IL COMPLESSO DEI “SALVAPATRIA” DISTANTI DAL SENTIRE COMUNE

di GIULIA CORTESE

“La sinistra si crede in eterno affascinante e invece non piace, è antipatica e incomprensibile, supponente e malata di politica. Non dice quello che pensa e non dice quello che è”. Una citazione, quest’ultima, di Alfonso Berardinelli, che risale al 2005. Da allora sono passati sette anni, eppure, le cose non sembrerebbero essere cambiate granché.

Un’eterna costante della sinistra, da quella moderata a quella più radicale, è un sentimento di superiorità morale e intellettuale, da cui deriva una tendenza a pronunciare parole di nebbia, incomprensibili alla gente comune, e più in generale, a parlare per formule e linguaggi codificati. Se quest’ultimo atteggiamento è una caratteristica ricorrente del linguaggio politico, tanto che si parla spesso di “politichese”, lo è ancora di più della sinistra italiana, la quale viene accusata da molti di esprimersi in “sinistrese”.

In Italia, essa è convinta di rappresentare sempre e comunque “la parte migliore del Paese” e ha mostrato da sempre una spiccata tendenza al “trasformismo concettuale”, ricorrendo spesso a “spiegazioni ad hoc”. E’ come se la sinistra avesse una certa paura delle parole, e da qui deriva la sua inclinazione a usare formule vuote, così come l’incapacità di specificare in modo chiaro i propri obiettivi e le proprie proposte.

Quando si tratta di bollare le istituzioni, la sinistra più radicale è stata anche capace di usare parole crude e di tralasciare i mezzi termini, seppure sottomettendosi rigorosamente al politicamente corretto, quando si è trattato di colpire alcune minoranze amiche. Qualche esempio? I ciechi sono “non vedenti”, gli omosessuali sono “gay”, i bidelli sono “operatori scolastici”, i terroristi sono “resistenti”. I partiti più istituzionali e all’olio d’oliva come le vecchie Margherita e Democratici di Sinistra,usano toni ultra-corretti: guai a chi si azzarda a parlare di “mercenari” (a meno che si tratti di giovani militanti di destra o di centro-destra), di ciechi, di bidelli o di aree sottosviluppate.

Il Partito Democratico ha ereditato buona parte delle tendenze e dei modus operandi di cui sopra, avendo mostrato finora una certa propensione all’uso di espressioni generiche. Non a caso, sentiamo continuamente parlare di famiglia-mezzogiorno-sviluppo e di Italia-identità-innovazione da parte dei suoi esponenti, forse perché sono terrorizzati dall’idea di assumere posizioni poco equilibrate? Chissà.

Che dire, poi, delle narrazioni vendoliane? Ai toni enfatici non corrisponde alcuna concretezza programmatica. Del resto, come potrebbe funzionare in Italia un programma keynesiano finanziato con fondi altrui?

A tutto ciò si accompagna, come si è accennato sopra, la convinzione di meritare di vincere le elezioni per il fatto disostituire un’inferiorità etica e culturale dell’elettorato altrui. Chi appoggia e vota la sinistra in Italia tende a fare delleanalisi antropologiche negative dell’elettorato che sceglie di votare per altri schieramenti. Memorabile a riguardo è una barzelletta ricevuta tempo fa via Internet: “se voti il centro-destra e sei intelligente, non puoi essere onesto, se voti il centro-destra e sei onesto, non puoi essere intelligente, e se sei onesto e intelligente, non puoi votare il centro-destra”. Una diagnosi, quest’ultima, che riflette perfettamente la propensione della sinistra a denigrare il bacino elettorale degli avversari, tramite atteggiamenti pedagogici (rivolti agli “stupidi-abbindolati”) e di disprezzo rivolti agli “ignoranti” e agli “egoisti”. Ben poco di tutto ciò è riscontrabile a destra.

Dall’altra parte dell’elettorato, si è generata da tempo una generale avversione verso la sinistra, il suo atteggiamento di superiorità intellettuale e morale e verso i suoi discorsi fumosi. Da qualche tempo, in molti ambienti italiani la sinistra è divenuta una sorta di barzelletta, per il fatto che molti dei suoi esponenti si atteggiano ad accaniti “difensori del proletariato”, seppur frequentando i salotti più esclusivi e mangiando caviale.

