I tecnici? Sono i veri nemici dell’economia reale

di FABRIZIO DAL COL

Draghi e Monti parlano di futuro e di ripresa  economica, ma lo fanno facendo esclusivamente riferimento ai mercati finanziari e senza curarsi di quello che è invece il riferimento principe ovvero quello  strettamente legato all’economia produttiva reale,  unico vero volano per una crescita stabile. Almeno si mettessero d’accordo prima di rilasciare dichiarazioni in contrasto tra di loro: niente da fare, è più forte di loro il dimostrare che uno né sa più dell’altro, e mentre Draghi conferma una ripresa per la fine del 2013, Monti, rivolgendosi ai giovani, fa invece  intendere di essere solo speranzoso che tale crescita possa verificarsi nel corso del 2013.

Intanto, l’unica novità certa che emerge dalle continue dichiarazioni dei due tecnici è quella che dal punto di vista nazionale, ogni Stato membro d’Europa dovrà fare la sua parte sul lato delle riforme strutturali. Infatti Il numero uno della BCE se da un lato afferma che il risanamento è visibile e l’export  migliora, dall’altro sostiene invece come sia probabile che tali riforme strutturali «costeranno care» nell’immediato, ma in seguito si spera che diano i loro frutti. «Sono la giusta strada da seguire» dice Draghi,  ma come Monti anche lui utilizza sempre la precisazione “si spera“. Detto questo, un qualsiasi capitano d’industria non farebbe mai una riforma strutturale della sua azienda senza prima la certezza che i suoi prodotti siano vendibili in quanto competitivi. Come sappiamo, le industrie per essere competitive si affidano all’unico vero motore che hanno oggi a disposizione ovvero l’innovazione e la ricerca.

L’Europa sogna l’unificazione degli Stati e pretende le riforme strutturali dagli stessi senza però capire che, diversamente da ciò che avviene per una industria produttiva, la quale procede con la sua ristrutturazione solo quando  è certa di essere competitiva, gli Stati sono costretti invece a procedere con le riforme strutturali a prescindere se siano o meno competitivi. In sostanza, tali riforme non sono affatto riforme, ma sono solo rimodulazioni dei bilanci di spesa, rimodulazioni che non vanno a favorire la modernizzazione e l’efficienza di ogni singolo Stato, ma vanno invece nella direzione di un maggior controllo delle entrate e delle spese.  Alla luce di tutto ciò, fa letteralmente scompisciare dal ridere vedere questa Europa continuare  a pretendere tutto ciò dagli  Stati membri, dal momento che è lei stessa l’ istituzione più burocratica, statalista, dirigista, assistenzialista che avrebbe bisogno, prima ancora degli Stati stessi, di modernizzarsi. Quindi, dato che questa Europa non possiede ancora  i  requisiti necessari  che si chiamano  potere legislativo ed impositivo per continuare a  pretendere, se non attraverso trattati discutibili, le continue rinunce di sovranità imposte ai suoi Stati membri stessi, meglio sarebbe  se essa si impegnasse invece a riformare tutto il suo ordinamento giuridico che, così com’è oggi, è solo  discriminatorio per coloro che ne fanno parte.

Se questa è l’Europa alla quale gli Stati fanno riferimento, data l’incapacità dimostrata  dalla UE nel sapersi dare regole democratiche coperta insistendo con l’imposizione discriminatoria, tale Europa non potrà certo fungere da modello per il futuro in quanto la direzione verso la costituzione di  un super Stato unitario costosissimo finirà col diventare non una libera adesione ma una scelta imposta dal mondo finanziario internazionale attraverso l’innesco  della crisi economica.  Per dirla con un verso di Dante, lasciate ogni speranza voi ch’entrate (in Europa).

 

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4 Comments

  1. caterina says:

    si parte da un equivoco iniziale che consiste nell’aver assunto il denaro non come strumento di trasferimento di merci o cose o servizi, ma come finalità ultima e l’aver chiamato “tecnici” coloro che non sanno niente se non i meccanismi con cui appunto si muove il denaro.
    L’arte di fare vera politica e l’arte di fare impresa, che sono espressioni entrambe alla base della vita reale della gente, sembra non esistano nè in quest’ultimo governo, che ha devastato il devastabile di questa Itaglia, nè nel centro di questo mostro che è andato crescendo nell’Europa.
    Come si sia arrivati a tanto è quasi incomprensibile e fa veramente pensare ad una regia nascosta che attraverso meccanismi dal rigore e fascinazione matematica mira esclusivamente ad un obiettivo di supremazia assoluta e alla gestione delle sorti del mondo.
    Abbiamo avuto un governo tecnico strumentale a questo disegno, lontano millemiglia dalla realtà di un mondo dove vorremmo vivere.
    Speriamo nella concretezza dei più e nel risveglio dall’incantesimo di quelli che ancora vi persistono.

