Il corpo e l’anima dell’indipendentismo veneto

referendum2di ENZO TRENTIN – Oramai sono decenni che osserviamo prima l’autonomismo e il federalismo, ora l’indipendentismo veneto. Questo è sempre stato un ambito ricco di personaggi della più varia natura ed estrazione, dove allo spiritualismo dell’ideale marciano ha troppo spesso prevalso il materialismo personale di alcuni leader o presunti tali.

 

Nell’imminenza delle elezioni amministrative, e delle pubbliche dichiarazioni da parte di alcuni partiti sedicenti indipendentisti abbiamo scritto qui: [http://www.miglioverde.eu/veneto-partiti-problema-non-la-soluzione/ ], ed oggi riteniamo utile raccogliere la testimonianza di chi, pur militando nell’indipendentismo veneto, ha ritenuto di portare avanti la sua battaglia politica con altri strumenti e modalità. Per questo abbiamo scelto di fare alcune domande a Gedeone Nenzi, uno dei due “Procuradori” con compiti di coordinamento e rappresentanza dell’Arengo Veneto.

 

Domanda: Cos’è esattamente l’Arengo veneto?“Intanto non è un partito politico, né un organismo strutturato come tale anche se trattiamo temi politici. Chi partecipa lo fa per “affezione” unito da un’ideale “spirito marciano”. Non siamo nemmeno un’associazione culturale, anche se la nostra attività spesso è tale. L’Arengo Veneto non ha tesseramenti né schedature di sorta, semplicemente chi partecipa si presenta agli altri, una sorta di auto accreditamento. Da circa un anno e mezzo l’Arengo organizza, con cadenza mensile, delle assemblee itineranti sul territorio nel corso delle quali, di volta in volta, affronta argomenti di pubblico interesse, siano essi programmatici che suggeriti dai partecipanti. L’Arengo è un luogo di riunione e conversazione, ove proporre ed esprimere soluzioni condivise. A volte si procede a delle votazioni, e si convengono dei comportamenti politici. Ma lo si fa da liberi individui e cittadini, nello spirito delle origini della Repubblica di San Marco, quando le varie genti della laguna si riunivano a Rivo Alto (oggi Rialto). Nella Serenissima la Concio (corruzione del latino contio, “assemblea” o “adunanza”), altrimenti detta Arengo in analogia con simili istituzioni medievali italiane, espletò l’onere tra il 742 e il 1423 di assemblea generale degli uomini liberi (cittadini e patrizi) per eleggere il Doge. Una elettività “democratica” perché i dogi si presentano come sovrani eletti appunto dall’assemblea popolare; quindi ben prima delll’Althing (il Parlamento nazionale islandese, che passa per essere il primo Parlamento della storia) che è stato fondato nel 930 a Þingvellir (il “luogo dell’assemblea”)”.

Se siete “allergici” ai partiti, lo sarete anche alle elezioni?

“Sì e no. Mi spiego, siamo assolutamente allergici ai partiti, per me l’equivalente del peccato originale della repubblica italiana, nata il 2 giugno del 1946 alle ceneri dell’Italia Monarchico-Fascista. Proprio dall’articolo su indicato con il link si ricava che essendo lo Stato italiano “strutturato” in forma consociativa, vi viene descritto come i partiti non siano la soluzione, bensì il problema. No, dunque alle elezioni negli organi legislativi: Parlamento e Regioni, perché è dimostrato che i vari partiti, anche quelli sedicenti indipendentisti, non hanno mai realizzato autentiche riforme, né in senso autonomista, né il senso federalista. Cosa ci fa credere ora che sarebbero più efficaci, solo perché si autodefiniscono indipendentisti?”.

Un Sì condizionato, invece, per i Comuni.

Non starà per caso rifilandoci la favola di Esopo “La volpe e l’uva”? Ovvero, essendo difficile eleggere un parlamentare o un Consigliere regionale, meglio ripiegare sull’elezione di qualche Consigliere comunale qua e la’?

