I tiranni si abbattono, non si tornano a votare…

 

 

Il meglio de lindipendenza

di ENZO TRENTIN

Il nome di Giovanni Althusius è oggi del tutto dimenticato. E ciò quantunque fosse un tedesco a portarlo – o forse proprio per questa ragione. Nel 1603 l’Althllsius pubblicò a Herborn un compendio di Politica ordinato secondo il metodo sistematico: sotto quel nome egli comprendeva la parte generale del diritto pubblico.

Quest’opera è il più antico tentativo, dal punto di vista formale, di un’esposizione rigorosamente sistematica e completa della cosiddetta «politica». Ma è ancor più notevole per il suo contenuto. Con essa l’autore mostra di aderire senza riserve alle concezioni di quei pubblicisti – in gran parte coinvolti nelle guerre civili francesi di quegli ultimi decenni – i quali dal principio della sovranità popolare avevano tratto la conseguenza rivoluzionaria di un diritto di resistenza attiva contro i signori fedifraghi, e perciò già dai contemporanei loro avversari erano stati denominati «monarcomachi». Ma ciò che fino allora era stato espresso a fini pratici attraverso scritti di partigiani e di esuli, egli lo parò di una veste dottrinale astratta e metodica. E meglio di qualsiasi suo predecessore egli fondò la sua teoria su basi ampie e coerenti, affermando per primo l’assoluta inalienabilità del diritto sovrano del popolo e l’essenza del contratto sociale che ne è il fondamento, in formule che si ripresentano per la prima volta presso Jean-Jacques Rousseau con una rassomiglianza sorprendente.

Qui l’Althusius si allontana davvero radicalmente dall’opinione dominante, rappresentata soprattutto dal francese Jean Bodin. Egli infatti, seguito da pochi simpatizzanti, attribuisce i diritti di sovranità non al principe bensì interamente al popolo. I diritti sovrani appartengono necessariamente ed esclusivamente al corpo sociale («corpus symbioticum»); sono il suo spirito, la sua anima, il suo respiro vitale; solo possedendoli esso vive, e perdendoli viene meno oppure diventa indegno del nome di «res publica». Chi li amministra è naturalmente un altissimo magistrato, ma la proprietà e l’usufrutto di essi sono inseparabili dal popolo nel suo complesso (dal «populus universus», dalla «consociatio universalis, dal «regnum ipsum»). Anzi essi gli sono a tal punto propri, che il popolo non può rinunciarvi ed alienarli e trasmetterli ad altri quand’anche lo voglia, cosi come nessuno può spartire con un altro la vita che gli appartiene. (1) E il popolo, mentre è la sola fonte concepibile della sovranità, ne è per la stessa ragione il solo soggetto concepibile e stabile, e con la sua immortalità la custodisce e la protegge. Anche l’esercizio di essa viene ripreso dal popolo e conferito ex novo, non appena colui che vi era preposto cessa dalla carica o decade dal proprio diritto. E poiché per la loro stessa natura questi diritti sono esclusi da qualsiasi commercio e proprietà da parte del singolo, il principe, accaparrandosene la proprietà, cessa eo ipso di essere sovrano e diviene un privato e un tiranno.

E chi sono, allora, i tiranni odierni? Tra i tanti, ce lo descrive senza mezzi termini l’antropologa Ida Magli, che scrive tra l’altro:

«L’Europa è ormai tutta felicemente conquistata. Il programma messo a punto dalla società segreta Bilderberg nella riunione del maggio 2009 è stato quasi del tutto realizzato. […] Attraverso la Bce il Bilderberg ha in mano la vita di quasi tutti gli Stati che, con una decisione illegittima e assurda dei loro governanti, hanno rinunciato a battere moneta e si sono consegnati alla volontà di coloro che ne sono i padroni (partecipanti al patrimonio): Beatrice d’Olanda, il principe Constantjin, Sofia di Spagna, Philippe del Belgio, David Rockfeller, Filippo di Edimburgo, Mario Draghi (in quanto partecipante della Banca d’Italia), tutti membri del Bilderberg e presenti alla riunione del 2009. Le partecipazioni degli Stati sono in percentuali minime e forse servono, oltre che a salvare le apparenze, anche a ricompensare i politici per la loro rinuncia alla creazione e alla gestione della moneta.