  2. Mauro Cella says:

    Buongiorno. Da investitore non proprio “di primo pelo” ecco cosa penso di tecnici e mercati finanziari.

    Anni fa un investitore svizzero che operava principalmente sui mercati asiatici mi disse una frase che tradotta suona come “La maggior parte delle persone che muovono i mercati finanziari sono volubili e rispondono più alle voci che ai veri dati”.
    Esempio? Col Governo Monti il debito pubblico italiano non è assolutamente calato (anzi, è leggermente aumentato) ma i mercati finanziari hanno risposto in modo entusiasta richiedendo da subiti tassi più bassi. Non si è risposto ai freddi dati (che indicano come la situazione italiana non sia migliorata) ma ad una “voce”, ovvero sia che il nuovo governo avrebbe applicato riforme epocali. E’ la stessa situazione che accade quando si diffondono voci (poi magari smentite) sull’acquisto di una data compagnia da parte di un grande gruppo. Non è ovviamente mai da escludere che le voci siano manipolate a seconda del bisogno: da una manovra di acquisto e vendita a breve si possono ottenere enormi utili, come è accaduto il giorno in cui Monti ha presentato le dimissioni (e sospetto che gli investori istituzionali siano stati informati della decisione con almeno 24 ore d’anticipo, consentendo loro di trarre dal panico generale grossi profitti).

    Un altro problema chiave è l’uso politico degli indicatori macroeconomici. Non è mistero che oramai stiano divenendo sempre meno utili poiché è molto facile manipolarli (legalmente). Un classico esempio è il calcolo dell’incremento prezzi al consumo (CPI) e prezzi alla produzione industriale (IPI). Non serve essere grandi investitori per capire che sottovalutano fortemente la realtà: basta comprare un pò di verdura e di carne ogni settimana. La situazione oramai è tanto grottesca che Bloomberg ha inziato ad introdurre un nuovo parametro (chiamato CCI), studiato da un istituto sud africano, per calcolare l’aumento reale dei prezzi al consumo ed alla produzione utilizzando come indicatori i beni di prima necessità (spesso esclusi parzialmente o in toto dai calcoli del CPI), i costi energetici e delle materie prime e semilavorate di maggior consumo (acciaio, alluminio etc). Non sorprenderà nessuno che il CCI dell’area euro sia oltre il doppio del CPI. Come sempre quando si bara a carte prima o poi qualcuno chiama il bluff.

    Infine vi è il problema dei tecnici, problema che parte da lontano. Nella visione “classica” l’economista è colui che studia ed analizza l’economia. Non è suo compito fornire cure miracolose: al massimo può consigliare un corso d’azione in base ai precedenti ed ai suoi studi ma deve sempre porre il caveat che il futuro è imprevedibile per via dei troppi fattori mutevoli che influenzano un’area complessa come l’economia. La visione “moderna” dell’economista, invece, affonda profondamente le sue radici nella visione di stampo socialista dell’economia pianificata. L’economista è colui che crea i modelli che l’apparato politico deve poi implementare per ottenere i risultati voluti. In sintesi da semplice analista l’economista è divenuto pianificatore. Il problema dell’economia pianificata o “a comando” venne già abbondantemente affrontato tra l’ultima decade del XIX secolo e le prime due del XX. Il consenso tra la maggior parte degli studiosi era che, proprio per l’ignoranza di quella che talvolta si chiama “economia reale”, con le sue milioni di variabili, ne avrebbe causato il fallimento. Il XX secolo è una lunga serie di fallimenti dell’economia pianificata: si va dalla Battaglia del Grano di Mussolini fino al Grande Balzo Avanti di Mao Zedong. Eppure, nonostante questi continui fallimenti, gli economisti “moderni” come Monti continuano a ricevere fiducia nella loro versione dell’economia pianificata. Cosa porta l’uomo ad avere fiducia in quelli che si sono dimostrati nella migliore delle ipotesi dei ciarlatani e nella peggiore degli psicotici? Anni addietro lessi su una rivista di divulgazione scientifica che solo due animali non imparano dai loro errori: i primi sono le mosche e i secondi gli uomini…

    • Roberto Porcù says:

      Splendido commento.

      • Antonino Trunfio says:

        intanto grazie davvero del suo commento. Lo trovo interessante e chiaro.
        Quanto al fatto che : “….cosa porta l’uomo ad avere fiducia in quelli che si sono dimostrati…..?” ho una risposta per lei :
        basta far credere che i fallimenti non sono stati causati dai diretti responsabili delle politiche economiche e dai governi ma da i soliti immaginifici soggetti :
        l’evasore fiscale,
        lo speculatore finanziario
        le multinazionali del petrolio e delle materie prime
        i paesi canaglia
        i paradisi fiscali
        le società off shore
        i prodotti finanziari speculativi
        come vede caro Mauro, aveva ragione Noam Chomsky a citare come primo punto del suo famoso decalogo dei principi della manipolazione della masse LA STRATEGIA DELLA DISTRAZIONE

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