I piagnoni assistiti di Stato. Chi si fa ricco con i nostri soldi

pulcinelladi GIANLUIGI LOMBARDI CERRI – Tutti i mezzi di comunicazione sottolineano con costante assiduità la triste condizione di crisi in cui permane l’industria italiana. Ci poniamo il problema di come uscire da questa situazione, ma più che frasi a effetto non si sentono e, soprattutto, nessuno fa una spietata analisi della situazione, mettendo il dito sulle piaghe che affliggono il settore produttivo italiano.
Solo a seguito di una fredda analisi sarà possibile arrivare a delineare provvedimenti risanatori di sicura efficacia.
In prima istanza lo Stato dovrebbe porsi il problema di “cosa deve fare lui”. Ma per stabilirlo, dovrebbe conoscere e far conoscere la situazione organizzativa delle strutture pubbliche, facendo anche alcuni confronti con quelle di altri Stati. È evidente che, per mancanza di adeguati mezzi, lo Stato non può intervenire a 360 gradi, ma è altrettanto evidente che anche e soprattutto, data la scarsa efficienza di gran parte degli organi dello Stato, qualunque intervento rischia di essere vanificato o, nella migliore delle ipotesi, risultare di scarsissima efficacia, se non si individuano i settori chiave su cui intervenire.

D’altra parte lo Stato italiano (e anche l’Europa) diventa sempre più ingordo di risorse con un tasso di ridistribuzione che tende a zero. Ossia lo Stato utilizzerà sempre più le tasse dei cittadini solo per mantenere se stesso, senza fornire servizi. Già ora il cittadino lavora quasi otto mesi per lo Stato e quattro per se stesso e riceve in cambio ben poco. Vale la pena di sottolineare il fatto che questo Stato predone ha trasformato gli accantonamenti pensione dei lavoratori in succulenti disponibilità di spreco, costringendo i lavoratori giovani a mantenere i pensionati. Per questa autentica rapina è stata tirata fuori una parola successivamente usata ogni volta che vi vuole propinare una fregatura: “solidarietà”. I giovani devono mantenere i vecchi “per solidarietà”. Ma i vecchi si manterrebbero da soli se non fossero stati derubati dei loro risparmi!

Non contento di tanto misfatto, lo Stato specula sull’inflazione per ridurre a proprio vantaggio le somme che dovrebbe erogare per le pensioni. È evidente che se il cittadino invece di versare allo Stato i soldi della previdenza, avesse comprato “mattoni” prima del non tanto felice ingresso in Europa, oggi avrebbe mattoni rivalutati del 100%, mentre avendo consegnato allo Stato i suddetti contributi riceve oggi circa la metà di quanto ha versato.

Prendiamo esempio dagli amici americani: ogni anno, al momento del versamento Fiscale da parte dei contribuenti, l’amministrazione
fornisce a ognuno un quadro che si può riassumere così: «Caro cittadino, quest’anno per ogni dollaro che ci hai dato abbiamo redistribuito… cents, mentre lo scorso anno abbiamo redistribuito… cents». Con tutti i dati e le informazioni che permettono anche al più sprovveduto di rendersi conto di come sono stati spesi i suoi soldi.
A proposito di tassazioni nascoste cogliamo anche l’occasione per evidenziare che in Svizzera e in Austria, con poche decine di euro all’anno si gira totalmente in auto senza pagare pedaggi. E con quelle cifre i suddetti Stati mantengono le loro strade, mentre in Italia quelle poche decine di euro sono sufficienti a percorrere poche decine di chilometri di autostrade e si parla già di introdurre un ticket anche sulle strade dove ora non si paga nulla. Facciamo un ulteriore esempio per ciò che riguarda la Polizia. Quanti poliziotti stipendiamo per ogni abitante e quanti  reati per poliziotto e per abitante si riscontrano, confrontando tali dati con altre nazioni europee ed extraeuropee?

Non vorremmo che a poco a poco si arrivasse a mantenere un poliziotto ogni abitante! E perché lo Stato non dovrebbe comunicare ai cittadini ogni anno il numero e le spese per dipendente pubblico, (separatamente regione per regione) e relativi costi, evidenziando i risparmi conseguiti rispetto agli anni precedenti? Perché non evidenziare il numero totale di leggi esistenti, le leggi nuove promulgate
nell’anno appena trascorso e la nuova situazione? Si dovrebbero evidenziare anche, in tale occasione, le procedure eliminate e il tempo medio risparmiato dai cittadini che si sono avventurati, attraverso l’utilizzo degli uffici pubblici, a far vale i propri diritti.

