Immigrati, i vescovi hanno perso la testa? O è la rivincita dei gesuiti sullo Stato?

di SERGIO BIANCHINIcividalechiesapietrobiagio

Il paragone con cui Galantino, segretario della CEI , condanna  la “scarsa bontà”  degli italiani è fulminante.

Dice Galantino, sul Corriere dell’11 agosto: “Capisco, lo so che è difficile aprire le proprie case, aprire il proprio cuore, aprire le proprie realtà all’accoglienza… Ma la Gisordania ha una popolazione di circa 6 milioni e mezzo , ma sapete che li ci sono 2 milioni e mezzo di profughi che vengono accolti? Allora penso che quello che distingue la Giordania, il Kurdistan irakeno e le altre zone che stanno accogliendo i profughi, dall’Italia, è questo: non perché loro abbiano più mezzi, probabilmente hanno solo un cuore un po’ più grande”.

Incredibile ma chiarissimo. Non c’è limite per i vescovi  ITALIANI all’invasione dell’Italia.

Il paragone  tra una zona di guerra e la nostra realtà, tra il cuore dei giordani ed il nostro lascia interdetti e annichiliti. Mostra a mio parere la totale irresponsabilità del capo di quella che è la conferenza dei vescovi Italiani cioè dei pastori del gregge italico.

Anche l’accusa agli oppositori dell’invasione di fare opposizione per fini elettorali svela una mentalità assolutamente antidemocratica. Agire per andare incontro ai desideri del proprio popolo in Italia diventa demagogia e populismo, calcolo elettorale. Con ciò si ammette che l’opinione pubblica italiana sia contraria a questa folle accoglienza (importazione dalle coste libiche) ed allo stesso tempo si svela il cinismo di chi se ne frega altamente dell’opinione pubblica che è l’essenza della democrazia.

Nel paragone con la Giordania si ignora completamente la storia di quell’area dove dal dopoguerra è in corso una brutale ed infinita contesa tra Israele e mondo arabo, dove non esiste lo stato moderno che in Europa abbiamo da più di 250 anni.

E così siamo costretti a ricordare che lo stato moderno in Europa è nato lottando contro l’imperialismo ecclesiastico romano, a partire dalle rivoluzioni protestanti fino alla guerra civile del ‘500 in Francia ed alla rivoluzione Francese.

L’Italia stessa è nata con lo scontro frontale col potere temporale del papato e con l’assalto a porta Pia.

Lo scontro tra stati”modernizzanti”e Gesuiti è stato poi totale.

Stiamo marciando sulla stessa strada?

 

 

Dall’archivio storico del Corriere….

STORIA DELLA COMPAGNIA NEL SETTECENTO

Gesuiti: espulsi per lesa maesta’

Francesco Renda: ” l’ espulsione dei Gesuiti dalle Due Sicilie ” , Editore sellerio

Uno dei fatti piu’ clamorosi nel Settecento europeo fu l’ espulsione dei Gesuiti dal Portogallo, dalla Spagna, dalla Francia, dal ducato di Parma e dal Regno delle Due Sicilie, prima ancora che il papa Clemente XIII fosse costretto a decretare la soppressione della Compagnia nel 1773. La bufera ebbe inizio in Portogallo a causa delle colonie semicomunistiche, abitate dagli indios, che i Gesuiti avevano stabilito e guidavano nei possedimenti portoghesi dell’ America meridionale. Il tentativo di estirpare quelle colonie, che insidiavano tanti interessi, ne provoco’ la rivolta: da cio’ la decisione, nel 1759, di espellere i Gesuiti dal Portogallo e dai suoi possedimenti coloniali.

La Spagna fece altrettanto nel 1764, la Francia nel 1767. In tutti e tre i casi i motivi del provvedimento furono di lamentata violazione della regalia in politica interna, ossia di lesa maesta’ . Non si tratto’ dunque di un problema religioso, ma di una questione giurisdizionale, di sovranita’ dello Stato, di inclinazione a “far delle cose ecclesiastiche un affare politico”, come ebbe ad esprimersi Bernardo Tanucci, il ministro riformatore di Napoli. Tanto che ad attaccare la Compagnia di Gesu’ non furono le potenze protestanti, che anzi, dopo la soppressione dell’ Ordine, ne assunsero la difesa, ma quegli Stati che formavano il nucleo piu’ solido e compatto del mondo cattolico.