E’ del tutto naturale, diciamolo pure, che sia in costante aumento da parte degli italiani il senso di rigetto dello stigma che la cultura della sinistra da sempre riversa su chi non ha le sue stesse idee (mostrando verso essi un’antipatia puramente viscerale), così come il fastidio verso quell’atteggiamento di virtù ostentata e di ostentazione della propria presunta superiorità, tipico dei sinistrorsi. E’ un atteggiamento che entra in rotta di collisione con la sensibilità del cittadino comune ed è tipico di politici come D’Alema, di Prodi e di Fassino, che tendono per giunta ad adottare uno stile ampolloso e pieno di formule astratte. Essi sono ossessionati dalla retorica della catastrofe incombente, del paese da salvare, convinti di rappresentare l’ala sana di cui sarebbero affidate le sorti di tutti.

E’ assai raro che la sinistra indulga alla “retorica della gente”, e le poche volte che lo fa è quasi esclusivamente in chiave antipolitica, per prendere le distanze dagli apparati di partito (Bianchi 1995, Tarchi 2003). Non è un caso, dunque, se alla puntuale domanda che De Rita rivolge alla sinistra, ossia “a quale blocco sociale vi rivolgete?”, Pier Luigi Bersani, ossia il leader del maggiore partito della sinistra, non sappia rispondere né con l’indicazione di un blocco sociale, né con unpreciso programma politico, se non vantandosi di far parte di uno dei “più virtuosi settori della società italiana”.

Resta da capire come mai la sinistra abbia da sempre una visione così settaria e manichea dalla società italiana, oltre che a coltivare un sentimento ipertrofico di superiorità etica e culturale. Di fronte a questa domanda, non è facile darsi delle risposte convincenti.

E’ venuta l’ora per la sinistra italiana di trovare una cura ai suoi malanni, visto che oramai il berlusconismo è al tramonto ed è emerso già da qualche tempo, sulla scena politica nazionale, un personaggio che si è mostrato in grado di ottenere forte consenso e di saper parlare alla gente, ovvero il comico genovese Beppe Grillo. Non c’è da essere molto ottimisti in questo senso, visto che linguaggio ed atteggiamenti sono fenomeni che evolvono nel lungo periodo, o quantomeno col passare delle generazioni.

Da non dimenticare, poi, è il fatto che l’attuale classe dirigente del centro-sinistra è nata da un connubio di burocrazie di partito, ovvero il PCI e la DC, entrambe prigioniere di linguaggi esoterici. Possiamo dunque stupirci che un matrimonio di questo genere abbia dato vita a un ceto politico che ha difficoltà nel dare voce all’espressione del proprio pensiero? Sicuramente no. Una cosa è certa: coloro che credono di essere diversi e migliori degli altri, di avere le mani pulite e di rappresentare l’Italia per bene, di essere gli unici in grado di salvare il paese, dovranno darsi veramente da fare per abbandonare i toni e il linguaggio logoro che finora li hanno caratterizzati.

FONTE ORIGINALE: http://www.lacritica.org

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3 Comments

  1. Albert1 says:

    L’autrice sbaglia: non è tanto il medium (comunque zeppo di boria, eh), è il messaggio di sinistra in sé a non piacere alla maggior parte della gente! Difficilmente la cosa cambierà: siamo cittadini di un paese in caduta libera a causa degli effetti dello statalismo – debito, burocrazia, ecc – chi può volere ancor più stato, se non parassiti&burocrati?

  2. lory says:

    loro salvapatria ? se per salvapatria vuol dire difendere i privilegi le pensioni d’oro aver le mani su tv giornali far assumere i loro familiare nei enti pubblici , si sono dei salvapatria ! anche se per me sono dei grandi farabutti.

    • Dan says:

      Se per patria intendi la poltrona in parlamento i più grandi eroi della stessa sono proprio loro (non che gli altri si difendano male comunque)

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