Cosa avevano deciso i membri del Bilderberg nella riunione del 2009? Volendo raggiungere come meta finale la realizzazione di un’unica civiltà planetaria, ne erano state predisposte le tappe (ormai per quanto riguarda l’Occidente quasi raggiunte): la distruzione delle identità nazionali, da perseguire attraverso la sovversione dei valori che vi si fondano e l’eliminazione dei singoli Stati; il controllo centralizzato di tutti i sistemi educativi di cui l’avvio è stato dato in Europa con il Trattato di Maastricht e la cosiddetta “armonizzazione” dei programmi scolastici; il ripudio delle discipline storiche e del loro insegnamento in quanto possibile ostacolo nei giovani all’accettazione del Nuovo Ordine Mondiale e al superamento psicoaffettivo del valore della patria, della tradizione, dei costumi in tutti i campi; il controllo delle politiche interne ed estere, come già avviene in Europa attraverso l’esame preventivo delle finanziarie e i vari trattati sui confini, sull’immigrazione, sull’uguaglianza dei diritti; una lingua unica, che è quella già in uso e che a poco a poco tutti sono obbligati ad adoperare: l’inglese. Il perno sul quale i bilderberghiani si fondano in tutti i loro progetti è però sempre quello finanziario visto che, tramite le banche e le speculazioni di Borsa, riescono a guidare concretamente ogni tipo di politica riducendo a propri esecutori gli uomini di governo dei singoli Stati. […]

L’instaurazione di un mercato unico e di una moneta unica è quindi la meta più importante; ma essere riusciti, con la creazione dell’euro, a eliminare quasi tutte le monete europee rappresenta la loro vittoria più significativa in quanto segnala che il progetto finale è sulla via del traguardo. […] i manovratori sono d’accordo sul da farsi essendo tutti membri del Bilderberg o dei suoi rami più importanti, quali la Trilateral Commission e l’Aspen Institut: Mario Monti, Mario Draghi, Giorgio Napolitano, Carlo Azeglio Ciampi, Romano Prodi, José Barroso, Giuliano Amato, Vincenzo Visco, Enrico Letta… Tutti nomi citati più volte e da diversi autori, oltre me, negli anni scorsi, quali per esempio Daniel Estulin con il suo “Il Club Bilderberg” pubblicato nel 2005, Marco della Luna con “Euro schiavi” anch’esso del 2005, Elio Lannutti con “La repubblica delle banche” pubblicato nel 2008, senza che nessuno li abbia mai smentiti.»

Con questo scenario la sovranità popolare è legittimata ad abbattere i tiranni e a denunciare i Trattati internazionali che rendono schiavi più popoli. Ma per rendere indipendenti territori e popolazioni, abbiamo un indipendentismo riottoso e conflittuale. Una serie di proposte per indire referendum dall’incerto risultato, e l’assenza presso che totale di un progetto istituzionale originale e rispettoso di quella sovranità popolare che non ha nulla a che fare con il «Contrat Social» di J.J. Rousseau, ma ha tutto a che condividere con il «contratto politico» di federazione.

A coloro che paventano la possibilità di una “dittaturadellamaggioranzasullaminoranza”, è necessario fare una piccola ma significativa precisazione. Bisogna considerare il federalismo sotto il suo aspetto “contrattuale”. Ora, è bene ribadire, che il “contratto” di cui qui si parla è politico e non sociale. La caratteristica fondamentale del “Contratto politico” è che è limitato ai singoli fatti, ed è stabilito sul procedimento democratico sulla base della mutualità (reciprocità) e della convenienza dei singoli partecipanti al voto. In questo modo la Legge viene formata indipendentemente dalle convenienze elettorali dei gruppi politici e delle persone che questi fanno eleggere (i rappresentanti). I cittadini, chiamati a scegliere sui fatti con i referendum, sono così svincolati dal legame ideologico e possono scegliere esclusivamente in base ai loro interessi ed alle loro aspettative di vita.