Ne’ i piu’ accaniti avversari dei Gesuiti furono gli illuministi, bensi’ un gruppo di cattolici, sparsi un po’ dovunque, anche nelle alte gerarchie vaticane. Aver ben chiarito questo punto e’ uno dei meriti di Francesco Renda, che pur dedicando il suo lavoro a L’ espulsione dei Gesuiti dalle Due Sicilie, ha collocato tale vicenda nel quadro generale europeo, ideologico e politico. La singolarita’ del caso delle Due Sicilie sta nel fatto che in quel regno non vi era un motivo specifico, come in Portogallo, in Spagna, in Francia, e poi a Parma, per giustificare l’ espulsione. Tanucci, pressato dal re di Spagna Carlo III, che da Madrid continuava ad esercitare il potere anche su Napoli, di cui era stato re fino al 1759, e dove regnava il figlio Ferdinando, dovette ricorrere a un escamotage, prima di tutto aggirando le resistenze del Consiglio di Stato, cui era demandata la decisione, poi trovando un sofisma per la motivazione del provvedimento, consistente nel sostenere che la Compagnia si era insediata nell’ Italia meridionale, due secoli prima, senza chiedere la prescritta autorizzazione regale: cosicche’ nel 1767 i Gesuiti furono scacciati da Napoli e da Palermo come ospiti abusivi.

Negli ultimi capitoli del suo libro, tutto basato su una documentazione ineccepibile, Renda quantifica con precisione l’ ingente patrimonio della Compagnia e l’ uso che ne venne fatto dopo l’ espulsione (nella prosecuzione dell’ assistenza ai poveri, nel rinnovamento delle scuole e nell’ assegnazione dei territori gesuitici ai braccianti agricoli), il modo in cui nacque la nuova scuola di Stato, la divisione dei fondi rustici con il proposito, non sempre realizzato, di dividerli in piccole quote ai contadini e non ai grandi possidenti, come suggeriva Antonio Genovesi. Una operazione difficile, in cui rifulse l’ abilita’ del Tanucci, che fu certo uno dei maggiori rappresentanti del giurisdizionalismo europeo.

FRANCESCO RENDA L’ espulsione dei Gesuiti dalle Due Sicilie Editore Sellerio Pagine 154, lire 25.000

Alatri Paolo

Pagina 32
(10 giugno 1993) – Corriere della Sera

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3 Comments

  1. Carlo De Paoli says:

    Allego un articolo scritto dal mio amico SANDRINO SPERI scritto il 18 febbraio del 2013 su: “Paolo Sarpi e la contesa per l’Interdetto: giusnaturalismo contro inquisizione comparso sul quotidiano L’Indipendenza.

    qui la fote originale:
    http://www.lindipendenzanuova.com/fra-paolo-sarpi-e-la-contesa-per-l%E2%80%99interdetto-giusnaturalismo-contro-inquisizione/

