno altri eventi destabilizzanti tipo Saipem). In un’intervista rilasciata il 22 giugno 2012 ad Affaritaliani.it, Enrico Letta, all’epoca vice-segretario del Pd, dichiarò: «Dobbiamo lavorare molto sul tema privatizzazioni. Il patrimonio pubblico è ancora enorme. Da una parte bisogna lavorare su una scatola finanziaria che valorizzi il patrimonio pubblico e grazie a questo riesca ad abbattere il debito. Bisogna, poi, cominciare a mettere nel mirino ulteriori privatizzazioni di pezzi di Eni, Enel e Finmeccanica». E ancora: «Non immediatamente, perché il mercato non lo consente. Ma è possibile farlo perché oggi con la legge sulla Golden share, che è vidimata da Bruxelles, possiamo difendere queste aziende da possibili attacchi ostili senza dover per forza avere, come Stato, il 30% di proprietà di quei gruppi». Proprio sicuri che i problemi più gravi – in un intreccio di economia, potere e politica simile – siano il possibile insider trading o le mazzette in Africa? Non è forse la totale assenza di libero mercato che pervade il vostro Paese, con aziende che sono emanazioni dei governi e dei comitati d’affari, con i sindacati intenti unicamente a difendere le loro rendite di posizione, senza tutelare il vero bene dei lavoratori che passa da merito e concorrenza? Le privatizzazioni, in sè, non sono nulla di male, anzi: meno Stato c’è, meglio operano il mercato e l’economia. Il problema è quando le privatizzazioni diventano svendita forzata in nomi di interessi politici coincidenti o tornaconti tra potenti, senza un vero vantaggio economico e finanziario. Insomma, senza mandante, spesso non esiste un esecutore. E mi pare voi stiate cercando solo quest’ultimo.

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5 Comments

  1. Albert Nextein says:

    Se Saipem va, bene.
    Se Saipem non va, Eni può provvedere.
    Se Eni non provvede, Saipem può chiudere.

    • Dan says:

      Se Eni non provvede e qualche amico di amico ha azioni Saipem a noi c’aumentano l’imu che tanto siamo pecore e lo paghiamo col sorriso.

  2. mv1297 says:

    in termini evolutivi (scusate per la mancanza)

  3. mv1297 says:

    A leggere tutte queste cose mi viene in mente di dirne una. Ma secondo voi, questo si deve considerare come modello di vita in una comunità umana? Vi sembra logico usare denaro per speculare (o farsi incul…re), per il semplice “profitto” immediato senza aver mosso il proprio fondoschiena?
    Penso che i contadini siano alla fine, i più fortunati (o sfortunati, dipende dal punto di vista).
    I lorsignori della finanza, hanno rotto, tutti quanti! Noi comuni mortali, vogliamo godere dei frutti della natura senza dover creare un mondo di sfruttati e sfruttatori.
    Ho la sensazione che se il Veneto diventasse indipendente, il mondo avrà tutto da guadagnare in termini evoluti (socialmente parlando).

    • Dan says:

      Concretamente il veneto può diventare indipendente in due modi.

      Il primo è che la brava gente si ribelli e si prenda la libertà che a parole dice di meritarsi.

      Il secondo è che si formi una nuova enclave di magna magna (locale ma anche non) che piloti la gente ma allora significa solo cambiare padrone.

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