Si è introdotto, nell’Amministrazione pubblica l’uso del computer, con grande clamore pubblicitario: ma a seguito di questa introduzione quanti impiegati si sono risparmiati e quanti servizi sono stati forniti in più? Solo dando una dimostrazione di efficienza dei servizi, lo Stato potrà poi pretendere che i cittadini e le industrie siano altrettanto efficienti e anche più. Gli industriali chiedono allo Stato riduzione di tasse; minori costi di mano d’opera, servizi più efficienti. È questo un desiderio più che lecito, ma loro che parte fanno? La cosa fondamentale per l’industriale che vuole rischiare il proprio denaro è di avere idee su quali innovazioni investirlo.

Vogliamo ricordare che la ricostruzione del dopoguerra è stata realizzata da una miriade di industriali ricchi solo di idee innovative. Molte erano la copia fedele di idee sviluppate in Usa, ma pur sempre innovative per l’Italia. Questi industriali hanno fatto studiare i loro figli, nella speranza che un incremento di cultura avrebbe giovato alle aziende. Invece… I giovani leoni hanno solo scoperto i giochi di Borsa e la finanza che, coltivata con particolare ingegno è arrivata alla cosiddetta “finanza creativa”, che ha portato ai casi Cirio, Parmalat…

Perché tutto questo? Perché mancano idee? Proviamo a dare un’interpretazione del fenomeno. La vecchia generazione, in età infantile o giovanile, possedeva poco o addirittura nulla e, pertanto, si è dovuta inventare i giochi, spesso costruendoli con le proprie mani. Questo
ha fatto esercitare le fantasia, un muscolo che se non lo si allena, si atrofizza. I giovani leoni, invece, per giocare, hanno trovato tutto prefabbricato e hanno creduto che il computer fosse un altro elemento della catena “tutto pronto e precotto”. Il mondo esterno, il cosiddetto “mondo globale” non è stato ad aspettarli. È andato all’attacco. E sono andati all’attacco proprio quelli allenati a spremersi le meningi per sopravvivere. Questo ha fatto sì che moltissime aziende italiane o hanno chiuso o sono state cedute agli stranieri. E i politici ci hanno messo del loro. È stato detto, non si sa più da chi, che l’Italia doveva dedicarsi alla chimica di base (sviluppabile solo da chi sotto la sedia ha un pozzo di petrolio) tralasciando la chimica secondaria (farmaceutica e altre), con il risultato di chiudere le aziende del primo tipo e di vendere le aziende del secondo tipo.

È stato detto che l’informatica era mestiere dei giapponesi. E così è stata distrutta Olivetti. È stato chiuso il nucleare attraverso un referendum fasullo, con il risultato di perdere migliaia di posti di lavoro qualificati, di non evitare nessun potenziale rischio e di pagare dal doppio al triplo di quanto si paga l’energia elettrica in altri Stati. Si è giocherellato con l’automobile distruggendo la Lancia (valido competitore di Mercedes) e l’Alfa Romeo (validissimo competitore di Bmw). Portando infine la Fiat in condizioni tali che una GM ha preferito pagare una salata penale, piuttosto che trovarsela sulle costole. Ricordate?

Gli industriali poi, mentre da una parte piangono per la concorrenza di India e Cina, dall’altra non vogliono nessun tipo di protezione alle importazioni poiché ognuno ritiene di essere più furbo degli altri, facendo produrre i propri prodotti in Cina o nel Sud est asiatico. Un’altra querimonia corrente è quella relativa alla cosiddetta carenza di ricerca in Italia. Dobbiamo ricordare però che la ricerca non fornisce idee di investimento, ma permette a chi ha idee e vuole investire, di concretizzarle. Non è quindi colpa della ricerca se è carente lo sviluppo, ma colpa di chi non fornisce spunti e denaro alla ricerca. Inoltre la ricerca “spontanea” in Italia, troppo spesso ha come unico obiettivo quello di creare pubblicazioni atte a far fare carriera universitaria.

