Identità e libertà, due racconti brevi per non dimenticare

di GILBERTO ONETO

La Lega (e con essa il mondo autonomista) è sempre stata descritta come una oscura boscaglia di ignoranza e di grettezza culturale e bisogna ammettere che la Lega-partito non ha mai fatto molto per scrollarsi di dosso una nomea del genere, anzi è spesso sembrata molto impegnata a cercare di essere proprio quello che i più malevoli denigratori volevano che fosse. La storia è tristemente nota: chiunque avesse qualche capacità o competenza culturale, qualche titolo accademico o qualche medaglia scientifica era inesorabilmente allontanato: non poteva essere altro che un infiltrato, un massone (chissà perché?) o un agente dei servizi segreti (che in Italia sono notoriamente stipati di raffinati intellettuali).

I risultati sono tragicamente evidenti: mezzi di comunicazione rudimentali impasticcati di ufologi e di poeti della domenica,  parlamentari alla Isidori, inesistenza di libri e pubblicazioni nelle sedi o nei gazebo, nessuna presa di posizione culturale, balbettii e grufolamenti.

Eppure tanta gente di buone letture e di capacità è anche riuscita a sopravvivere fra le pieghe del corpaccione leghista, in ombra, al di fuori di ogni canale di comunicazione ufficiale. Fra i militanti si trovano ancora tanti esempi di buon senso e anche qualche vera e propria perla. Settimane fa  mi è stato fortunosamente recapitato un fascicolo di racconti di Riccardo Pozzi,  che – lo devo confessare – stavo per gettare in un angolo dopo avere visto che è stato presentato da un ras leghista, con tanto di “On.” davanti al nome. Per fortuna mi hanno colpito la copertina   e, soprattutto, il titolo, Il vizio di non chiedere, straordinaria e concisa divisa della nostra gente. L’ho letto e ho fatto bene: ho trovato otto brevi racconti bellissimi, entusiasmanti e a tratti commoventi.  Vi si trovano dentro i sapori di Guareschi e la freschezza di Brera. Pozzi non è un letterato, nella vita si occupa di saldature, ma è un uomo colto e sensibile: non farà mai carriera  in questa Lega  ma è una preziosa pedina del grande gioco della nostra libertà e della nostra identità.

Pubblichiamo di seguito un paio di tali racconti ma sono sicuro che il Direttore  ne pubblicherà nel futuro anche altri perché il libricino non ha un editore, una distribuzione e non può essere acquistato in nessuna libreria. E ai nostri lettori piaceranno. È roba di casa nostra.

DUE RACCONTI

1- Il Maresciallo

In un pomeriggio di nebbia, una signora sulla cinquantina entra in un piccolo cimitero di un paesino della bassa mantovana.

Pochi minuti e la signora viene avvicinata da un tizio dal fare irrequieto e furtivo. Le punta un cacciaviti davanti al viso intimandole di vuotare la borsa. Un’ora dopo la signora è seduta davanti al maresciallo comandante della locale stazione dei Carabinieri.

«…veniva avvicinata da uno sconosciuto … dal marcato accento…» 

«Accento..?» chiede il maresciallo con consumata cantilena professionale.

«Un accento …meridionale…»  risponde con leggero imbarazzo la denunciante. Ma il comandante, come ridestato da quella fastidiosa generalizzazione insiste: «Signora mia che vuol dire meridionale? Ci sono tanti accenti… il sud è grande… il rapinatore aveva accento meridionale ma di che tipo?»

La signora guarda senza parole la faccia inopportunamente sorridente del graduato, si alza con calma e, raccogliendo la borsa sul tavolo, replica:  «Tipo il suo, maresciallo».

2- Il vizio di non chiedere

Attilio è sulla sessantina e le mani tradiscono il lavoro in campagna fin da ragazzino. La sua azienda agricola è una specie di impero: due stalle infinite, ettari di coltivazioni intensive, macchine e strutture tecnologicamente avanzate, ordine e pulizia nella corte settecentesca del basso bresciano.

