I vinti del Risorgimento. I maneggi dei Savoia per capovolgere la storia

vintiIl meglio de lindipendenza

di SILVIA GARBELLI – Di taglio storiografico revisionistico, questo libro affronta il fenomeno risorgimentale da un punto di vista meridionalistico. Si tratta, infatti, della situazione creatasi nel Regno delle Due Sicilie a causa del processo della cosiddetta “unificazione italiana” esattamente tra gli anni 1860 e 1861. Il periodo preso in considerazione è dunque breve, ma la trattazione degli avvenimenti è intensa e avvincente come nelle migliori ricostruzioni storiche. A dispetto delle consuete litanie italopatriottarde, l’autore ci propone una lettura veritiera di quanto forzata e forzosa è stata l’unione degli Stati Preunitari e cosa abbia comportato nella vita della sua dinastia, i Borbone e a quella dei suoi sudditi. Nell’introduzione, l’autore auspica la necessità di fare chiarezza affinché si affermi la verità dei fatti accaduti, proprio a fronte della consapevolezza della menzognera storiografia ufficiale ancora presente in gran parte degli attuali libri in uso nella scuola italiana.

Frutto dell’attività di ricerca e di consultazione dell’Archivio dei Borbone, a Napoli, della “Gazzetta di Gaeta” e di documenti personali,
questo libro è dichiaratamente «un saggio di approfondimento circa i “Vinti” e le fasi delle operazioni dell’esercito borbonico ». Si accenna a sfaccettature di una controstoria che smaschera «una costruzione politica elaborata a tavolino, di cui l’artefice principale fu Cavour attraverso maneggi diplomatici, l’utilizzo abile di infiltrati e di corruzioni»; o a logiche economiche relative a «interessi dei latifondisti meridionali» coincidenti con «quelli dei ceti del capitalismo settentrionale » sabaudo, oltre agli interessi delle Nazioni europee, come Inghilterra e Francia, che agirono in una prospettiva di opportunistica ingerenza. Adducendo un’ipotetica richiesta di «necessità di cacciare lo straniero» Borbone, si sostiene come vi sia stata la volontà di punire uno «Stato protezionista, con barriere doganali, isolato nel contesto internazionale».

Si tratta, dunque, di una sconfitta, ma è subita con onore e gli aneddoti descritti pongono in luce una situazione generalmente sconosciuta. Benché il rifiuto di Di Fiore a «…mettere in discussione l’indissolubilità dell’Italia…» suoni per noi padanisti particolarmente stonato a lettura compiuta, ci viene dallo stesso autore ricordato che la conoscenza dei fatti, oltre a rendere la giusta dignità alle vittime del Regno borbonico, farebbe comprendere al meglio le condizioni socioeconomiche che dall’inizio segnarono l’assetto della nuova Entità Statuale italiana. Alla luce di tale considerazione, nella lettura si avverte, talvolta, una sorta di confusione terminologica circa l’aggettivo “italiano”, utilizzato sia come sinonimo di “piemontese” che “borbonico”.

Poiché non avvertiamo alcun sentimento identitario italiano e per ovviare all’abuso lessicale che rende meno chiara la comprensione degli avvenimenti narrati, si suggerisce qui di definire “piemontese” un popolo: ciò non può certo essere riferito a un esercito, composto da soldati provenienti dalle diverse attuali regioni padane, o a una dinastia come i Savoia, che chiameremo sabauda; invece, per definire le popolazioni del Regno delle Due Sicilie e quanto a loro relativo si utilizzerà il termine “borbone” o “borbonico”.