La conseguenza di ciò è duplice: viene meno il potere dei partiti che vengono ridotti a fornitori di informazioni su ciò che è oggetto di volta in volta della singola scelta, e viene realizzata una forma di Stato e di Governo sempre aderente alle attese ed agli interessi della maggioranza degli aventi diritto al voto che partecipano. A questo punto, essendo stabilita ed accettata dalla maggioranza apriori, la garanzia del procedimento democratico e variando in continuazione le persone che formano la maggioranza e la minoranza sui fatti limitati, non è neppure immaginabile l’esclusione della minoranza o il dominio assoluto della maggioranza, semplicemente perché verrebbe meno la garanzia del procedimento democratico che costituisce la base dell’eguaglianza e della libertà sulla quale si è originariamente fondata la società e lo Stato.

Queste nozioni dovrebbero essere il normale bagaglio culturale dei responsabili dei vari movimenti o partiti indipendentisti della penisola. Non usiamo la definizione di “leader”, in primo luogo perché tale concetto è estraneo al federalismo ed all’esercizio autentico della democrazia, in secondo luogo perché il comportamento e le proposte di alcuni sedicenti leader indipendentisti rimandano immediatamente la mente al Lombroso.

Cesare Lombroso (lasciatecelo ricordare), è stato un medico, antropologo, criminologo e giurista italiano, di origine ebraica, considerato pioniere e “padre” della moderna criminologia. Esponente del Positivismo scientifico, è stato uno dei pionieri degli studi sulla criminalità, fondando l’antropologia criminale. Il suo lavoro è stato fortemente influenzato dalla fisiognomica, dal darwinismo sociale e dalla frenologia.

Lombroso spiegò la personalità del delinquente come un insieme di caratteristiche determinate a livello ereditario, considerando, di conseguenza, tali elementi come vittime di un male trasmesso dagli antenati e sovente non manifestatosi per più generazioni. A poco a poco, rivide in parte le proprie tesi, accordando un posto importante alla casualità e riconobbe che i fattori individuali non erano le uniche cause del crimine. In «Genio e follia» (1864), Lombroso orientò le proprie ricerche verso un’altra deriva dell’uomo: la follia. Si cimentò in una psicoanalisi della creazione letteraria e fu tra coloro che rinnovarono il mito del “folle in letteratura”.

Smentite dagli studi successivi, le teorie di Lombroso (in gran parte superficiali e razziste) hanno purtroppo informato per decenni la ricerca scientifica e gli studi giuridici italiani, e in particolare l’elaborazione del codice penale e di procedura penale, comunemente conosciuti come codice Rocco (tuttora in vigore), dal nome del loro autore Alfredo Rocco.

Da quanto sopra esposto, come dal rifiuto costante – nei fatti e nei comportamenti – da parte di alcuni indipendentisti ad avvalersi dell’esercizio della sovranità popolare, si ha un moto di simpatica comprensione verso il Lombroso. Ha sicuramente sbagliato, ma forse ha osservato i progenitori di alcuni odierni fantasiosi ed inconcludenti indipendentisti. Perciò si può ben capire il perché sia stato tratto in inganno.

A questo punto ognuno può pensarla come vuole, ma se un referendum deve essere fatto esso dovrebbe avere per oggetto un nuovo assetto istituzionale che la sovranità popolare potrà accettare o rifiutare. Solo una volta accettato tale nuovo assetto l’indipendenza avverrà nei fatti, e l’Italia dovrà rimanerne fuori proprio in forza delle leggi internazionali da essa accettate. Vedasi, per esempio: «Gli Stati parti del presente Patto […] debbono promuovere l’attuazione del diritto di autodeterminazione dei popoli e rispettare tale diritto, in conformità alle disposizioni dello Statuto delle Nazioni Unite.» dal PATTO INTERNAZIONALE RELATIVO AI DIRITTI CIVILI E POLITICI – NEW YORK 16 DICEMBRE 1966 – Ratificato dall’Italia con la legge 881/77 del 25 ottobre 1977.

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NOTA: (1) Vedasi OTTO VON GIERKE «GIOVANNI ALTHUSIUS E LO SVILUPPO STORICO DELLE TEORIE POLITICHE GIUSNATURALISTICHE» – Copyright 1943 by Giulio Einaudi editore

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