È sufficiente, a tale scopo, controllare quanti risultati di queste ricerche vengono pubblicati sulle riviste internazionali note per il loro peso scientifico. A conferma di quanto sopra detto perché Finmeccanica, multinazionale a gestione italiana, con un bilancio in utile, nonostante l’accanita concorrenza, internazionale, spendeva anni fa circa il 12 % del proprio fatturato in ricerca, contro lo striminzito 1,1 % del resto Italia?
La finanza
Le operazioni finanziarie sono indubbiamente un importantissimo strumento di sviluppo per le aziende, ma non possono servire a tappare i buchi di bilancio. Se il bilancio di un’azienda è in passivo o si riducono i costi o si introducono nuovi prodotti più rimunerativi, o si cambia il management! La finanza serve solo ad accelerare lo sviluppo di un’azienda che già funziona bene per conto suo, non a fare da puntello!

Le dimensioni dell’industria italiana – L’industria italiana ha dimensioni medie  di una sessantina di dipendenti. Passi per il settore artigiano-artistico, ma è assolutamente scarsa per il settore industriale. Che fare allora? Occorre che le Pmi formino delle holding, delle cooperative o strutture similari in cui ogni azienda componente conservi in buona parte la sua autonomia operativa, ma si concentri in un’unica direzione la parte finanziaria, la parte acquisti e quant’altro venga ritenuto più economico non decentrare. È, insomma, il moderno concetto di Federalismo, applicato anche al settore industriale. Nel solo settore delle Pmi la dimensione media scende al disotto dei 20 dipendenti. Ciò significa che, a meno che l’azienda non si trovi in una nicchia di alta specializzazione, non ha nemmeno la forza numerica di preparare gli incartamenti per accedere a determinati finanziamenti pubblici.

Semplificazione delle procedure – Desta non poca meraviglia che le associazioni industriali non si siano ancora mobilitate per spingere il Governo a una costante revisione delle procedure pubbliche riguardanti le industrie, onde ridurre i costi. Si pensi, ad esempio, alle documentazioni richieste per acquistare e vendere un’auto e totalmente inutili per un qualsivoglia tipo di controllo. E ancora. Quando si farà una battaglia per gettare nei rifiuti tutte le procedure ISO che non gagarantiscono niente e nessuno, se non guadagni a chi appartiene agli enti ispettivi (procedure che, in compenso, gravano le imprese di costi, che ad esempio la Cina non ha)? Riteniamo che una drastica semplificazione delle procedure vigenti permetterebbe di risparmiare costi dello stesso ordine della pressione fiscale.

Dazi e simili – Le Pmi si lamentano continuamente della politica di importazione da Paesi a bassissimo costo di manodopera, che spiazza i nostri imprenditori. Stranamente quando un politico come Umberto Bossi chiedeva l’introduzione di dazi protettivi, molti si
stracciarono le vesti per l’indignazione. Tutti sanno che Usa, Canada, Giappone, Cina e quant’altri applicano robusti vincoli alle loro importazioni e chi produce in Italia ed esporta questo ben sa. E allora alla fin fine che vogliono gli industriali? Taluni credendo di essere i più furbi degli altri trasferendo totalmente la loro produzione nei Paesi a basso costo di mano d’opera e pertanto, qualunque azione tendente a bloccare le importazioni li danneggerebbe. Ma allora smettiamola con i pianti e con il patriottismo di maniera.

D’altra parte, volendo bloccare almeno il 70% delle importazioni, leggi alla mano, basterebbe sottoporre tutte le merci all’ingresso, a una verifica di conformità alla legislazione europea sulla sicurezza (Legge 626 italiana). Come d’altra parte fa da tempo la Francia, bloccando, a piacimento anche le merci provenienti da altri Paesi europei. Come? Semplicissimo, è più che sufficiente interpretare la 626 in maniera restrittiva e il gioco è fatto.

Due settori sono particolarmente significativi al riguardo. Il settore dei giocattoli, dove quasi nessuno dei prodotti importati risponde alle caratteristiche di sicurezza nei confronti dei bambini. E il settore delle macchine e delle apparecchiature, dove perfino i cavi elettrici sono realizzati a dispetto della normativa vigente. Ma siamo convinti che, perfino nel settore dei tessuti molti sarebbero bloccati per uso di coloranti contrario alla normativa. E allora cosa ci manca? Ci manca la volontà di smettere di fare i furbi piagnoni, cercando di essere intelligenti seri.

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One Comment

  1. michelelfre says:

    DA piccolo imprenditore non mi interessano i finanziamenti pubblici ,soldi estorti con le tasse dalle aziende sane e redistribuiti con metodi da lotteria, vorrei meno tasse e poi vedremo con le tasse reali al 25 X100 al posto del 60 se le aziende sane falliranno o andranno all’estero .

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