I lombardi non sono anatre da tiro

di STEFANIA PIAZZO

In questo tira e molla della politica, dove c’è più strategia, patteggiamento degli errori che sostanza, chi ha creduto in un progetto o fatto militanza, non solo si sente tradito o deluso ma ha tutto il diritto di dire una cosa: non siamo anatre da tiro. Uccellagione che le fazioni lanciano in aria, fanti da mandare allo sbaraglio per poi smentire, sfruttare l’arte della guerra. Piccioni da fiera. Magari per “trattare”.

Quel che è accaduto nella storia di un movimento come quello della Lega, è anche questa “fiera degli uccelli”, fedeli compagni dell’uomo, che mangiano un pugnetto di miglio al mese, che cantano e lavorano per allietare il potere che impiega le proprie truppe per mandarli all’assalto della baionetta. Ma da soli.

I generali, nelle lotte intestine del Carroccio, stanno sulla collina sul cavallo bianco, guardano e aspettano. Un tempo, ai grandi generali, bastava dire: vai. E l’anatra da tiro partiva. Fedelmente lusingata di aver ricevuto l’ordine in prima persona dal suo capo. Nessuno sognava di non dire di sì. In fin dei conti, era per una giusta causa.

Oggi, francamente, il tempo della prestazione in nome dell’autorevolezza e del totem, è finito. Senza un progetto nitido, e senza l’autorevolezza, nessuno va di qua o di là per farsi impallinare in nome della strategia. Quale, infine?

Tre imprese lombarde su cinque devono ricorrere ai propri risparmi per pagare gli stipendi. Lo scorso anno, un’amica di Lainate, figlia di una “dinastia” industriale delle cassette di sicurezza, mi raccontava proprio questo: “Ste, io sto pagando i miei dipendenti con quel che abbiamo messo da parte. Le banche non ti danno più una lira. Eppure le richieste di produzione arrivano ma se non posso accedere al credito per acquistare la materia prima, non posso esportare, non posso lavorare, non posso guadagnare”.

Ecco, questa è la lingua padana di cui parlare, quella da difendere, quella da salvaguardare. A questa si può e si deve dire sì. Il resto, è una vocazione, un’ambizione senile al rimpianto. Tardivo.

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