Tutto il processo risorgimentale è una serie di brutali azioni militari. I diciannove capitoli nel libro includono le manovre truffaldine seguite alla Spedizione dei Mille, gli imbrogli della politica di corruttela ideata dal Conte di Cavour per distruggere l’esercito borbonico, l’imposizione di moneta, Codici e tradizioni nuovi, ma soprattutto gli scontri sui fiumi Volturno e Garigliano nell’attuale Campania, le capitolazioni delle fortezze di Capua (Caserta) e di Gaeta (Latina), oltre alle conseguenze tragiche nella vita di gente che – a differenza di quanto le Alte Istituzioni Ufficiali italiane si sforzano di diffondere – cercò in tanti modi di opporsi. Ed è una storia vera, supportata da una ricca bibliografia estremamente dettagliata, lettura nella lettura del libro.

La sensazione principale è di rivivere il dramma di quelle Genti che, come i Padani, hanno subito una volontà esterna e violenta, senza comprenderne, allora, le motivazioni. Siamo agli inizi di settembre 1860: l’abbandono di Napoli, capitale dello Stato delle Due Sicilie, da parte del giovane erede Borbone, Francesco II, dipinto dalla storiografia ufficiale come un sovrano piuttosto inerme, segna il tentativo di affrontare l’occupazione dell’esercito di Garibaldi, agevolato da interventi della Marina inglese, come scrisse anche Massimo D’Azeglio all’ammiraglio sabaudo Carlo Persano. Da Gaeta, sede del comando e del Governo, Francesco II avrebbe probabilmente organizzato una linea difensiva più efficiente. Il Re «si fidava dei suoi ufficiali» poiché «… era in loro più forte il senso dell’onore…», «ma si sarebbe
ricreduto»: vari ufficiali si distinsero per comportamenti negativi e furono degradati, come il generale borbone Francesco Landi, che suonando la ritirata a Calatafimi (Trapani) nel 1860 si rivelò «corrotto dai Garibaldini».

Va inoltre rilevata una misteriosa ribellione degli ufficiali svizzeri della guarnigione di militari stranieri, forse per «l’influenza della mano sobillatrice dei liberali in contatto con il Piemonte» (o Regno sabaudo). Anche nella Marina borbonica alcuni ufficiali tradirono: fu emblematica l’adozione su quasi tutte le navi del tricolore con lo stemma dei Saautore: Gigi Di Fiore voia, oltre al rifiuto di accompagnare il Re a Gaeta, dove giunsero però quei militari che giurarono fedeltà a una Patria non ancora perduta. Mentre l’offensiva sabauda conquistava lo Stato Pontificio, «cominciarono i primi scontri a fuoco tra garibaldini e borbonici», con la presa del paese di Caiazzo (Caserta). A fine Settembre, sul Volturno, i contrasti fra gli ufficiali borbonici Giosuè Ritucci e lo svizzero Giovan Luca Von Mechel, un eccessivo attendismo e una strategia inadeguata determinano la vittoria sabauda.

Intanto, «a Napoli, Garibaldi si comportava da padrone» e «disponeva a suo piacimento dei beni strappati all’ancora legittima dinastia Borbone», fra cui «… l’eredità lasciata da Ferdinando II – padre di Francesco II – ai suoi dieci figli». Poiché, affergiuridica ma l’autore, «non c’era alcuna volontà espressa dal popolo meridionale», «ma c’era da fare l’Italia unita, come solennemente affermava Vittorio Emanuele II», si fece ricorso all’intervento militare. Le operazioni per la conquista di Capua presero il via il 20 ottobre in Abruzzo e in Molise, ove «quel bacino di ribellione e fedeltà alla Patria napoletana… sarebbe sfociato, tra il 1861 e 1863, nel brigantaggio…». L’azione diplomatica fu l’altro fattore determinante. «La legittimazione affergiuridica, a invasione avvenuta», si concretizza attraverso un falso plebiscito con un bando del 23 Ottobre e ciò dimostra «come l’Italia sia stata una costruzione elitaria di natura politico-militare, priva del consenso generale». Si trattava, senza dubbio, di una «violazione del diritto internazionale: un’invasione di uno Stato in pace, senza dichiarazione di guerra…».