    La contesa per l’Interdetto, sostanzialmente una scomunica erga omnes a tutto il territorio della Serenissima, fu una contesa diplomatica, ma si andò assai vicini allo scontro armato fra Venezia e Papato: correva l’anno 1606. Due i principali antagonisti: il papato, che sarebbe forse più opportuno chiamare Curia Romana (curarum genitrix a cruore nata) e la Serenis-sima Repubblica che scelse come teologo e consultore di stato fra Paolo Sarpi eruditissimo veneto, amico di Galilei, in tutte le consulte sempre pronto a trovare le argomentazioni giuridiche, spesso sottilissime e i precedenti storici. Bisogna ricordare che si viveva in un periodo piuttosto tormentato della storia europea: il Concilio di Trento non aveva risolto, ma piuttosto accentuato le rivalità fra cattolici e protestanti, anzi la nascita dell’Inquisizione, dell’indice dei libri proibiti, e della compagnia di Gesù ave-vano alzato il livello di scontro che scoppierà puntuale pochi anni più tardi e per trent’anni, dal 1618 al 1648 infiammerà tutta l’Europa.
    La vita di Paolo Sarpi prima dell’Interdetto (1606): Il sog-giorno a Mantova.
    Pietro nasce a Venezia il 14 Agosto 1552, cambiò il suo nome in Paolo il 24 Novembre 1566, quando vestì l’abito monacale. Il padre Francesco era originario di S.Vito al Tagliamento, la madre Isabella Morelli era veneziana, sorella di Ambrogio sacerdote e titolare di una scuola di grammatica e retorica. A scuola dimostrò ben presto con la prontezza nell’imparare la precocità dell’ ingegno, recitava a memoria trenta versi di un autore dopo averli sentiti leggere una sola volta. Aveva un carattere chiuso e assorto e una sua indole ritirata e contemplativa volta a intendere non il suo io interiore ma i problemi collegati con lo “stato del mondo”, problemi quindi di carattere politico. Entra a 14 anni nell’ordine dei Servi di Maria e quattro anni dopo lo troviamo a Mantova dove soggiornerà per altri quattro anni come teologo di corte al servizio del duca G. Gonzaga che lo aveva nominato teologo di corte, folgorato dalla sua oratoria e capacità dialettica. A Mantova emergono due caratteristiche che accompagneranno il Sarpi per tutta la vita e come religioso e come studioso: profonda serietà e grande impegno. Questa concezione della vita lo porta ad essere spiritualmente affine ai protestanti che concepiscono la vita come una missione per uomini gravi e seri, la dove il clero romano è spesso poco motivato e poco se-rio. Il soggiorno di Mantova va poi ricordato per altri due aspetti di notevole importanza: il primo culturale, il secondo relazionale. Qui Sarpi viene a contatto con la pubblicistica francese antiromana fino allora sconosciuta, e viene appagato il suo desiderio di conoscere tutto ciò che è possibile e fin dove lo è. Qui stringe amicizia con Camillo Olivo segretario del cardinale Ercole Gonzaga, legato pontificio al Concilio di Trento, e presidente del Concilio stesso fino alla morte. Sarpi viene informato su particolari e retroscena del Concilio di Trento terminato pochi anni prima (4 di-cembre1563), e può visionare e consultare molti documenti dello stesso.
    Nacque proprio in quel tempo l’idea di scrivere l’Istoria del Concilio Tridentino, che verrà completata negli anni successivi e poi pubblicata nel 1619. Paolo che è già curioso di suo, incontra la persona che più di ogni altra lo può “ragguagliare intorno ai negozi più segreti” del Concilio stesso. Il concilio infatti oltre che un fatto religioso era stato un avvenimento politico di primaria importanza, nel quale giocavano a scacchi, le principali potenze europee in lotta fra di loro o per o contro il papato. Non bisogna dimenticare che una volta tornato a Mantova Camillo Olivo fu prima imprigionato e poi per lungo tempo molestato dalla Santa Inquisizione. Il Sarpi dopo queste prime notizie sul concilio che sicuramente provocano in lui una disposizione d’animo poco benevola verso la curia, incontra a Venezia un altro testimone diretto Arnauld du Ferier ora ambasciatore francese a Venezia e prima ambasciatore a Trento. Ora il Concilio gli appare nella sua giusta luce, oltre la dimensione religiosa un gigantesco urto di forze in cui si compendia e si esplica la lotta politica europea.
    Il breve soggiorno a Milano 1575
