I padroni delle piazze, da Loreto ad oggi

NAZI-COMUNISMO

di LUCIO MONTANARI – L’ etologia è la scienza che studia il comportamento degli animali in relazione alla loro “vi-ta sociale”. Nell’ambito dell’e-tologia comparata, si possono riconoscere, nel substrato dei comportamenti umani, profonde analo-gie con i comportamenti animali: i comportamenti umani risultano così più comprensibili, perché non più mascherati dalle astrazioni e dall’abuso della parola. Quando un gorilla più forte riesce a “far fuori” il vecchio maschio
dominante, si presenta a tutto il branco come nuovo capo: e lancia dall’alto, come avvertimento ai sudditi, il suo grido di vittoria, battendo sonoramente i pugni contro la cassa del torace.
Tarzan era stato allevato dai gorilla e ne seguiva il comportamento. Anche Tar-zan infatti, dopo aver ucciso il leopardo,il nemico di cui tutti avevano terrore, ne alza il corpo senza vita e fa echeggiare il suo formidabile urlo, ad avvertimento e
monito per tutti gli animali della giungla. Questo rito, che si ripete invariato in molte specie animali, ha lo scopo di
annunciare a tutti: “Io sono il più forte!

Ora il capo sono io, e dovete temermi e ubbidirmi!”. Quello che gli animali fanno guidati dall’istinto, lo fanno anche gli uomini, anche se coprono l’animalesca nudità dell’atto con vesti acconce: e cioè con appropriate argomentazioni.
Negli ultimi giorni frenetici dell’aprile ’45, sia gli alleati che i comunisti (che controllavano la maggioranza delle forze partigiane), si mobilitarono per arrestareMussolini e i gerarchi della sua corte.
Arrivarono prima i comunisti. Per ordine preciso ed esplicito dei loro vertici politici, i comunisti uccisero subito il Duce e tutti i suoi. Non si trattava né di “giustizia” né di “vendetta”. Si trattava invece di un atto “politico”, programmato con lucida volontà: con questo atto i comunisti si arrogavano il diritto a esercitare il “Potere” assoluto, eredità strappata al vecchio Duce insieme alla vita. Piazzale Loreto, nella sua macabra iconografia, è il rito equivalente all’urlo di Tarzan.Il forte messaggio, affidato a quelle crude immagini, poteva tradursi così: «Popolo italiano! Noi ti abbiamo liberato dal tiranno: noi lo abbiamo combattuto, vinto e ucciso! Noi lo abbiamo appeso in questa piazza, per dare un esempio e un monito! Da questo momento comandiamo noi! Chiunque si opporrà a noi sarà considerato fascista e nemico del popolo, e farà la stessa fine del Duce! Noi saremo sempre pronti a scendere nelle piazze, per difendere con le armi ciò che abbiamo conquistato con le armi!».

Gli italiani avevano aderito alla Resistenza per liberarsi dalla dittatura e dall’occupazione nazista: lo scopo del Pci era invece quello di sostituire la dittatura fascista con la tirannia comu-nista, ancora più crudele e totalitaria.
Sfortunatamente per i comunisti, l’Italia non era stata liberata dall’Armata Ros-sa, ma dagli americani: pertanto le cose ebbero un’evoluzione diversa da come speravano i vertici comunisti. Pochi mesi prima, a Yalta, anglo-americani e sovietici si accordarono sullo “status quo”; e pochi mesi dopo, a Posdnam, sanzio-narono la divisione dell’Europa. Il congelamento della situazione fu impresso dalla distruzione di Hiroshima. L’atomica fece comprendere a Stalin che non poteva più accrescere il suo impero con l’aggressione o la pressione militare; gli americani ebbero invece la certezza di potersi opporre alle pressioni di Stalin, anche con forze convenzionali spaventosamente inferiori. A questo punto, per conquistare il pote-re, ai comunisti restavano solo due strade: vincere con ogni mezzo (democratico o no), le future elezioni: oppure fare un “colpo di Stato” (come avvenne un anno dopo in Cecoslovacchia).
Per entrambe queste prospettive era tut-tavia essenziale restare “padroni delle piazze”: il vantaggio strategico conqui-stato con Piazzale Loreto doveva per-tanto essere mantenuto a ogni costo. I comunisti utilizzarono ampiamente un altro potente strumento di pressione: la paura. Ammazzarne uno per educarne cento.