Non votarono né i soldati impegnati al fronte, né i prigionieri e le loro famiglie, né le donne, né i contadini e gli analfabeti; «votarono, invece i garibaldini, e tutti gli stranieri presenti nell’Esercito meridionale». E si votava «sotto lo sguardo vigile della polizia», controllata
dal prefetto e Ministro dell’Interno don Liborio Romano, una polizia composta da «camorristi, Guardia nazionale e soldati di
Garibaldi». Il quale, da governatore, «…già sei giorni prima aveva provveduto a firmare il suo decreto numero 275 in cui, senza tanti preamboli… le Due Sicilie» erano «parte integrante dell’Italia…», impegnandosi a consegnare «la dittatura nelle mani del Re». A nulla valsero gli appelli lanciati dal Borbone in questi anni alle Nazioni Europee.

L’imperatore francese Napoleone III era «già da tempo votato anima e corpo agli accordi con i Savoia»: nella primavera del 1860 suggerì a un fiducioso e illuso Francesco II la reintroduzione della Costituzione del 1848, non richiesta dal popolo; il 30 e 31
ottobre 1961 nella battaglia sul fronte del fiume Garigliano, lasciò campo libero alle navi sabaude del Generale Carlo Persano.
D’altra parte, «l’Imperatore era stato alleato di Vittorio Emanuele II contro l’Austria e aveva messo per iscritto le sue idee sulla suddivisione politica dell’Italia: organizzazione federale, con tre Stati. Idea respinta da Cavour». Ci rammarichiamo che questa soluzione
non si stata attuata.

Non meno ipocrita fu l’atteggiamento della Gran Bretagna, dettato da un «tipico pragmatismo anglosassone, che valutava più conveniente, per gli interessi economici britannici in Sicilia e nel Mediterraneo, avere come interlocutore Cavour anziché i Borbone». Significativo il sostegno militare a Garibaldi, nonostante il Ministro degli Esteri inglese Lord John Russel, definì il falso plebiscito «una mera formalità». La proposta austriaca alle Nazioni Europee per un intervento armato in difesa del principio del legittimismo e a favore del Regno delle Due Sicilie fu bocciata. E ciò rappresentò una sorta di legittimazione all’intervento sabaudo. L’esercito napoletano, dopo aver perso l’Abruzzo, manteneva le fortezze di Capua e Gaeta, oltre a quelle di Messina e Civitella del Tronto(Teramo). Dapprima si abbandona in ritirata l’avamposto sul Volturno per quello sul Garigliano; da qui il 3 Novembre la disperata e coraggiosa resistenza si rivela inefficace agli intensi cannoneggiamenti e alle forze messe in campo dall’esercito dei Savoia. La situazione assume tratti sempre più violenti: il generale sabaudo Enrico Cialdini ricorre alle fucilazioni senza processo per tutti i civili che opponevano resistenza e a «maltrattamenti ai prigionieri». Nell’avanzata verso la fortezza di Capua, ultimo baluardo dell’esercito borbonico, seguono fasi di tregua e combattimenti, assedi, fame e malattie. L’assedio fu condizionato da una penuria di munizioni; i sacrifici economici per mantenere i soldati e il loro equipaggiamento, cavalli compresi, diventarono sempre più insostenibili.

Ma insieme al Re e alla Regina Maria Sofia la popolazione sopportò anche i bombardamenti tecnologicamente innovativi dei cannoni sabaudi e soprattutto l’impazienza di Vittorio Emanuele II, che, con «un regio decreto… dispose criteri e collegi elettorali, fissando per il 27 gennaio 1861 l’appuntamento con le prime urne dell’Italia unita». Inesorabile, segue la capitolazione con un elevato numero di perdite umane. L’esilio di Francesco II a Roma presso il Papa non pone fine al conflitto, che si trasforma in guerriglia. Nell’ex- Regno delle Due Sicilie i cosiddetti “briganti” costituivano, infatti, il risultato di un malessere socioeconomico e una disillusione diffusa: «Se quei ribelli fossero riusciti a rovesciare il neo-Governo unitarioripristinando quello borbonico, sarebbero probabilmente diventati dei patrioti», afferma l’autore. In Abruzzo, Lucania, Puglia e Matese si costituisce un gran numero di
bande armate in risposta alla repressione armata, all’invio di soldati non autoctoni e col sostegno delle popolazioni locali.