“Affatto! Anche perché eleggere un Consigliere comunale in un capoluogo di provincia è altrettanto impegnativo. Semmai è la qualità degli argomenti trattati a livello locale che permette di rimanere più a contatto con i cittadini e lavorare con gli individui alla base della comunità. Tuttavia, anche qui ci sono dei distinguo da fare. Se il numero degli eletti è insufficiente a governare, tanto vale occupare lo scranno perché altri non vi si seggano, ma poi disertare i lavori nei quali gli indipendentisti risultassero ininfluenti. In altre parole: se gli eletti in un Comune sono pochi, costoro potrebbero depositare all’atto del loro insediamento delle proposte di delibera atte a modificare lo Statuto comunale (ovvero le regole comportamentali della comunità), e presentarsi ai lavori solo quando la maggioranza è disposta a discuterle prima, ed approvarle dopo. Per un indipendentista autentico, sedere in Consiglio comunale per approvare o anche votare contro il lavoro degli altri non ha alcun senso, significherebbe solo avvallare il sistema”.

Quali sarebbero, ad esempio, alcune riforme da fare in ambito comunale?

“Bisogna capire che c’è un grande cambiamento possibile. Su questo avevo improntato, già nel 2012, la campagna elettorale per le elezioni del Comune di Conegliano. In base al Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267 denominato «Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali», si potrebbero introdurre nello Statuto comunale l’indizione e l’attuazione di referendum sia «d’iniziativa» sia «di revisione» tra la popolazione comunale in materia di esclusiva competenza locale. È una legge che ci permette di introdurre lo strumento principe della democrazia a livello comunale! Significherebbe abituare i cittadini alla partecipazione politica democratica, quello che cerchiamo di fare anche in Arengo, con qualche successo direi.

Per referendum d’«iniziativa», s’intendono azioni tese ad imporre a Sindaco, Giunta e Consiglio comunale, deliberazioni su argomenti che interessano l’intera comunità. Per «revisione», s’intendono quelle deliberazioni che, già assunte dalla Amministrazione comunale, si vuole che siano prese con differenti norme. In ambedue i casi: «d’iniziativa» e «di revisione» i referendum sono validi con qualsiasi numero di partecipanti al voto.

Sono escluse dal referendum le materie concernenti le norme statali o regionali contenenti disposizioni obbligatorie per l’Ente e, per cinque anni, le materie già oggetto di precedenti referendum con esito negativo, ma rimangono molti altri argomenti di amministrazione locale.

L’iniziativa dei referendum viene presa su proposta di limitato numero elettori del Comune. Per esempio quanti ne bastano per presentare una Lista alle elezioni di quell’Ente. Le sottoscrizioni di tale proposta dovranno essere autenticate nelle forme di legge.

Il referendum poi è valido con qualsiasi partecipazione degli aventi diritto. Infatti non si capisce perché coloro che non desiderino esercitare tale diritto debbano necessariamente essere computati. Un concetto, del resto, ribadito nella modifica all’Art. 123 della Costituzione: “Lo statuto [regionale] sottoposto a referendum non è promulgato se non è approvato dalla maggioranza dei voti validi”. Voti validi, dunque, non del 50%+1 degli aventi diritto! Altrimenti è una palese limitazione del libero esercizio di un diritto democratico costituzionalmente sancito anche dallo stato italiano.

I referendum non hanno luogo in coincidenza con altre operazioni di voto.

Circa la definizione dei due referendum: «di iniziativa» e «di revisione», va costatato ed evidenziato, per esempio, che essi sono stati introdotti nella Costituzione della Confederazione Elvetica sin dal 1848 (milleottocentoquarantotto), fornendo prova di indiscussa partecipazione popolare e stabilità politica. Anche sul numero dei votanti è importante fare qualche osservazione. Se, infatti, il voto è la libera manifestazione di un diritto democratico costituzionalmente sancito, non si capisce perché coloro che non desiderino esercitare tale diritto debbano necessariamente essere computati nel novero delle espressioni negative, anziché positive o astensioniste”.

Ma così non si rischia il blocco dei lavori del Consiglio comunale e l’aumento dei costi per la “gestione” della democrazia?

“Affatto! In primo luogo, l’effetto della presenza di strumenti per l’esercizio, facile e tempestivo, della democrazia diretta è l’efficacia deterrente di tali strumenti. Infatti, quale Sindaco si avventurerebbe a far deliberare una questione che facilmente potrebbe essere cassata dall’esercizio della sovranità popolare?