    Da Mantova Paolo Sarpi passa Milano. È l’anno 1575 e la Milano è quella di San Carlo Borromeo che sappiamo essere una delle più importanti per-sonalità della Controriforma Cattolica, ben deciso a educare e disciplinare il suo clero per contrastare la Riforma Protestante. Egli stesso è un fulgido esempio di vita religiosa e “ad imitazione degli antichi pastori, Ambrogio e altri, faceva vita comune e mensa con quelli del suo clero”. A Milano è possibile vedere la concreta attuazione del concilio nel suo aspetto religioso. La riforma della chiesa tentata da S. Carlo, colpì profondamente il Sarpi che ne divenne anche amico, ma non poté venire del tutto attuata per i notevoli contrasti fra il cardinale e i governatori spagnoli. Prima della sua partenza dovette anche difendersi davanti all’Inquisizione spagnola da una accusa di eresia che finì in nulla. Ritornato a Venezia insegna filosofia e nel 1578 si laurea in teologia a Padova. L’anno successivo viene eletto provinciale dell’ordine con il compito di riformarlo secondo lo spirito del concilio. Eletto procuratore dell’ordine viene inviato per tre anni a Roma dove aveva il compito di difendere le cause dell’ordine presso la curia romana.
    Il soggiorno a Roma 1578-1588
    Mentre era procuratore a Roma fu per la seconda volta denunciato all’Inquisizione per
    a) avere espresso giudizi poco lusinghieri sulla curia
    b) per avere tenuto commercio con ebrei.
    L’accusa finì nel nulla, ma lasciò un certo risentimento nel Sarpi. Il risentimento e l’esasperazione aumentarono quando nel 1593 il senato Veneziano lo propose come vescovo di Caorle prima e di None poi, ma il papa Clemente VII non concesse, perché non si poteva conferire la dignità episcopale a un “uomo che teneva pratiche con eretici”. L’aver pratiche con eretici significava nella Venezia di allora parlare con letterati e intellettuali stranieri anche non cattolici. Ciò non fece che aumentare la sua esasperazione, visto che il vescovato era solo un mezzo per avere più tempo e tranquillità da dedicare ai suoi studi. Anzi si rafforza in lui la convinzione che solo con “le male arti” si potesse raggiungere la dignità vescovile.
    Schermaglie diplomatiche fra Venezia e Roma prima dell’interdetto
    Nel Marzo 1596 arriva a Venezia il nuovo nunzio apostolico Anton Maria Graziani le questioni grosse sul tappeto sono tre:
    1)Persuadere Venezia a una nuova crociata contro i Turchi
    2)Applicazione dell’Indice dei libri proibiti
    3)Problema della navigazione nel Golfo.
    Riguardo al primo punto Venezia non ha alcun interesse a riprendere la guerra contro i Turchi, dato che ha appena rinnovato il trattato di pace. Una nuova guerra farebbe solo gli interessi degli Asburgo d’Austria e di Spagna. La diffidenza verso il papato è totale perché appare a Venezia come una longa manus degli Asburgo che hanno solo l’interesse di espandersi in Italia. Anche per l’applicazione dell’Indice dei libri proibiti i contrasti fra le due parti erano netti e insuperabili. Leonardo Donà, procuratore di San Marco, (sarà Doge durante la contesa per l’Interdetto) sostenne che, a Venezia stato sovrano e indipendente, l’indice non aveva alcun valore giuridico e che stampatori librai veneziani erano formalmente invitati a non obbedire alle prescrizioni dell’Indice. Ancora più complesso è il problema della navigazione nel Golfo (mare Adriatico): lo Stato Pontificio e l’Austria erano per la libera navigazione; Venezia esercitava invece, grazie alla sua superiorità navale, un controllo assoluto nel Golfo mediante dazi e tasse. Nel marzo 1596, all’arrivo del nunzio Graziani la questione era di attualità perché Venezia aveva sequestrato in Dalmazia merci destinate a Bologna. La Santa Sede imposta il problema rifacendosi alle Capitolazio-ni Giuliane del 1510. Dopo che la Lega di Cambrai aveva sconfitto Venezia, Giulio II era uscito dalla Lega in cambio della libera navigazione nel golfo. Venezia lo imposta invece basandosi sulle convenzioni del 1529 concluse con Clemente VII e che ristabilivano la sua piena sovranità. Venezia è così intransigente sulla navigazione nel golfo che va ben oltre le tesi giuridiche, fino allora sostenute, e passa a rivendicazioni di carattere politico, sostenendo che deve esser suo anche il controllo delle acque interne dei fiumi in quanto sboccano nel Golfo.
    Paolo Sarpi e la contesa per l’Interdetto