L’adesione al Nuovo Stato – mai Nazione – fu poco sentita. Così, «I più tartassati, all’alba del Regno d’Italia, furono proprio i militari borbonici: i veri Vinti del Risorgimento». Una minima parte degli ufficiali entrò nell’esercito sabaudo perdendo i gradi conquistati: era «solo un passaggio formale». I più recalcitranti finirono la loro esistenza prigionieri deportati nelle carceri, spesso con funzione repressiva, come la fortezza di Fenestrelle in Val Chisone (Torino). Dal 1870, «finita la rivolta armata, stroncate le bande sui monti, cominciava la grande emigrazione…». Forse, anche per gli eredi di quelle Genti è proprio tempo di vivere un’ “altra storia”.

(da “Il Federalismo”, direttore Stefania Piazzo)

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3 Comments

  1. Alessandro Guaschino says:

    Basterebbe andare a guardare i registri doganali statunitensi, argentini o brasiliani e controllare la provenienza regionale dei vari immigrati per capire ch e i veri “vinti” della cosiddetta unità italiana furono i piemontesi, liguri, lombardi, veneti e friulani…..in Austria hanno finalmente iniziato ad insegnare come andarono realmente le cose durante il risorgimento, a quando lo stesso in Italia?

  2. luca says:

    I vinti del Risorgimento furono anche i Piemontesi, poichè non poterono votare l’Unità e furono fucilati in Piazza S.Carlo a Torino il 22 settembre 1864 dai carabinieri, in quanto restii a perdere la loro capitale per Firenze.
    Per tanti anni dopo il 1848 , furono costretti a mantenere con i soldi delle loro tasse gli esuli emigrati a Torino del lombardo – veneto e meridionali,che venivano ad implorali di venirli a liberare .
    ————————————————-
    Il veneto Daniele Manin:
    -“Cavour è una grande capacità, ed ha una fama europea.
    Sarebbe grave perdita non averlo alleato , sarebbe gravissimo pericolo averlo nemico.
    Credo bisogni spingerlo , e non rovesciarlo.
    Conviene lavorare incessantemente a formare l’opinione. Quando l’ opinione sarà formata ed imperiosa , sono persuaso che ne farà la norma della sua condotta.
    Evitiamo sopratutto qualunque atto che possa dare il menomo sospetto che si faccia una guerra di portafogli. Guai a noi se dessimo appiglio ad una simile accusa! La nostra influenza sarebbe perduta per sempre. Se in seguito la pubblica opinione domanderà imperiosamente l’impresa italiana, e Cavour vi si rifiuterà, allora vedremo.
    Ma io credo Cavour troppo intelligente e troppo ambizioso per rifiutarsi all’ impresa italiana quando la pubblica opinione la domandasse imperiosamente. Sono convinto che la sottoscrizione al proposto simbolo di fede politica non riuscirebbe , almeno per ora. Le ragioni di questa mia convinzione sono molte , e sarebbe lungo e faticoso esporle partitamente. Lo farò quando la mia testa sarà un po’ meno ammalata.
    Oggi mi limiterò a dirti che, a mio avviso, prima di occuparsi del novero dei neofiti , bisognerebbe continuare attivamente la predicazione [ a Torino , a favore dell’unità ndr ], e moltiplicare gli apostoli, e procurarsi pergami opportuni. Finora i soli apostoli eravamo noi due : se ne aggiunse un terzo eccellente , La Farina [siciliano].
    Non basta: conviene trovarne altri. Pergami, non ne abbiamo. Nessun giornale italiano finora ci aperse incondizionatamente le sue colonne : io sono costretto servirmi della stampa inglese, tu dei fogli volanti.
    Quindi la nostra dottrina politica non è ancora con sufficiente larghezza esposta, svolta, discussa, diffusa. Quindi i neofiti non possono essere abbastanza numerosi , né sufficientemente istrutti nella fede che fossero disposti ad abbracciare.
    Un uomo che non posso nominare, ma che è in posizione d’ essere molto bene informato , mi disse alcuni giorni sono : « Vous ètes dans le vrai , mais je crains que vous ayez commencé trop tard : il faut beaucoup de temps pour que les idées neuves et hardies puissent ètre répandues et acceptées.» Spero che fra breve tornerai a Torino.
    Là potrai più agevolmente occuparti della predicazione [ a favore dell’unità ndr ], degli apostoli e dei pergami.
