Province e Città metropolitane: occhio alla nuova torta dei partiti

finanziamento-pubblico-ai-partitidi DANIELE VITTORIO COMERO

Il riformismo di questo governo è come quello di una pianta da frutto: lo si può giudicare solo dal raccolto prodotto, senza pregiudizi. Renzi e la sua strana maggioranza hanno prodotto un sacco di riforme che ora un po’ alla volta stanno maturando, tra un mese esatto potremo assaggiare i primi frutti.

Non che ai semplici cittadini, elettori che pagano fior di tasse, sia concesso di dare una morsicata al “raccolto”, questo è impossibile, al massimo potranno dare un occhiata, molto discreta, dal buco della serratura, mentre i soliti noti faranno la vendemmia.
Sono le cosiddette elezioni di secondo grado per le autonomie locali, province e città metropolitane, introdotte ex novo dalla legge Delrio, dal nome dell’attuale sottosegretario alla presidenza, vero plenipotenziario del potere renziano.
Questo provvedimento è stato concepito sotto il governo Letta, ma ha visto la luce con Renzi, che ha imposto un parto cesareo, molto prematuro, a fine marzo 2014 per la nascita della prima grande riforma varata dall’attuale governo. Il tutto è avvenuto sulla scia dell’entusiasmo per la vittoriosa battaglia parlamentare che ha portato all’approvazione in prima lettura alla Camera dell’Italicum, altra riforma molto contestata frutto dell’accordo del Nazzareno.
La legge 56/2014 ha ritoccato la forma delle autonomie locali e, tanto per essere chiari, ha cancellato quel poco di buono che era stato fatto nei due secoli precedenti, con la formazione dello stato unitario e l’introduzione delle province per regolarizzare e ammodernare la struttura di governo del territorio. Un’innovazione presa a prestito dai francesi che ha funzionato bene fino agli anni novanta. Invece, la propaganda mediatica dei giornali di regime ha fatto intendere che con questa riforma venivano abolite le province e create delle nuove istituzioni, come le città metropolitane, che il Paese aspetta ansioso da vent’anni. Tutto falso. Come diceva il cancelliere Otto von Bismarck “non si mente mai così tanto come prima delle elezioni, durante la guerra e dopo la caccia.”
Guarda caso sono le condizioni attuali: siamo in guerra e sotto elezioni, la caccia invece è ancora in corso. Quindi, riprendendo il filo, tra un mese esatto si apriranno le urne, dal 28 settembre fino al 12 ottobre, per gli organi di comando delle province e delle aree metropolitane, dove gli elettori saranno solo i componenti dei consigli comunali, meno dello 0,5% della popolazione.
Un passaggio molto delicato che segna la nascita delle città metropolitane in una situazione di estrema incertezza, non essendo ancora state definite le funzioni e le risorse da assegnare a questi nuovi enti. Si sa solo che dal 1° gennaio assorbiranno le pre-esistenti province, quasi tutte in stato comatoso o di pre-bancarotta, per i tagli forsennati del governo o per la cattiva gestione.
La classe politica intanto si prepara al voto parlandone il meno possibile, con un linguaggio che risulta incomprensibile ai non addetti. Salvo che a Genova, dove da mesi si discute nei comuni in pubbliche assemblee. Lì si voterà il 28 settembre, come a Milano, dove però nulla è stato fatto per sensibilizzare gli amministratori comunali e i cittadini, neanche un’assemblea, se non due incontri di partito organizzati dal PD e da Forza Italia. Esattamente il contrario dello spirito che dovrebbe animare un’elezione di secondo grado, già ristretta di suo a pochi notabili.
Roma andrà al voto il 5 ottobre, mentre Napoli e molte province piemontesi, lombarde e venete hanno fissato il giorno delle elezioni per 12 ottobre, una misura di buon senso per non far iniziare la campagna elettorale ad agosto, dando tempo a tutti di rientrare dalle ferie per organizzarsi e formulare una proposta politica concreta.
Ma quali sono le proposte politiche sul tappeto? Poche, nulla che riguardi il cittadino o la migliore gestione delle scarse risorse. Nelle città metropolitane ancora meno, in pratica una sola, quella del “listone”, cioè di comporre delle liste unitarie con dentro tutti i partiti, con buona pace delle liste civiche non allineate. Al massimo, se proprio il contenitore è stretto, come nel caso di Milano, si parla di due o tre listoni.
La scusante addotta è che in un momento “costituente” è meglio stare tutti insieme. Una volta dentro al Palazzo, a titolo gratuito dice la legge, una qualche buona idea per gestire il passaggio di consegne e superare il tracollo di questi enti al collasso finanziario verrà fuori.
Si spera in bene, non fosse altro per scongiurare il pericolo della perdita di molti posti di lavoro.
Il prossimo inverno sarà il momento critico per tutti, è anche il periodo che il contadino taglia la pianta al ceppo quando si accorge che i frutti non piacciono o sono cattivi.

Info e Blog:
http://danielevittoriocomero.blogspot.it/

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One Comment

  1. tok says:

    E tagliamola sta pianta!!!!!!!!
    WSM

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