    La contesa per l’Interdetto è qualcosa che va oltre i normali contrasti fra stati: è la ripresa polemica e violenta dei rapporti fra stato e chiesa. In Europa tali rapporti erano rimasti sotto traccia, all’infuori che in Francia, a causa della Riforma. La contesa fra Venezia e Roma ripropone questo scontro che è l’eterno problema della civiltà cristiana occidentale: fin dove la chiesa può estendere la sua azione, senza ledere i diritti dello stato? Fin dove il principe o lo stato può resistere anche contro la chiesa pur essendo cattolico? Su alcune questioni pratiche già sul tappeto: leggi per limitare la proprietà ecclesiastica; negazione del privilegium fori agli ecclesiastici accusati di delitti comuni, si innesta un ampio dibattito dottrinale che vedrà come principali protagonisti fra Paolo Sarpi da una parte, il cardinale Bellarmino dall’altra.
    Venezia contro Roma in una guerra assai particolare denominata guerra delle scritture.
    Quando il 16 maggio 1605 viene eletto papa Paolo V la tensione è al culmine per due leggi che il Senato Veneziano ha approvato con il chiaro in-tento di limitare la proprietà ecclesiastica: la prima legge approvata a gennaio del 1604 sanciva che chiunque avesse fondato chiese, ospedali, monasteri senza il permesso del senato, sarebbe incorso nel bando perpetuo e in prigione se recidivo. La seconda del Maggio1605 stabiliva che non si potevano trasferire, né donare beni immobili a persone ecclesiastiche senza il permesso del Senato. La scintilla che fece esplodere il gran fuoco fu la chiamata davanti al consiglio dei dieci dell’abate di Nervesa, conte Brandolino accusato, oltre che di cattivi costumi, anche di alcuni omicidi. Paolo V replicò, se non fosse stato concesso il privilegio del foro ai due accusati -l’altro era l’abate vicentino Scipione Saraceni- li consegnassero al papa stesso, chiedeva inoltre che il Senato Veneto abrogasse le due leggi da poco approvate. Il Senato respinse ogni richiesta e elesse al dogato Leonardo Donà, fra i veneziani il più intransigente contro Roma. Venezia da un lato teme l’invadenza della curia a danno del potere civile, ma soprattutto vede in Paolo V la longa manus della politica asburgica spagnola e austriaca, quest’ultima sicuramente responsabile di muovere la pirateria Uscocca in Dalmazia.
    Pietro Duodo viene mandato a Roma come ambasciatore straordinario, ma senza che alcuna delle richieste pontificie venisse accolta. A questo punto Paolo V con l’approvazione del concistoro invia un ultimatum che minaccia la scomunica per il Senato Veneto e l’Interdetto per tutto il territorio se entro 24 giorni non fossero state revocate le due leggi e consegnati i due canonici. Venezia non si piegò e prese le sue contromisure: ordinò ai parroci di consegnare senza aprirle tutte le lettere provenienti da Roma, di non esporre alcun avviso nelle chiese, dichiarava nullo e illegittimo il breve pontificio, comandava al clero veneziano di continuare la celebrazione degli uffici divini. Infine sceglie e nomina Pao-lo Sarpi come perito di teologia e cognizione canonica (28 gennaio 1606). Prima di essere nominato ufficialmente teologo della Serenissima il Sarpi aveva esposto per iscritto il suo parere intorno alle due leggi del 1604-5, alla richiesta del papa di abrogarle e sulla validità della scomunica che il papa aveva minacciato. I pareri ufficiali sottoposti al governo erano chiamati consulti/e-, quelli esposti e destinati al pubblico scritture. Le caratteristiche fondamentali dell’argomentare Sarpiano sono il ricorso ai precedenti storici e il rigore logico. Nel primo consulto vengono citate tutte le leggi del passato che stabilivano la stessa cosa cioè proibivano di costruire chiese e monasteri senza il permesso del Senato, che ora estende questa legge a tutto il territorio veneto e questa è l’unica differenza. Non esistono nel diritto canonico -dice Sarpi- norme o leggi espresse che possano scomunicare o censurare chi che sia per provvedimenti come quelli del 1604-5. Dopo aver citato tutte le leggi precedenti, Sarpi controbatte una ad una le varie tesi della curia. Le leggi veneziane non annullano, né limitano la giurisdizione ecclesiastica, se mai limitano la facoltà dei laici. La chiesa non può dire la tal cosa è mia perché mi può essere donata. Il decreto del senato tocca solo accidentalmente la chiesa che non si può ritenere ingiuriata.