    E potrai pure con mezzi indiretti esplorare i progressi della nostra fede senza allarmare gli orgogli e le vanità de’ nostri uomini politici , che non vogliono riconoscere capi , né assoggettarsi a discipline, e senza esporsi a rifiuti poco onorevoli , e alla trista umiliazione di un fiasco” https://archive.org/stream/bub_gb_ZDRTpDLQwpkC#page/n81/mode/2up/search/apostoli
    ————————————————
    Il milanese Giorgio Pallavicino al veneto Daniele Manin:
    -“Noi abbiamo nel piemontesismo un nemico sommamente pericoloso, un nemico implacabile.
    I Piemontesi, tutti i Piemontesi dal conte Solaro della Margherita all’avvocato Angelo Brofferio , sono macchiati della stessa pece.
    All’Italia con una metropoli: Roma, essi preferiscono un’ Alta Italia con due capitali: Torino e Milano.
    Camillo Cavour è piemontesissimo ! … Allora solo noi potremo avere speranza d’incatenarlo al nostro carro, quando gli avremo posto il coltello alla gola.
    Ma tu mi dici che la nostra dottrina politica non è ancora con sufficiente larghezza esposta , svolta, discussa, diffusa;… che quindi i neofiti non possono essere abbastanza numerosi , nè sufficientemente istrutti nella fede che fossero disposti ad abbracciare.
    Ciò è possibile. Facciamo dunque di diffondere sempre più il nostro vangelo , continuando la predicazione, moltiplicando gli apostoli e procurandoci pergami opportuni.”
    https://archive.org/stream/danielemaninegi00pallgoog#page/n299
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    -“Nell’ ultima mia lettera io ti dicea che tutti i Piemontesi sono municipali. Tu puoi obbiettarmi : « Se tutti i Piemontesi sono municipali, sarà egli possibile l’abbattere Camillo Cavour, il Piemontese per eccellenza , come tu dici?»
    Rispondo: Lo Stato subalpino, per buona sorte, non si compone soltanto di Piemontesi: si compone anche dell’elemento italico; perciocchè non sieno piemontesi, quantunque aggregati al Piemonte , i Liguri , i Sardi , gli abitanti di Novara, di Casale e d’Alessandria; non sono piemontesi i cinquantamila fuorusciti , operai , artisti , ingegneri , medici , giureconsulti , uomini letterati ed uomini militari che oggi hanno stanza in Piemonte.
    Ecco l’ elemento su cui può far disegno il « Partito Nazionale Italiano».
    Quanto ai Piemontesi puro sangue credo giusta la mia sentenza.
    Per averli con noi , dovremo trascinarli , non essendo sperabile ch’essi ci seguano volontariamente.” https://archive.org/stream/danielemaninegi00pallgoog#page/n301
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    -“La Farina non mi ha consultato prima di metter fuori la sua idea d’annessione della Sicilia al Piemonte.
    Ma io non partecipo a’ tuoi timori su questo proposito.
    La Farina , emettendo questa idea , volle combattere nel tempo stesso il municipalismo siculo ed il murattismo napoletano.
    Questa idea suona in Napoli : « Se scegliete Murat , noi ci separiamo. » E suona in Palermo : « Se vi separate da Napoli, dovete unirvi al Piemonte. » La Farina, uomo di senno e uomo d’onore, è tutt’ altro che murattista; ma non mi stupirei che lo fosse **•; io ho di costui una tristissima opinione. https://archive.org/stream/danielemaninegi00pallgoog#page/n331
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    Centosessanta veneti tra i Mille con Garibaldi: “Italia Libera, Roma Libera, Venezia Libera e Giuseppe Garibaldi Liberatore.
    Non si tratta di slogan risorgimentali, ma dei nomi dati ai propri figli da Pietro Freschi, nato ad Altavilla Vicentina nel 1842, che ricorda in questo modo curioso il suo passato di garibaldino.” http://ricerca.gelocal.it/mattinopadova/archivio/mattinodipadova/2010/05/05/VT1MC_VT101.html??
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    Il pugliese Giuseppe Massari, esule a Torino per una decina di anni, scrisse:
    “Né la stampa italiana falli al suo debito; non ci era su questo argomento nessuna diversità di linguaggio : a Torino la Concordia ed il Risorgimento, a Genova la Lega italiana ed il Corriere mercantile, a Firenze la Patria e l’Alba, a Pisa l’Italia, a Roma il Contemporaneo, a Bologna il Felsineo, svolgevano lo stesso tema, bandivano lo stesso principio : Italia ab exteris liberanda..