Quanto ai costi è un problema che non esiste. Non c’è nessuna legge che impedisce, per esempio, ad un Comune d’indire un referendum le cui votazioni sono possibili nell’arco di un mese. Che invece di utilizzare i seggi così come siamo abituati a frequentare, si stabilisca invece che le votazioni avvengono presso le sedi comunali, negli orari di lavoro. Che presso le sedi comunali vengano predisposti uno o più computer dove l’elettore può schiacciare due semplici tasti: Sì o No. Che l’elettore sia dotato di una password anche per il voto attraverso il cellulare. L’ONU nel 2007 ha premiato questo sistema di voto via SMS introdotto in Svizzera, si veda qui: [http://www.swissinfo.org/ita/swissinfo.html?siteSect=881&sid=7962590]

Oramai neanche i politicanti di mestiere dei partiti, i detestati caregari, possono più negare che con Internet compriamo, vendiamo, paghiamo, spostiamo soldi e votiamo per molte cavolate di programmi televisivi. Quindi, questo una volta iniziato, non solo non costa niente, ma favorisce un’ampia partecipazione popolare, perché il cittadino sarà in grado di scegliere, a suo comodo, l’esercizio fondamentale per la democrazia: il voto”.

Quali altre riforme statutarie potrebbero essere introdotte?

Ce ne sono molte altre, tra le quali spiccano:

–   cambiare il sistema di nomina del Difensore Civico, in modo che il controllore che deve garantire i cittadini, non sia nominato dal “controllato” che è l’amministrazione stessa.

–   Istituire il “recall”, cioè la revoca degli amministratori e dei funzionari che si sono comportati in forma contraria ai propri doveri d’ufficio. Il sistema è in vigore in vari paesi del mondo: USA, Venezuela, Bolivia, Canada, Germania, Polonia, Svizzera.

Potrei continuare, ma se i lettori rifletteranno sull’efficacia di queste semplici norme, che la partitocrazia non ha interesse a concretizzare, si schiuderà dinnanzi ad essi non solo la possibilità dell’indipendenza del Veneto, ma anche perché sia desiderabile e virtuosa l’autodeterminazione.

In sostanza, la missione di un indipendentista cosciente e sincero, che crede nella libertà dell’individuo, come elemento primo, cellula della società, dovrebbe conquistare il potere politico per restituirlo ai concittadini attraverso lo strumento dei referendum deliberativi (non certo consultivi) per le decisioni di “straordinaria amministrazione”, mentre gli amministratori e i dipendenti, controllati e indirizzati dagli eletti dai cittadini si occupano della “normale amministrazione”.

 

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3 Comments

  1. luigi bandiera says:

    Bello, forse sto “sognando la California”..?

    Lo si palpa davvero in questi giorni il sentimento di indipendenza, infatti mi chiedevo:
    ma con tutti sti indipendentisti in giro per la regione italiana di nome Veneto che commemora perfino la data della prima pisciata del tizio e del caio che visse e mori’ sotto il trikolore, queste manifestazioni sono sempre con tante presenze..?
    Cosa vuol dire mo..?
    Parto dagli Alpini. Se e’ una manifestazione organizzata dall’occupante perche’ esserci..?
    Poi qua ultimamente la festa della liberazione italiana: perche’ esserci..?
    Lo avete capito no: se gli italiani organizzano, compreso il calcio o la scherma, perche’ riempire gli stadi..?
    Se si e’ indipendentisti tutto quel che vuol essere dell’occupante deve essere come un pugno negli occhi e si evita.
    Invece no. Quanta partecipazione e quante lacrime di commozione.
    L’occupante le vede queste cose e lavora per bene ai fianchi fin che il sentimento indipendentista crolla. Sta infatti crollando. E’ gia’ sul pendio per cui basta una spinta che scivola giu’ nel baratro.
    Mente sana corpo sano. O viceversa..?
    Se la mente non e’ indipendentista il corpo non lo sara’ mai e poi mai..!
    Gli occupanti lo sanno e bene.
    Piazza San Marco nel giorno di San Marco deve straripareee..!
    Ma non solo quella a Venezia.
    Il parlare veneto, venesian, deve essere sovrastante a tutte le altre lingue.
    Invece no. Infatti, parlano in foresto ai loro figli perche’ si vergognano a parlar loro in lengua madre e padre e perche’ siamo tutti nello stesso pianeta: ma di quale sistema solare..??
    Lava ieri e lava oggi e domani avremmo il frutto del nostro lavoro, dirsanno gli occupanti.
    …avanti un altro…

  2. caterina says:

    complimenti all’Arengo veneto…una bella palestra per quello che sarà presto il Veneto, indipendente e sovrano, dove saranno i Veneti a gestire il proprio territorio… chi meglio di loro lo conoscono? questa è politica vera, antica, ancestrale… basta deleghe in bianco a chi se ne appropria per vendersi poi al miglior offerente!

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