    La proibizione di costruire chiese senza licenza del senato è un diritto che rientra nella sovranità del doge e non implica affatto che le chiese siano soggette a lui. Quando due laici si scambiano dei beni, l’uno acquista l’altro perde, ma la sovranità del doge è integra e così deve essere anche per i beni passati agli ecclesiastici. Mentre nella prima osservazione i poteri di stato e chiesa erano autonomi ora la sovranità del doge è superiore a quella della chiesa.
    Il ragionamento del Sarpi è capzioso, le leggi infatti sono state fatte per limitare la proprietà ecclesiastica e la chiesa viene colpita direttamente e non accidentalmente. La legge avrebbe valore se fosse estesa a tutti, così formulata penalizza solo l’ecclesia. A chiare lettere viene ribadita la superiorità del principe che “in una ben ordinata repubblica possa di qualunque cosa e persona disporre sì come ricerca la necessità ed utilità del bene pubblico”. Nel secondo consulto si esamina la forza e la validità della scomunica e i rimedi da usare contro le censure ingiuste. Qui sono in gioco non tanto i rapporti fra chiesa e stato, ma ciò che il Sarpi da sacerdote pensa della curia romana. Sarpi come al solito ricorre ai precedenti storici: la scomunica che significa separare un fedele dalla sua comunità, nella chiesa primitiva, santa era lanciata solo in casi estremi, e a chi perseverava ostinatamente nel suo peccato. La chiesa moderna scomunica per motivi assai materiali, ad esempio per debiti, ma non si limita a farlo con la singola persona, bensì lo fa in universale: chi fa questo sarà scomunicato, e abusa del suo potere. Quando una scomunica è ingiusta? Un fedele può essere scomunicato solo se si ostina nel suo peccato mortale e sa che lo è. Se non conosce l’entità del suo peccato non lo si può scomunicare: la coscienza individuale è superiore alla chiesa come istituzione. Se poi qualcuno è scomunicato per aver servito la patria la scomunica è nulla perché il dovere civile è superiore al dovere verso la chiesa. Lo stato dunque non può essere giudicato dalla chiesa, perché può appellarsi direttamente a Dio, da cui deriva direttamente la sua potestà. Passiamo al terzo consulto che completa la politica sarpiana ed è intitolato “Consiglio sul giudicare le colpe delle persone ecclesiastiche”. Fu scritto quando il Sarpi era già stato nominato teologo della Serenissima e il consiglio dei Dieci aveva già imprigionato il canonico Saraceni e l’abate Brandolino. Il caso è difficile perché non ci sono precedenti storici o meglio sono assai diversi. In passato il consiglio dei quaranta aveva sì giudicato dei canonici accusati di delitti comuni, ma ciò era avvenuto per beneplacito del papa e con la corresponsabilità del patriarca. Il fatto che gli ecclesiastici venissero esentati dai tribunali secolari non era per un diritto divino, ma per un privilegio loro concesso dal principe di quando in quando e non si può trasformare un privilegio in legge.
    Anche gli ecclesiastici sono soggetti alla legge temporale e più specificatamente sono soggetti alle leggi di quei paesi nei quali vivono. Tutte queste tesi furono ufficialmente adottate dal governo veneziano e le relative argomentazioni riportate nei dispacci che Venezia fece avere a Roma. Comunque dopo il marzo 1606 la contesa veneto-pontificia si era fatta così violenta da pensare a un possibile intervento armato contro Austria, Spagna, Roma. Inghilterra e Turchia avevano offerto alleanza a Venezia che preferì proseguire nella linea neutralista e cercò di risolvere diplomaticamente la questione. Nell’aprile 1607 la guerra delle scritture si concluse pacificamente grazie alla mediazione del cardinale francese Joyeuse. Venezia liberò il canonico Saraceni e l’abate Brandolino: i due furono consegnati all’ambasciatore di Francia che li consegnò al cardinale Joyeuse, che a sua volta li consegnò al legato papale. Subito dopo il cardinale si recò in Senato e dal doge e comunicò che le censure erano tolte. Il doge dal canto suo sospendeva l’applicazione delle leggi, ma non le revocava. Nel suo atto di mediazione il cardinale Joyeuse aveva formulato queste tre proposte:
    1 ) il doge si recherà in San Marco, dove il cardinale Joyeuse celebrerà la messa e benedirà a significare che l’ Interdetto è tolto.
    2) il doge revochi il manifesto al clero veneto del 6 maggio 1606, quello che vietava ogni funzione religiosa.
    3) il doge restituisca i redditi dei prelati sequestrati durante l’Interdetto.
    La risposta del doge preparata dal Sarpi si articola così:
    1) la Serenissima non accetta assoluzione, accetterebbe se mai l’annullamento, che però Paolo V non fa. Consiglia al doge di non recarsi in chiesa prima tutti devono sapere che l’interdetto è stato tolto, poi si andrà in chiesa. Non si deve dare l’impressione che Venezia venga assolta. Il papa tolga le censure con uno scritto concordato fra le parti.
    2) il doge revocherà il manifesto quando il papa revocherà le censure (a voce). Se il papa insistesse per una concessione scritta il doge potrebbe concederla in questi termini “Poiché il pontefice ha riconosciuto l’ innocenza di Venezia ed ha revocato le censure, il manifesto al clero non ha più ragion di sussistere”.
    3) Venezia aveva espulso alcuni ordini religiosi, mentre il papa aveva minacciato i religiosi rimasti fedeli alla repubblica. Secondo Sarpi la repubblica restituirà i redditi agli ordini espulsi, mentre il papa si impegnerà per iscritto ad annullare ogni processo ai religiosi che eransi dichiarati fedeli alla Serenissima. Poi fa altre minuziose precisazioni: se il cardinale venisse in senato per togliere le censure, allora il doge dovrebbe insistere sul fatto che è riconosciuta l’innocenza di Venezia e che le censure separavano la repubblica dal papa non da Dio.
