Il burqua sulla civiltà

BURQA di STEFANIA PIAZZO – Non abbiamo ancora fermato i barconi di clandestini, né creato sufficienti mezzi per non lasciare in
circolazione chi è qui senza requisiti e, grazie ad alcuni magistrati, resta in Italia; la Bossi- Fini è naufragata, la società multicuturale mostra tutte le crepe e le spigolosità del caso eppure dal Quirinale sono arrivati più volte gli inviti  ad anticipare i tempi per la cittadinanza agli stranieri. Purché rispettino la Costituzione. Un buon proposito, ma glielo spiegano intanto ai musulmani che la legge italiana vieta di circolare mascherati? L’integrazione così sponsorizzata non perde forse di vista quanto sta accadendo attorno a noi?
A parte i tagliagola, quali altri motivi di dipendenza (a parte anche il petrolio) e di debito culturale o morale deve la nostra civiltà al mondo arabo in modo da poter giustificare l’invito a riconsiderare sotto una luce progressista, modernizzatrice, l’assedio dei loro diritti coranici a casa nostra? A parte che li ringraziamo per aver portato da Oriente a Occidente il gioco degli scacchi (ma fu
inventato da altri). Che gli siamo grati per l’algebra, la cartografia, l’astronomia, la medicina, la filosofia. Anche se non è tutta farina del loro sacco ma di una sapiente digestione e ritrasmissione della scuola e del pensiero ellenistico e della cultura tardo-romana.

A parte che neanche la bussola è un’attribuzione certa. Forse fu più cinese che araba e in ogni caso fu Claudio Gioia a perfezionarla in
modo definitivo. A parte che furono gli arabi cristiani a tradurre Aristotele e l’intero patrimonio ellenistico e che la fedeltà della trasmissione del pensiero aristotelico la dobbiamo più a San Tommaso che ad Avicenna e Averroè. A parte che «la grande civiltà araba terminò nella Cristianità. Gli eredi sono nell’Occidente cristiano, non nel mondo islamico (…). L’islam si rivelò incompatibile con la
filosofia. La scelta fu di fermarsi al Corano, bloccando la dinamica del pensiero » (Baget Bozzo, Di fronte all’Islam).

A parte che «Fino all’XI secolo la medicina araba si è evoluta grazie ai cristiani arabi. I più grandi nomi della medicina, per quattro secoli dopo l’avvento dell’Islam, non sono musulmani, ma in maggioranza cristiani» (l’islamologo Samir Khalil Samir, L’Islam, una realtà da conoscere). E che, infine: «I freschi dominatori arabo- musulmani non soltanto imposero e determinarono un nuovo regime o sistema
imperiale – il califfato – ma lo fecero nei confronti di civiltà che sentirono da subito superiori e da cui si disposero, senza mai recedere dal mutato quadro dell’Islam, a imparare e ricevere e adottare ciò che di meglio era stato da esse prodotto e custodito, però facendolo orgogliosamente rifluire nella lingua araba» (Luca Montecchi, L’incontro storico tra Islam e Occidente). Ci fermiamo qui. Ma questo quadro di copia-incolla trova oggi una nuova palestra di applicazione nella dottrina del terrore globalizzato.

Una grande inquietudine ci prende consapevolmente sempre di più, mano a mano che questa guerra mostra il vero volto del terrorismo globale islamico, che in Asia e Africa gioca solo una delle sue battaglie.
L’Islam che sgozza viaggia su internet, si diffonde nel mondo attraverso le comunicazioni globali, attrae a sé combattenti dalle diverse nazionalità, fa opera di proselitismo in Europa, avamposto dichiarato per arruolare e poi avviare colà all’addestramento. Se ne frega dei pacifisti o dei giornalisti noglobal che danno soccorso.

Perché, alla faccia del dialogo interreligioso e delle copertine dei giornali che mostrano il volto buono, mite, degli imam moderati benché lieti che la propria moglie faccia il bagno come un palombaro, c’è «un solo dio in cielo e un solo imperatore in terra», mi ricordava – parafrasando il motto coranico – un amico che ci sta per recensire un libro sulla storia delle razzie musulmane a casa
nostra. In un rapporto con la nostra civiltà segnato da scambi e da scontri, all’insegna indeclinabile dell’infinito predare, rapire, ricattare, piratare, terrorizzare, insanguinare, com’era durante le incursioni, le invasioni, i piani di conquista in Occidente nei secoli da Guadalete a Poitiers, da Lepanto (dove affogò il sogno di conquista, per ripartire l’11 settembre), a Vienna, oggi siamo spettatori e vittime di questo attacco premeditato, di riscossa, del totalitarismo islamico. Complici?

Quella folle marcia ingranata verso il multiculturalismo è «frutto – come scriveva solitariamente Panebianco nell’aprile
2004 sul Corsera, prima che il quotidiano preferisse fare appello all’unità nazionale in prima pagina quale esorcismo e strategia per superare i sussulti di paura verso le minacce di Al Qaeda – del relativismo culturale, dell’idea secondo cui tutte le tradizioni culturali,
anche quelle che, ad esempio, negano i principi di libertà individuale e di uguaglianza giuridica, debbano trovare rispetto e protezione legale al pari della nostra».

 

Il burqa, scusate tanto, non rientra in questa categoria? E come mai in questa battaglia di emancipazione non si levano i cori dei progressisti? Neanche la Francia dello Stato giacobino riesce a tenere a bada le rivendicazioni della comunità islamica, che attende di crescere forse un po’ di più demograficamente per spostare politicamente l’asse delle decisioni.

È solo questione di tempo, in fin dei conti, l’ha ben detto il presidente turco Erdogan 11 anni fa a chi storceva il naso per l’entrata di
Ankara nella Ue: «E che sarà mai, perché tante perplessità? L’Europa non è un club cristiano». Lo ricordate?

Non sarà un club cattolico, però vorremmo restasse, per storia e civiltà, un avamposto cristiano. Ma forse Erdogan ha ragione, hanno segato via le sue radici, stanno facendo cadere una a una le sue teste. Le sue chiese sono vuote, le troppe prediche sfilacciate dei suoi
preti ci annoiano (lo ha ricordato persino l’arcivescovo della diocesi di Ambrogio). Ci disorienta il continuo appello alla solidarietà non responsabile. Ci facciamo prendere dall’esoterismo e dai Codici da Vinci, dal mistero, e ammiriamo persino coloro che, in nome di un Dio, combattono, visto che i kamikaze piacevano a un italiano su dieci. E domani?

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