    Il Piemonte era stato l’ultimo ad entrare nella via delle riforme, ma ad un tratto aveva occupato il primo posto; il giorno in cui Carlo Alberto si appigliò alla risoluzione magnanima, fu gioia indescrivibile da un capo all’altro d’Italia, poiché tutti o per istinto o per ragionamento sentirono e compresero che finalmente la causa della indipendenza nazionale aveva la sua spada.”
    https://archive.org/stream/bub_gb_lUWVHnrZbpQC#page/n19/mode/2up/search/spada
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    Il lombardo ANTONIO CASATI:
    « Si; la Lombardia che geme crede ìn quel principio, che unanime acclamava nei giorni della speranza ; tien fiso lo sguardo in questa bandiera italiana che sventola nelle città subalpine; confida in questa stirpe di principi [Savoia ndr] che è ferma nei suoi giuramenti; spera in questa libera terra [il Piemonte ndr.], ove è nerbo di forze italiane, politica onestà, amore di libertà ordinata e fede nell’avvenire d’Italia.» Torino, il 15 febbraio 1853 https://archive.org/stream/milanoeiprincip00casagoog#page/n14/mode/2up
    ——————————————————–
    Il lombardo Giuseppe Robecchi:
    « No, la causa d’Italia non è perduta. E la causa della verità, e della giustizia; e la verità e la giustizia non muoiono mai. Guardati però intorno o CARLO ALBERTO. Vedi? T’hanno lasciato solo a difenderla. Il Borbone di Napoli vagheggia il ritorno de’ bei dì dell’ assolutismo, e prepara prigioni e patiboli pel Popolo che lo forzò al dono del 29 gennaio; è una belva: avea cambiato il pelo, ma non il vizio. Pio Nono ha abdicato alla supremazia morale del mondo: anch’egli fece per viltà il gran rifiuto, e spaventalo del bene che inconscio aveva fatto , al mondo scandolezzato annunzia, ch’egli è innocente del delitto d’aver benedetto Italia e libertà.
    Leopoldo non aveva creduto che il rimbombo de’ cannoni potesse rompere l’alto sonno nella testa a Toscana sua; vistala svegliarsi, fuggi, e nell’esilio distilla papaveri per il dì che la mano dell’austriaco lo riponga sul trono.
    Vili, mentitori a coscienza e a giustizia, traditori a Dio e al Popolo, l’hanno lascialo solo! Ma con Lui è la fede, e l’amore; la fede inconcussa noveri eterni, l’ amore indomito del bel Paese. Intorno al trono cento codardi pregano pace; pace insinuano Francia ed Inghilterra, invide e paurose della futura grandezza d’Italia, e l’Austria che crede appena alle insperate sue vittorie dimanda pace. Pace? No: prima dovrai sgombrare dal suolo d’Italia, poi parleremo di pace.
    E alto levato qui sventola il tricolore vessillo; e intorno a lui si raccolgono quanti hanno in cuore amore di Patria; sono ristorate, rifornite, rafforzate, raddoppiatele file dell’esercito, ancora glorioso. Ei [Carlo Alberto ndr ] viene, e le scorre, e le numera; sono centomila combattenti, agguerriti, animosi.
    Oh quanto gli tarda di varcare il Ticino!
    O Lombardia, terra diletta, è presso al suo termine il tuo martirio; o Venezia, resisti, resisti ancora, fra poco verrò. […]
    Miserabili! che cosa speravate? Che Italia avrebbe rinunciato alla sua indipendenza, alla sua libertà? Sentitela, ora più che mai Italia freme libertà, indipendenza… e l’avrà.» – https://archive.org/stream/bub_gb_skJMqChoeJIC#page/n11/mode/2up
    —————————————————————–
    Il lombardo Cesare Correnti – I dieci giorni dell’insurrezione di Brescia :
    « A confermarli nel qual proposito si aggiunsero verso il mezzo novembre i conforti de’ fuorusciti Lombardi , che in gran numero raccoltisi allora in Piemonte, assediavano Re Carlo Alberto e il Parlamento e l’esercito perchè non venissero meno ai patti giurati della unione e commuovevano l’opinione pubblica, mirabilmente spalleggiali da quanti erano in quelle province amatori del viver libero e teneri dell’onor nazionale.
    E tanto valse la fede recente del più solenne patto politico, di cui la storia dia esempio, e la pietà d’un popolo intero di profughi, che protestavano di non esser stati vinti e di non volersi rendere vinti, ed il dispetto di una fuga inesplicabile, che in breve il Piemonte si rincuorò e tornò a credere a’ proprii destini.
    [Quali destini? Quelli di indebitarsi , riempirsi di tasse e morire combattendo per dare agli italiani la libertà dagli austriaci e Borbone e poi venire incolpati di tutto? ndr]»
    https://archive.org/stream/bub_gb_tdDG0b6hWF4C#page/n9/mode/2up/search/destini