    Per quanto riguarda la consegna dei prigionieri si farà rilevare che vengono restituiti per un favore al re di Francia e quindi per grazia non per legge. Per quanto riguarda i prigionieri, Venezia seguì alla lettera i consigli di Paolo. Per quel che riguarda la cerimonia religiosa in San Marco bisogna ricordare che Doge e senato non ricevettero alcuna assoluzione perché nemmeno parteciparono alla messa del cardinale che era stata preceduta da parecchie messe fatte celebrare giorni prima. Il cardinale aprì il sermone con queste parole “Mi rallegro che sia giunto questo giorno nel quale tolgo le censure”. Dopo di che la repubblica consegnò al Joyeuse il decreto che revocava il manifesto al clero veneto che suonava così”. Poiché sono tolte le censure, era revocato anche il manifesto del doge”. Ciò indignò la curia: da parte romana si sostenne che c’era stata assoluzione (Pastor: Storia dei papi), da parte veneziana si sostenne che non c’era stata alcuna assoluzione (Sarpi: Istoria dell’interdetto). Col compromesso raggiunto entrambi i contendenti pensano a salvare le rispettive posizioni e reputazioni. Col 21 aprile 1607 terminava ufficialmente la contesa, ma il fuoco covava sotto le ceneri, perché era rimasto in sospeso il problema degli scrittori che avevano difeso Venezia: Paolo Sarpi e Giovanni Marsilio.
    Il Sarpi già nell’ottobre 1606 era stato citato davanti all’Inquisizione, ma non si presentò e venne scomunicato. Subito dopo la firma degli accordi il nunzio apostolico della curia Berlighiero Gessi chiese che Sarpi venisse consegnato all’Inquisizione, pensando anche di rapirlo, mentre il Senato deliberava una lauta pensione annuale ai due teologi. Il cardinale Bellarmino suo vecchio amico lo mise in guardia in vista di possibili attentati che puntualmente arrivarono. Il 5 ottobre 1607 fu aggredito per strada da un gruppo di sicari in campo Santa Fosca a pochi metri da dove ora sor-ge il monumento a lui dedicato e gravemente ferito con tre pugnalate da tale Rodolfo Poma. “Recognosco stilum romanae curiae” queste le sue parole dopo l’attentato con le quali accusò direttamente la curia, ma non si seppe chi furono i mandanti, che erano certo zelanti sostenitori di Roma che lo stesso papa definì malaccorti e pazzi. Nel 1609 nuove macchinazioni per ucciderlo vengono scoperte all’interno del suo ordine e costrinsero il Sarpi a prendere precauzioni per salvaguardare la sua vita e le sue idee spesso scritte attraverso messaggi cifrati. Gli accordi non accontentarono nessuno e tantomeno Roma dove una corrente di cardinali intransigenti voleva dichiarare guerra a Venezia. Questi cardinali sostenevano che Venezia era ormai eretica e rifugio di eretici e aveva approfittato della contesa per propagandare ulteriormente l’eresia. Auspicavano una crociata contro Venezia e volevano convincere i principi che non era tanto un conflitto di giurisdizione, ma di eresia, e che un cambio di religione avrebbe potuto trovarli spodestati dei loro domini. Gli Spagnoli eludono la richiesta papale sventolando il pericolo turco. Venezia si mantiene prudentemente neutralista evitando di dare l’assenso a una lega antispagnola che si trasformerà in una alleanza franco-sabauda. Che cosa pensa personalmente il Sarpi in questa fase della contesa? In una lettera al Foscarini afferma che in questo momento solo gli stati protestanti possono fornire a Venezia un’alleanza sicura: e cioè Olanda, Inghilterra, e i principi tedeschi che hanno tutti l’interesse a guardarsi dalla Spagna. Roma vede Venezia come una nuova Ginevra, un centro di diffusione della riforma. È esagerato? È vero? I fatti sono questi: a Venezia grande centro commerciale vi sono nuclei protestanti perché vi soggiornano grosse comunità di Olandesi, Inglesi e Tedeschi. Venezia all’infuori che con gli anabattisti è stata sempre tollerante con i protestanti.
    Ci sono negli scritti del Sarpi affermazioni dalle quali si possa desumere una sua adesione alla riforma? Certamente no. I frequenti appelli, al vangelo, alla chiesa santa primitiva, le invettive contro la curia, rientrano tutte nell’ortodossia. L’unica tesi che può lasciare qualche dubbio è la “comunione sub utruque”, sotto entrambe le specie, che si dovrebbe concedere anche ai fedeli, tesi sostenuta e difesa da 50 vescovi al concilio di Trento e alla quale anche lui è favorevole. Alla fine del viaggio vediamo stagliarsi in tutta grandezza la figura di Paolo Sarpi, frate servita veneziano, strenuo difensore della chiesa santa delle origini e propugnatore di un ritorno alla chiesa primitiva là dove anche l’elezione del vescovo prevedeva la partecipazione dei fedeli. Sarpi che vuole più democrazia lascia in ombra i problemi teologici per immergersi in quelli pratici. La stessa polemica con i gesuiti ha carattere mondano: essi non sono i soldati di Cristo, ma i soldati della curia che vogliono imporre a popoli e principi i voleri della curia stessa. Paolo Sarpi critica la politica della chiesa, non la sua dottrina, ne critica la sua organizzazione pratica, rivela la sua volontà riformista richiamandosi alla chiesa primitiva che è santa e spirituale, là dove quella moderna è autoritaria e materiale. Erede delle migliori tradizioni venete il Sarpi contro l’invadenza della chiesa diventa strenuo difensore della sovranità dello stato, per salvare prima di tutto la chiesa.

