Il carattere degli italiani (e dei padani) 3/ Un paese… divino secondo Gioberti!

italiadi SERGIO BIANCHINI – La trascuratezza Leopardiana circa il peso della chiesa cattolica romana si rovescia nell’assolutizzazione fatta da Gioberti suo contemporaneo e prete. Gioberti vive in piemonte, a contatto anche con le dinamiche europee,  non ha tracce dell’ansia cosmica dell’ormai oziosa aristocrazia agraria. La sua totale reverenza verso il ruolo  grandioso e la missione storica degli italiani e della chiesa cattolica è tuttavia sorprendente.

Anche l’unilateralità di Gioberti ebbe risultati negativi. Fu prima elevato da Carlo Alberto di Savoia che lo nominò  nel ’33 suo cappellano, incarico da cui si dimise dopo un arresto ed un coinvolgimento periferico nei moti mazziniani che lo rese alieno rispetto alla corte. Fu arrestato ed esiliato stabilendosi a Parigi e poi a Bruxelles per 15 anni. Nel 1848, a seguito di un’amnistia dichiarata da Carlo Alberto, tornò in patria accolto trionfalmente. Fu eletto presidente della camera dei deputati e nominato per due mesi presidente del consiglio. La svolta politica dei Savoia successiva alla caduta di Carlo Alberto gli fu fatale. Inviato a Parigi “in missione diplomatica” nel ’49 si isolò e tornò a Bruxelles dove morì improvvisamente 3 anni dopo.

Diversamente da Leopardi, Gioberti vede nella realtà italiana delle potenzialità enormi ed uniche, insostituibili, divine. Esse derivano dal rapporto assolutamente privilegiato tra italia e chiesa cattolica romana. Rapporto che si è costruito e sviluppato nei secoli, che ha generato l’europa la quale, avendo in seguito rifiutato la supremazia italiana e cattolica con la scissione protestante è destinata alla rovina.

 

Leggiamo qualche citazione dal libro”Il primato morale e civile degli italiani” scritto dal Gioberti nel 1843:

-Il primato religioso d’Italia è dunque indubitato, e siccome la religione per la sua natura tiene il primo grado fra le cose umane, ella conferisce agl’Italiani una maggioranza morale e civile. Nel che i dettati della ragione e della storia mirabilmente si accordano.

-L’Italia è l’organo della ragion suprema e della parola regia e ideale, fonte, regola, guardia di ogni altra ragione e loquela; perchè ivi risiede il capo che regge, il braccio che muove, la lingua che ammaestra, e il cuore che anima la Cristianità universale. La qual parola non solo è viva, ma concreta e individua, e in queste sue doti si fonda l’individualità della Chiesa, che non sarebbe una, visibile e perfettamente organata, se non fosse informata e diretta dalla voce suprema del Pontefice

-La libertà cristiana si esercita nel campo delle opinioni, come l’autorità in quello dei dogmi; e dal conserto armonico delle due molle nasce lo squisito temperamento della dottrina cattolica, per cui ella è ad un tempo stabile e progressiva. Questi due principii si trovano sempre a fronte l’uno dell’altro nella storia delle scienze teologiche; giacchè, se l’uno prevalesse, l’insegnamento diverrebbe licenzioso ed eterodosso, ovvero inerte e infecondo, se l’altro predominasse.

-Il Cristianesimo abbellì, nobilitò, santificò la monarchia, ritornandola a’ suoi principii, rappresentandola, come una paternità sociale, e restituendole quel carattere soave ed augusto del patriarcato primitivo, di cui i Cinesi soli serbano un’ombra fra tutti i popoli pagani.

-sinchè la teologia fu governata’ dal senno italiano e durò nel suo fiore, le guerre di essa furono quasi tutte estrinseche, cioè contro gli eretici e gli acattolici di ogni maniera; e quindi opportune, profittevoli e suscettive di ottimo riuscimento

-E che importa all’onore d’Italia, se più secoli appresso alcuni popoli rinnegarono la comune madre? Che prova questa dolorosa scissura, se non che le nazioni, come gl’individui, si rendono talvolta complici di parricidio, e non inorridiscono di ferir colle proprie mani il seno che diede loro la vita? Ma la civiltà, di cui si gloriano questi figli ingrati, è pure un dono italiano; che certo, se le nazioni boreali ai tempi di Arrigo ottavo e di Lutero non fossero già state assai ben costumate e avvezze ad ogni genere di pellegrina cultura, non avrebbero potuto fare i progressi delle età seguenti.

-il genio industrioso e trafficante dei moderni, quando non sia condito e guidato con savio temperamento, non avrà miglior fortuna, perchè i commerci e gli artificii han d’uopo di base, d’indirizzo e di freno, come il comando e la milizia. La qual norma moderatrice non può trovarsi altrove, che nelle dottrine ideali, la cui perfezione è indivisa dalla parola cattolica. E in che stato, per Dio, tali dottrine sono in Francia, nell’Inghilterra e nella Germania da due o tre secoli in qua? Qual è il principio religioso e il precetto morale, che non vi sia stato distrutto o corrotto dall’audacia dei filosofi affermativi o annebbiato e indebolito dai cavilli degli scettici?

Gioberti vede una totale identificazione tra la grandezza italiana e quella papale che è divina.