  3. caterina says:

    avrebbero mille motivi i duosiciliani per stramaledire l’unità d’Italia dal momento che all’epoca sotto la dinastia dei Borbone insediatisi dal 1734 a Napoli dopo che Carlo, figlio del re di Spagna e dell’ultima Farnese, scacciò dal sud gli austriaci con la clamorosa vittoria a Bitonto e subito volle ricordare con un monumento l’Italicam Libertatem, come inciso a memoria nel basamento…Da lui parte la dinastia dei Borbone Napoli che governarono con saggezza anche in momenti difficili dando impulso ad uno sviluppo di opere imprese infrastrutture arte e cultura grazie alle quali il regno fu fra i più evoluti del periodo… sennò non avrebbe suscitato la voracità massonica e politica inglese che si lavorò il superindebitato giocatore e primo ministro Cavour con l’obiettivo di avere in cambio di aiuto la Sicilia… non andava loro a genio che i francesi che avevano aperto il canale di Suez diventassero i padroni dei traffici marittimi…
    e i Savoia, che pure coi Borbone erano imparentati, sono stati lo strumento da sfruttare…
    povero sud, massacrato e depauperato fino all’osso!
    I Savoia, re dalla corona regalata per meriti di guerra in favore della Spagna, tradirono pure i piemontesi che gli si erano affezionati nonostante la loro provenienza esterna perché senza batter ciglio lasciarono Torino e si portarono a Firenze per aspettare la capitolazione del Papato, come era l’obiettivo finale dei massoni… e da qui è la storia che si impara dai sussidiari che non dicono niente perché tutti dobbiamo continuare a cantare al ritmo della marcetta nazionale che siamo schiavi di Roma con l’elmo di scipio in testa,,,

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