  2. Toni says:

    Ma cosa centriamo noi con le guerre altrui? E questa chiesa che vuole che gli accogliamo chi si crede di essere? Che vadano la loro a portare pace viveri e ad educarli vedrete che fine gli fanno fare. Poi la maggior parte sono islamici dicono cosi cosa centra la chiesa vuole convertirli? Ne vedremo delle belle in tenpi brevi. Comunque vada state tranquilli la chiesa ha tanta ricchezza al contrario di noi che quel poco che abbiamo ce lo siamo sudato con sacrifici loro(eclesiastici) no di sicuro. Fradei in cristo ma no in pignata.

  3. Carlo De Paoli says:

    A gloria dei miei antenati, e con orgoglio, allego la “cronaca” di fra’ Paolo Sarpi che descrive l’espulsione di quel nefasto “Ordine” dalla mia città: Venezia.

    I GESUITI LASCIANO VENEZIA

    Durante l’Interdetto lanciato da Paolo V contro Venezia, nel 1606, il Doge ed il Senato diedero ordine che i religiosi continuassero a celebrare la messa e gli altri uffici divini e ad amministrare i sacramenti, pena l’espulsione dal territorio della Repubblica.
    I gesuiti, pur continuando a celebrare i loro consueti uffici si rifiutarono di dir messa sotto pretesto che tale atto non rientrava nei loro obblighi religiosi.
    In tal modo osservavano l’Interdetto pontificio pur rimanendo nello Stato: ma il Senato deliberò che, avendo trasgredito agli ordini della Repubblica, dovevano lasciare Venezia.
    Il racconto del loro esodo ci viene fatto da fra’ Paolo Sarpi.

    “Li gesuiti di Venezia, intesa la deliberazione, chiamarono tumultuariamente alla chiesa le loro divote, da quali ottennero somma di dinari assai grande, e fecero officio con li capuccini che partendo uscissero processionalmente col Cristo inanzi, per concitare la plebe, se fosse stato possibile.
    Poi, venuta la sera, dimandarono ministri pubblici alli magistrati per la loro sicurezza, quali anco furono mandati.
    Né contentandosi di questo, mandarono a ricercare l’ambasciatore di Francia, che li facesse assistere per guardia dalli suoi servitori: il che non fu giudicato conveniente da quel signore, essendoci la guardia pubblica.
    Partirono la sera alle doi ore di notte, ciascuno con un Cristo al collo, per mostrare che Cristo partiva con loro.
    Concorse moltitudine di popolo, quanto capiva il loco fuori della chiesa, così in terra come in acqua, a questo spettacolo; e quando il preposito, che ultimo entrò in barca, dimandò la benedizione al vicario patriarcale, che era andato a ricevere il loco, si levò una voce da tutto il populo, che in lingua veneziana gridò dicendo: – Andè in mal’ora -.
    Avevano occultato per la città li vasi e ornamenti preziosi della chiesa, la miglior suppellettile di casa, e assai libri, e lasciarono la casa quasi vuota e nuda.
    Vi restò anche per tutto il giorno seguente reliquie di fuoco in dui luochi, dove avevano abbriciato indicibil quantità di scritture……. ”

    Fra’ Paolo Sarpi, Istoria dell’Interdetto, Bari 1940, pp. 49-50

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