Quando Attilio comincia a raccontare di suo padre, gli diventano rossi gli occhi e si tocca il naso di continuo.

«Papà aveva sentito nella televisione del terremoto del Friuli, sembrava un gatto in gabbia, “Quella povera gente – diceva – come posso stare fermo qui?”

Quelli del consorzio agricolo lo avevano cercato perché dai comuni disastrati arrivavano notizie di contadini sul lastrico, animali morti nelle stalle crollate e si cercava di organizzare qualcosa, un invio di aiuti. Ma mio padre sembrava irrequieto.  “Quella gente non dirà mai di cosa ha bisogno, non è abituata a chiedere, piuttosto si lascia andare… – ripeteva nervosamente – hanno il brutto vizio di non chiedere…”»

Attilio è di poche parole ma questo episodio lo racconta volentieri.

«Una mattina, mentre scendo per aiutare i miei fratelli nella mungitura mi accorgo che il papà è da tempo impegnato nel caricare una delle migliori olandesi della stalla sul carro del trasporto bestiame, lo guardo senza parole mentre riceve un sacchetto da mia madre con del pane e del formaggio. Mi fa cenno di mettermi qualcosa addosso e di salire con lui. Trecento chilometri per raggiungere l’alto Friuli, in un paesino sperduto e raso al suolo. Arriviamo in tarda sera davanti ai poveri resti di una piccola azienda agricola, mio padre scende, porta l’imponente animale giù dall’autocarro e lo consegna nelle mani del contadino, che guarda per terra, con una espressione che non posso scordare. Si sentiva umiliato di dover accettare ma era consapevole di avere bisogno. Il papà, senza guardarlo in faccia per non imbarazzarlo, si rimette al volante, gira il camion e torna a casa.»

Attilio è commosso mentre ricorda quel giorno e io non posso fare a meno di chiedermi quanto fosse profondo il valore di quel silenzio, sia nel donare, sia nel ricevere.

Quanto sia dignitoso il silenzio mantenuto nella disgrazia e quanto nobile il vizio di non chiedere.

Nel 1980 Attilio è al circolo AVIS quando riceve  la notizia del terribile sisma in Irpinia. La mobilitazione di quei giorni, i volontari per portare aiuti, l’esercito di leva per togliere le macerie di interi paesi sbriciolati, Attilio mi racconta di una notte intera per scendere nella provincia di Avellino.

Al mattino lui ed altri volontari si aggiravano fra la desolazione dei crolli per cercare aiuto, un po’ di braccia per scaricare i camion di derrate alimentari.

Ricorda con amarezza le risposte di quei ragazzi che non vollero aiutarli.

Non toccava loro, dissero. Rammenta quel contrasto di sentimenti, la pietà per chi era stato colpito dalla tragedia e la rabbia verso chi trovava il tempo di tenere le mani in tasca e alzare le spalle, anche in mezzo ai morti.

Poi mi racconta delle raccomandazioni che una madre dava a una ragazzina che si aggirava nel caos degli aiuti, chiedendo denaro: «Tu chiedi, chiedi sempre, pure se dicono di no, chiedi ancora…»

Mi saluta, Attilio, con una vigorosa stretta di mano, chiosando con un «Sono tempi andati… è tutto cambiato…»,  ma mentre mi sorride, guardo una foto di suo padre sul trattore, appesa sopra lo specchio dell’ingresso.

A me sembrano uguali.

(da lindipendenzanuova.com del 12 luglio 2013)

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3 Comments

  1. RENZO says:

    Impossibilia meno tenetur!
    Sempre grazie Gilberto!
    WSM

  2. Borbonia Felix says:

    E’ solo colpa Vostra se i Borbonici,spinti dalla fame per colpa della porca italia, hanno fatto del male…voi ne avete fatto a noi molto prima quando eravamo benestanti prima di essere conquistati e depredati da voi…la Storia si ripete !

    http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-06-30/eurobond-fecero-unita-italia-190357.shtml?uuid=AbDwao0F&refresh_ce=1

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