Dopo la fine della guerra, in Padania (e soprattutto in Emilia), bande comuniste “autonome”, ovviamente sconfessate dai vertici del Pci, continuarono a “giu-stiziare” i nemici del popolo: ma la paura, che si respirava concreta nell’a-ria, contribuiva comunque a tenere “le masse” lontano da posizioni politiche sgradite. La speranza comunista in una decisiva vittoria elettorale si dissolse con le ele-zioni del 18 aprile 1948. Il colpo di Stato rivoluzionario (che sarebbe comunque sfociato in una disastrosa guerra civile), fu accarezzato a lungo dall’ala estremista: ma si manifestò e si esaurì rapidamente nei prodromi rivoluzionari attua-ti in seguito all’attentato a Togliatti, nel luglio del 1948.
Il controllo delle piazze fu invece mantenuto con successo ininterrotto sino ai nostri giorni. Tutte le manifestazioni spontanee di protesta, legittime e nume-rose in quei tempi difficili, venivano sempre incanalate, controllate e deformate politicamente dai comunisti. Se poi mancavano motivi concreti di prote-sta di cui impadronirsi, i comunisti riu-scivano sempre, con fantasia e grande abilità, a creare e montare situazioni di conflitto.

All’inizio degli anni Sessanta, con moti di piazza (e conseguenti aggressioni alle forze dell’ordine) riuscirono a far cadere il governo Tambroni, da loro aborrito perché avrebbe sdoganato il Msi, steri-lizzando la loro arma principale: l’anti-fascismo ideologico. Recentemente con i disordini di Genova per il G8 fecero subito capire al neo gover-no Berlusconi chi comanda nelle piazze (e la magistratura anche se non è riuscita a individuare i dimostranti criminali, è al-meno riuscita a denunciare le illegalità commesse dalle forze dell’ordine!).
Nei 40 anni che intercorrono tra questi due avvenimenti, tutte le volte che il Pci voleva mettere il veto a un’azione del governo, ricorreva alla piazza: e il go-verno regolarmente cedeva. Gli esempi sono innumerevoli.
Fino a quel primo 25 aprile, il mito dell’Italia unita era stato il Risorgimento; ma da quel momento in poi i comu-nisti imposero il mito della Resistenza, di cui erano azionisti di maggioranza: e di cui diventarono subito padroni asso-luti. Si illusero (e si illudono tuttora) lealtre forze politiche che vantano un proprio contributo politico e militare alla Resistenza: a loro è sempre spettato il ruolo di comparse, destinate a essere cacciate dietro le quinte quando si presenta sulla scena il primo attore: se basta con i fischi; se non basta, con gli scontri di piazza e la violenza fisica.

Per il popolo italiano è la manifestazione incombente dell’assioma di George Orwell: «Chi controlla il presente con-trolla il passato: e chi controlla il passato controlla il futuro». È assolutamente illusorio pensare che il 25 aprile, con il passare del tempo, di-venti solo una ricorrenza storica come tante: come la battaglia dell’Assietta o lo sbarco dei Mille. Ciò sarà impossibile finché i comunisti italiani innesteranno su questa data, su questo simbolo, e sul controllo delle piazze, la sorgente del
proprio potere. Volete un esempio storico?
Ancora oggi, in tutta l’Irlanda del Nord, migliaia di orangisti, in costumi dell’e-poca, prendono parte alle parate del 12 luglio. Le parate celebrano la Battaglia del Boyne del 1690, che vide il principe Guglielmo d’Orange sconfiggere le for-ze cattoliche del re Giacomo. Da quella data i vincitori anglo-scozzesi prote-stanti hanno esercitato una totale e spie-tata egemonia politica, economica e so-ciale, sui vinti irlandesi cattolici. Ancora oggi, dopo 316 anni (!), queste
“marce storiche” denunciano la “volon-tà politica” degli eredi dei vincitori di rivendicare quanto ancora resta dell’e-gemonia a suo tempo conquistata. Il comunismo sovietico dell’Urss è crol-lato insieme al Muro di Berlino, e, avendo dichiarato fallimento, non rappresenta più un pericolo incombente per i popoli della terra. Il comunismo in Ita-lia, invece, è ancora tutto lì: di certo non è più un fine, ma purtroppo è rimasto un mezzo potente per scardinare la de-mocrazia e conquistare un potere permanente. Per poterlo superare, dobbiamo ancora percorrere una strada molto lunga e difficile. Dobbiamo costruire una democrazia matura, libera dalla paura e senza complessi di inferiorità. Solo così la Resistenza diventerà un fatto storico come tanti: e finalmente, anche in Italia, saremo liberi dal comunismo.

Dal settimanale Il Federalismo, direttore responsabile Stefania Piazzo

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One Comment

  1. caterina says:

    I quarant’anni passati a Milano ho sempre sentito dentro il disonore di un uomo ucciso a tradimento mentre stava fuggendo e appeso al pubblico ludibrio a testa in giù a Piazzale Loreto… e poi pensiamo di meritare rispetto?
    Per fortuna sono veneta… ma vivo ai piedi del Cansiglio che nelle sue forre carsiche ancora custodisce centinaia di vittime dell’odio ideologico di chi sperava che passassimo sotto Tito … e sarebbe festa il 25 aprile!…
    Io infatti fuggo dalle fanfare e prendo un treno e vado a Venezia… qui si festeggia San Marco e sventola l’unica bandiera che amo… sul libro aperto sotto il leon c’è scritto PAX !

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