Il caso Gorino 1/ Cominelli: non è invasione

gorino3di GIOVANNI COMINELLI – La scena dei trecento opliti delle Termopili di Gorino, che nelle nebbie della Padania hanno opposto valorosamente il proprio petto, debitamente protetto non da scudi di legno, ma da giubbotti griffati, non alle orde persiane, ma a dodici donne nigeriane inermi, sfuggite ai massacri di Boko Haram,  e che poi festeggiano la vittoria a vin brulé e salamelle non appartiene alla storia migliore del Paese. Tuttavia, anche questa è Italia. E solleva interrogativi preoccupati sui meccanismi di formazione dell’opinione pubblica, per un verso, ma anche sulla cultura degli apparati amministrativi. Il fenomeno delle migrazioni socio-economiche è ormai strutturale. Quello dei rifugiati dipende invece dalle contingenze geopolitiche, benchè i conflitti mediorientali tendano a uscire dall’orizzonte della contingenza per diventare a loro volta strutturali. Quanto al primo fenomeno, esso è paradossalmente favorito dall’inclusione di grandi masse nelle correnti di sviluppo mondiale della globalizzazione. Non sono “gli ultimi” del mondo a emigrare, ma “i penultimi”, quelli che hanno livelli medio-alti di istruzione e un reddito sufficiente per accumulare i soldi per gli scafisti.

GLI IMMIGRATI: NON È UN’INVASIONE

I migranti portano sofferenze, bisogni estremi, culture “aliene”. Arrivano in posti che le aspettative descrivono come l’Eldorado. Nonostante il luogo comune diffuso da noi – basato sull’ignoranza pura e semplice e su informazioni false fornite da politici cinici e da giornalisti embedded – non si tratta di invasione. Siamo terzi o quarti in Europa per numero di immigrati. Se poi ci misuriamo con Paesi assai più piccoli del nostro, il Libano o la Giordania o la Grecia, siamo a livelli molto più bassi, complessivamente raggiungiamo il 5% della popolazione. Eppure la retorica dell’invasione è divenuta egemone. Un gorinante – così si chiamano gli abitanti di questa piccola frazione di Goro – ha dichiarato con certezza assoluta che una volta arrivate le dodici – ma saranno state veramente delle donne o dei vampiri? – poi molti altri le avrebbero raggiunte. Avrebbero portato via il lavoro ai locali, magari ai vongolari?

PAURA E RABBIA. LE COLPE DELLE AUTORITÀ

In realtà, non è la conoscenza razionale dei fatti il motore della rivolta, ma la paura e la rabbia. Si tratta di un impasto incandescente, che ha sempre accompagnato la storia delle migrazioni sotto ogni cielo e in ogni tempo. Dal 1861 al 1914 ben quindici milioni di italiani hanno lasciato l’Italia e centinaia di migliaia nel secondo dopoguerra. Come non ricordare gli eccidi perpetrati negli Usa o in Francia alla fine dell’800 e le persecuzioni violente, le angherie, la semi-schiavizzazione, di cui sono stati vittime per decenni gli italiani emigrati all’estero – per es. nelle miniere australiane – o immigrati nel Nord Italia? Ed è con questo mix di emozioni violente che occorre fare i conti. Che non sono stati fatti né dal Prefetto di Ferrara, né dalla maggioranza delle forze politiche, né dai soggetti culturali e religiosi.

UN’ESPERIENZA

Ho partecipato parecchi mesi fa ad un’assemblea convocata dal Sindaco di un comune dell’alta Valle Seriana, che aveva come oggetto il collocamento di circa 70 immigrati nel piccolo paese, deciso dal Prefetto, senza consultare nessuno, senza preavviso. L’arrivo dall’oggi al domani di settanta giovani tra i diciotto e trent’anni in una piccola comunità, destinati a vagare per le vie del paese, giorno e notte, senza poter fare nulla di utile, perchè vietato dalla legge, avrebbe rappresentato comunque un trauma, anche se i malcapitati avessero avuto la pelle bianchissima, i capelli biondi e gli occhi azzurri. La sala della Comunità era stracolma, si sono alzate grida e contestazioni. La vicenda si è conclusa, perchè la sede della potenziale collocazione nel frattempo era stata resa indisponibile con uno stratagemma furbesco. Solo con fatica la burocrazia del Ministro dell’interno e dei Prefetti ha accettato le proposte dei sindaci di distribuire gli immigrati per piccoli gruppi e integrarli, ancorché provvisoriamente, attraverso lavori e attività socialmente utili. Tuttavia, scandalizzarsi e inveire contro paure e emozioni negative e gridare al razzismo non aiuta a rimuoverle, semmai le rinfocola.

LE RAGIONI E DELLA PAURA E DELLA RABBIA

Milioni di cittadini italiani hanno paura della storia del mondo, che produce eventi incontrollabili dai singoli e dalle piccole comunità: è un fatto! Occorrono una pedagogia incessante, un’informazione costante, la costruzione di un senso di responsabilità nazionale condivisa e suddivisa, comunità per comunità, di fronte a eventi che ci sopraffanno. L’Italia sta nel mondo, sta tra il Mediterraneo e l’Europa. I Trattati internazionali, la storia del Paese e la sua civiltà ci chiedono una politica dell’accoglienza, che tuttavia non si può imporre con i carabinieri. Decenni di collocazione internazionale protetta dell’Italia hanno generato un’irresponsabilità pubblica che le classi dirigenti di questo Paese non hanno combattuto con determinazione o hanno alimentato per brutali calcoli di consenso e di potere. L’illusione di stare al riparo dalla storia drammatica del mondo, dietro i confini di piccole patrie e di nazioni ottocentesche, viene bruciata ogni giorno. Non ha avvenire. Chi lo vuole dare al Paese e alle sue generazioni più giovani deve cambiare cultura e politica.

 editorialista di www.santalessandro.org

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