Il call center se ne va in Serbia? Fare impresa in Italia è un problema

di MATTEO CORSINI

Qualche giorno fa, Fabrizio Cecchetti, ha dichiarato alla stampa: “Scandaloso. Ecco un’altra ragione per dire, ribadire e urlare che tutto questo accade perché c’è un’Europa che del lavoro e dei diritti se ne frega. E il governo dove sta mentre le aziende delocalizzano per convenienza e i lavoratori sono buttati per strada con stipendi decurtati? Questa è Europa o Africa profonda? Troppo comodo chiudere tutto per trasferirsi in Serbia dove potranno pagare stipendi da 400 euro al mese. Qui il costo del lavoro c’entra ben poco e se si va avanti così a breve si dovrà fare fronte a un grave e diffuso disagio sociale. Il tutto con il beneplacito dell’Europa e del Governo Renzi, che più che al lavoro pensa a non disturbare i grandi manovratori che l’hanno portato a Palazzo Chigi”.

Il Vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia Fabrizio Cecchetti (Lega Nord) ha commentato la decisione di una società di chiudere il call center di Milano, nel quale lavorano 200 persone, per trasferire tutto in Serbia. Cecchetti, che intende presentare un’interrogazione all’Assessore al Lavoro della Regione Lombardia, peraltro presieduta dal suo collega e già segretario di partito Roberto Maroni, probabilmente è mosso da buone intenzioni, ma pare ignorare le basi dell’economia. Qualunque individuo agisce per rimuovere uno stato di insoddisfazione, per soddisfare un bisogno. Da questo punto di vista, ognuno agisce per massimizzare il proprio profitto, che a livello psicologico è inevitabilmente soggettivo. Nel caso di un imprenditore, quindi, non è necessariamente detto che il profitto che intende massimizzare sia quello dato dalla differenza tra ricavi e costi espressi in termini monetari.

Occorre peraltro aggiungere che se l’attività non genera almeno un equilibro tra ricavi e costi monetari, la stessa è configurabile come mera filantropia, ed è destinata in tempi più o meno lunghi a cessare per esaurimento del patrimonio del filantropo. A maggior ragione, però, quando un’impresa ha scopo di lucro, è ragionevole attendersi che l’imprenditore cerchi di massimizzare la differenza positiva tra ricavi e costi espressi in termini monetari. Tale massimizzazione può avvenire aumentando i ricavi e/o diminuendo i costi. Altre vie, in un contesto di mercato, non sono percorribili. Se l’imprenditore ritiene che spostare la produzione del servizio in Serbia (o altrove) possa migliorare la redditività aziendale (in teoria potrebbe farlo per altri motivi, ma supponiamo che lo faccia per migliorare la redditività aziandale), ha poco senso gridare allo scandalo. Premesso che la decisione di delocalizzare è soggetta a esiti incerti e che l’imprenditore potrebbe subire perdite in conseguenza della delocalizzazione stessa, impedirgli di spostare la sede all’estero non sarebbe sufficiente a evitare la chiusura dell’azienda, a meno che Cecchetti non ipotizzi di forzare un’impresa a restare in attività anche contro il volere del proprietario.

In tal caso dovrebbe proporre una regionalizzazione, un provvedimento, quello sì, degno dei peggiori regimi dell’Africa profonda o dell’America latina. In alternativa potrebbe proporre di sovvenzionare quell’impresa affinché continui a mantenere l’attività a Milano. Da un punto di vista economico, la regionalizzazione o la concessione di sovvenzioni sono forme diverse di una stessa impostazione tipica di chi è avverso al mercato e ha la pretesa di imporre ad altri, tramite la legislazione, ciò che soggettivamente ritiene sia meglio. Ovviamente il tutto avviene a spese altrui, ossia a spese del proprietario dell’impresa e/o di coloro che pagano le tasse. Come tutto ciò sia antitetico al rispetto della libertà e del diritto di proprietà (dell’imprenditore e dei contribuenti) dovrebbe essere evidente. Meno evidenti sono spesso le conseguenze inintenzionali di provvedimenti volti a limitare la libertà di impresa per conseguire quello che si ritiene essere il bene comune (o interesse generale che dir si voglia). Come direbbe Bstiat, ciò che si vede sono i posti di lavoro “salvati” a Milano, ciò che non si vede sono invece tutte le attività non fatte (compresa probabilmente la creazione di altri posti di lavoro) con le risorse sottratte ai legittimi proprietari per regionalizzare o sovvenzionare una specifica impresa. Mi rendo conto che politicamente possa portare consenso, ma credo sarebbe il caso di non tirare in ballo il governo o l’Europa. I quali, purtroppo, si danno già da fare a sufficienza per rendere dannatamente complicata l’attività di impresa.

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One Comment

  1. Pedante says:

    http://www.xe.com/currencycharts/?from=EUR&to=RSD&view=10Y

    Colpa forse anche della forza dell’Euro sul dinaro serbo. Una tale volatlità dei tassi di cambio è un’inevitabile conseguenza della cartamoneta.

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