Italiani , qualunquesiano le vostre miserie, ricordatevi che siete nati principi, e destinati a regnare moralmente sul mondo. Mostratevi pari a questa gran vocazione , e non oscurate il regio segno , che Iddio ha scolpito sulle vostre fronti. Specchiatevi nell’augusto vostro capo, quando vecchio, disarmato e prigioniero a Savona , ricusava di tendere le somme chiavi ad un uomo, in cospetto di cui tremavano gli imperatori e i re: più glorioso e potente era in quel punto Pio di Napoleone. E come allora il canuto Pontefice fu l’ultimo sostegno della indipendenza italiana ed europea contro l’ambizione smisurata di un guerriero, a cui tutto cedeva; così voi, costituiti in qualunque infortunio , salverete la libertà morale e religiosa del mondo, se inflessibili alle lusinghe e alle minacce oltramontane, manterrete illibato il genio vostro e il privilegio sublime,che Iddio vi ha dato. Verrà giorno, in cui le genti ricredute, scosso il giogo dell’opinione tirannica e spezzato il ferro dei superbi dominatori, vi diranno riconoscenti: Italiani, siate di nuovo nostri duci nella via del buono e del vero, poichè voi soli nudriste la sacra fiamma, e deste l’esempio della dignità e moderazione di un popolo fra la prepotenza dei pochi e la viltà dell’universale.

 

Nega l’efficacia nel medioevo del potere imperiale contrapposto dai ghibellini a quello papale vero e unico portatore della civiltà contrapposta al ferro e alla barbarie.

Chi voglia conoscere ciò che sarebbe stata l’ Italia posta al giogo di un barbaro, verbigrazia dell’ imperatore, senza discorrere in aria , legga nella storia ciò che furono le parti di essa soggetto ai vicari imperiali e governate dalle idee ghibelline, paragonandole colle province libere e animate dagli spiriti guelfi. Qual fu la condizione della Marca Trevigiana sotto gli Ezzelini? quella di Lombardia sotto i primi Visconti? Forse le arti nobili, le lettere, lei industrie, i traffichi vi fiorivano del parj, che in Firenze, in Roma, in Genova, in Venezia? Che se le falde alpine e gli orli boi della penisola ci paiono quasi barbari ragguagliatamente al centro e alle pendici appennine, la ragione si è, che nei primi luoghi regnavano le influenze peregrine ed imperatorie ; e negli altri solo albergava il genio patrio e pontificale.

 

Nega che la mancata unità nazionale italiana, attribuita al papato, sia la causa di un mancato progresso economico. Il progresso economico, la prosperità, non è conseguenza automatica dell’unità politica e dipende da molti fattori. Porta l’esempio della Cina che pur unita da secoli è rimasta indietro rispetto all’Europa.

Nè altri creda che l’unità ferrea e pagana, di cui un conquistatore o un signore domestico avrebbe potuto accomodar la penisola, sarebbe stata acconcia a prosperarla col volger dei secoli;

raccogliendosi dalla storia che l’unione politica e il beneficio del tempo non bastano alla felicità di un popolo, quando mancano le altre condizioni opportune. La Cina, benchè una da molti secoli,

invece di far quei progressi, che parrebbero proporzionati ad una nazione, la quale due mila anni sono, godeva già di una cultura superiore per alcune parti a quella di Europa nei bassi tempi ,

miseramente languisce, e con più di cencinquanta milioni d’abitanti è costretta di cedere i suoi porti a un pugno d’ Inglesi. Or che manca alla Cina ? Quel medesimo, che a nove decimi del genere umano ; i quali sono stazionari o dietreggiano , non per difetto di buone forme politiche , ( giacchè un certo incivilimento può accordarsi con tutte,) ma per mancanza di quel principio vitale, che è tanto richiesto al miglioramento delle nazioni quanto al crescere degli individui ; senza il qual principio, il tempo non serve ad altro, che a peggiorare, come quello che porta seco male come bene, ed è impotente a mutar la natura degli esseri, che gli soggiacciono.

 

Grandezza della chiesa romana e delle genti italiche si alimentano a vicenda manifestando innumerevoli  e fatali virtù divine sconosciute agli altri popoli e religioni.

Carlomagno tentò anche di ristorare l’ Italia ; ma egli è scritto in cielo che la redenzione di questa non possa in alcun tempo nascere dagli stranieri. E che nei secoli nono e decimo lo stato civile peggiorasse nella nostra penisola, parmi doversi argomentare da ciò, che in questa sola epoca venne meno quello splendore di virtù e di dottrina , che in tutte le altre illustrò anche umanamente gli uomini assunti alla romana sede. L’Italia non si destò veramente che nel secolo appresso al grido solenne di Gregorio, quando il resto d’ Europa profondamente dormiva; ma allorchè, molto tempo dopo, l’istante dello svegliarsi fu giunto per le altre nazioni noi Italiani ricominciammo a sonniferare, e il doloroso letargo non è ancor finito. L’ultima rovina nacque dallo stesso principio delle altre, con questo divario però, che Roma antica, combattuta fieramente e minacciata più volte dai Galli, pur li vinse, e non cadde che sotto i Germani ; dove Roma pontificale, domatrice dei popoli alemanni, fu esautorata della sua civil  dittatura dalle arti scellerate di un re francese, e dall’ attentato sacrilego del suo infame satellite. Cosi i Tedeschi e i Francesi furono in ogni tempo i nemici d’Italia, alternando l’opera loro a sterminio della comune madre.

(3 – continua)

  Il carattere degli italiani (e dei padani) che non promette niente di buono…

Il carattere degli italiani (e dei padani) 2/ Per Leopardi viviamo per la vanità…

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