Il caso della Cap Anamur 1/ Non dimentichiamo la bufala tedesca sui profughi sudanesi

profughidi ROMANO BRACALINI –  I tedeschi non sono più quelli di una volta. Arrivano con una carrettata di clandestini africani, fatti passare per profughi sudanesi, e invocando il diritto umanitario ma fregandosene altamente delle leggi di un Paese sovrano, impietosiscono le solite prefiche dolenti e i paladini dell’umanità sofferente, accorsi coi thermo e il caffè caldo, infine riescono ad avere l’autorizzazione all’attracco e a scodellare la loro mercanzia sulle coste siciliane. La resistenza del Governo italiano è durata tre settimane e a memoria d’uomo è stata la più lunga resistenza dalla battaglia di Pantelleria caduta nel ’43 senza combattere. Se questo non è un atto di pirateria applicato all’umanitarismo più untuoso non saprei come chiamarlo. Per molto meno, un secolo fa si sarebbero mandate le cannoniere. Nemmeno il Governo tedesco esce bene da questa storia. Son loro stavolta a fare la figura dei magliari
strappando un primato indiscusso al Paese d’o sole. Non c’è più un giudice a Berlino. La Cap Anamur, che resterà negli annali dei traffici della vergogna, se non si ammantasse di meriti speciali, batteva bandiera tedesca; aveva raccolto i 37 clandestini africani, spacciati per profughi sudanesi con diritto di asilo, nelle acque territoriali di Malta.

Non aveva che due strade da seguire se il suo comandante non ignorasse a bella posta le convenzioni internazionali: consegnarli alle autorità maltesi o tenerseli a bordo e portarli in Germania, come i clandestini africani tra l’altro avevano chiesto trovandosi già virtualmente in territorio tedesco. Ma da Berlino dev’essere venuto un ordine contrario che più o meno doveva suonare così: il viaggio fino ad Amburgo è lungo, siete in prossimità della pattumiera italiana, scaricateli là e vedrete che non succederà nulla. Il comandante della nave negriera, tale Elias Bierdel, mentendo come un cammelliere,
aveva assicurato che si trattava di profughi sudanesi che scappavano dalla guerra (colpa nostra? Fate l’armistizio! Imbracciate la vanga invece del mitra), e i padri comboniani che fiutano miseria lontano un miglio, come il rabdomante l’acqua, vedendo in quel ben di Dio l’ennesima occasione di pentimento e di redenzione, hanno giurato e spergiurato anche loro che sì, erano poveri profughi sudanesi ai quali il nostro Paese, già alle prese con la spazzatura di Bassolino, doveva concedere l’asilo politico. E perché non dare ospitalità a tutte le carovaniere dal Capo di Buona Speranza al Capo Bon? Salvo poi accertare una volta saliti a bordo che i 37 presunti sudanesi erano in realtà clandestini ghanesi, nigeriani e del Niger, giacchè non sappiano nemmeno
come si chiamano i sudditi di quest’ultimo Paese. E i padri comboniani, cambiando versione, a insistere: anche se non sono sudanesi hanno diritto all’asilo lo stesso.

Perché? Boh! Il comandante tedesco cercava il precedente e l’ha trovato. Ora sono cavoli nostri. Se si sparge la voce, verranno da noi anche i discendenti di
Toro Seduto e i cannibali papua della Nuova Guinea. Da noi per entrare basta non avere il passaporto. Se qualcuno è in regola viene guardato male. A terra Elias Bierdel, con l’aria di meravigliarsene, è stato arrestato con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, insieme all’ufficiale di macchina e all’armatore della nave che da anni scopa il mare raccogliendo tutto ciò che vi galleggia di precario. E chi l’avrebbe detto! Il governo tedesco, che ci ha rifilato questa “bufala” dando per scontato che il “ventre molle” l’avrebbe digerita, ha protestato l’innocenza del capitano che avrebbe fatto, solo una buona azione lasciandoci i clandestini sul gobbo. La Cap Anamur, che dà il nome alla nave, è un’organizzazione umanitaria tedesca che dal 1979 raccoglie nei mari del Terzo Mondo i “boat People” in fuga dalla fame e dalla guerra che poi, con diligenza tedesca, scarica dappertutto salvo che in Germania.

 

Diciamo la verità. Tranne che una latente vocazione a fare guerre, costruire berte micidiali e marciare anche con la divisa di postino, un filone umanitario nei tedeschi dovevamo ancora scoprirlo. È come se piovesse all’incontrario. Qualche anno fa intervistai a Bonn il ministro degli Interni Otto Schily. Stava
facendo le valigie per Berlino ma mi ricevette con molta cordialità. Riconobbe che l’Europa doveva dotarsi di una normativa unica sull’immigrazione. La stiamo ancora aspettando e intanto siamo all’emergenza. Però senza fretta. Intanto ciascun Paese europeo deve regolarsi da sé, quando non in contrasto con gli interessi dell’altro. Intanto l’Africa, l’Asia e l’ex Paradiso incombono. Si ricorderà la nave con gli immigrati asiatici diretta in Australia. Furono rispediti al mittente. «A casa nostra si entra con le carte in regola e se lo vogliamo noi», disse il rappresentante del governo di Camberra. Alla larga. C’è solo un Paese che funge da discarica e se ne vanta. E i profughi che non sono profughi? «Stanno tutti bene». Perfino un canguro
avrebbe più decoro.

(da “Il Federalismo”, anno 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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One Comment

  1. renato says:

    E’ vero, i tedeschi non sono più quelli di una volta, basta guardare come si comporta il loro cittadino medio, nulla in comune col rigore formale di alcuni decenni fa. Noi invece siamo i soliti mariuoli, ladri di polli mentre non solo i tedeschi ci rubano il pollaio. Dire che sul piano internazionale siamo provinciali è un pietoso eufemismo perché in realtà siamo gente di borgata che ostinatamente si rifiuta di salire anche solo di qualche gradino la scala che conduce al piano che conta, in ogni senso. E ci consoliamo dicendoci che ci comportiamo così perché, nonostante i nostri difetti, siamo brava gente, col cuore in mano, salvo poi a fottere il nostro prossimo alla prima occasione. E’ forse una questione antropologica ? O storica ? Qualunque sia la ragione, agli altri interessa poco perché sanno che in Italia tutto è permesso, specie allo straniero.

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