I libri che dovevano “fare gli italiani”…

di ROMANO BRACALINI

Fatta l’Italia, dice il D’Azeglio, senza aver l’aria di crederci troppo, bisognava fare gli italiani, e qui lo sforzo pareva sovrumano. Il compito venne affidato agli scrittori  che accolsero l’invito a rappresentare l’”Italiano nuovo” e a costruire la nuova identità. Ma mancavano gli ingriedenti di base. Si dovette inventare un genere letterario che prima non esisteva, essendo la letteratura italiana prima del 1860 essenzialmente regionale. Il romanzo risorgimentale o post-risorgimentale diventa necessariamente “propaganda” e, i Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, dice Alberto Moravia, ”anticipano i metodi e i modi dell’arte di propaganda”. Ciò non significa che il capolavoro manzoniano non abbia anche un valore letterario e poetico, ma avendo un fine politico e patriottico risulta anche parecchio noioso e prolisso. Il romanzo italiano di propaganda non era dissimile, negli intenti, dal “realismo socialista” dei paesi comunisti. Ciò che non torna o stona, e fa a pugni con la verità storica, lo si aggiusta o lo si cancella perché la rappresentazione sia perfetta e priva di ogni ombra.

PINOCCHIO, di CARLO COLLODI, un classico della letteratura per l’infanzia, sembra l’allegoria della nazione: il burattino, bugiardo e scansafatiche, che dopo tante disavventure diventa un ragazzo per bene. Allo stesso modo EDMONDO DE AMICIS con il libro CUORE compone il romanzo per le nuove generazioni che sui banchi di scuola apprendono gli eroismi e i sacrifici compiuti per fare dell’Italia una nazione. Eroismi del tutto immaginari, come Il tamburino sardo e La piccola vedetta lombarda. Patriottismo e socialismo umanitario sono gli ideali di DE AMICIS presto traditi dal post-Risorgimento. Allo stesso modo del “realismo socialista”, MANZONI con i Promessi Sposi aveva scritto  un romanzo di “realismo cattolico”, e per meglio adempiere al suo scopo scelse il Seicento nel quale il cattolicesimo permeava allora tutta la società italiana, essendo in buona sostanza il solo elemento di aggregazione e di unità. Viceversa nell’800 il cattolicesimo era meno diffuso e dominante anche per effetto delle idee derivate dall’illuminismo e dalla Rivoluzione francese. Così occorreva rifarsi a un’epoca in cui il cattolicesimo della Controriforma, nella Milano spagnola del XVII secolo, appariva ancora egemone, totalitario. La trasposizione era senza rischi. Sarebbe stato più pericoloso rappresentare il proprio tempo quando a dominare la Lombardia non erano più gli spagnoli ma gli austriaci. CATTANEO diceva del MANZONI: “l’è un spauresg”. Un pauroso. Non era un cuor di leone. L’intento del MANZONI, tornando indietro di due secoli, era quello di legare lo spirito popolare cattolico con la realtà politica del proprio tempo, unendo fede religiosa e patriottismo unitario. L’intento degli scrittori cattolici, da MANZONI a GIOBERTI a CAPPONI, è dunque quello di collegare il cattolicesimo italiano con il processo inarrestabile della storia.

VINCENZO GIOBERTI, scrittore torinese, nel 1843 aveva scritto “Del primato morale e civile degli italiani”, che aveva fatto esclamare a quella linguaccia di Massimo D’Azeglio. ”Beato lui che ci crede”. GIOBERTI affermava il primato della civiltà italiana, con linguaggio erudito e ripetitivo: il suo non è un grande libro ma ebbe un’influenza enorme sulle masse cattoliche che appresero che non dovevano estraniarsi dal processo unitario, come poi invece avvenne per ordine papale. Gioberti in sostanza diceva: ”Chi ripudia la fede, ripudia, almeno per metà, la patria”. Gioberti, in mancanza di meglio, si rifaceva alla gloria romana, che per la verità aveva ben poco in comune con gli italiani del XIX secolo. Teorizzava una confederazione italiana sotto l’autorità del Papato riconciliato con le idee moderne. Fu grande la sua delusione quando Pio IX con il Sillabo condannò le dottrine moderne,dal liberalismo al socialismo, opponendosi di fatto al processo unitario.

Un testo di propaganda è anche “Le mie prigioni” di SILVIO PELLICO, scritto, disse lo stesso Pellico, senza finalità politiche ma con intenti puramente etici e morali: libro che tuttavia servì egregiamente a suscitare lo sdegno nazionalista. Pellico racconta la sua esperienza di prigioniero politico allo Spielberg, in Moravia, dal 1820 al 1830. Poco importa che nel Piemonte illiberale di Carlo Felice e di Carlo Alberto il clima politico fosse anche più soffocante di quello che si respirava in Austria. Metternich, cancelliere austriaco, aveva preparato una risposta ma poi vi rinunciò temendo di contribuire ancor di più alla popolarità delle “Mie prigioni”, riconoscendo che il libro equivaleva per l’Austria “a una battaglia perduta”. Tutto serviva per formare i nuovi italiani, che per la verità erano gli stessi di sempre. In un momento di sconforto MASSIMO D’AZEGLIO disse che “gli italiani pensano di riformare l’Italia e nessuno si accorge che per riuscirci bisogna prima riformare se stessi”.

Il romanzo storico, da FRANCESCO DOMENICO GUERRAZZI a TOMMASO GROSSI a MASSIMO D’AZEGLIO, venne ripreso, come disse lo stesso D’Azeglio, per rimettere un po’ di fuoco nelle vene degli italiani, per rigenerare il carattere nazionale e risvegliare le grandi memorie storiche. Ci voleva ben altro. Tra le élite aristocratiche e alto borghesi da una parte e il popolo dall’altra c’era un abisso di incomprensione. Ciascun gruppo sociale o regionale parlava un proprio linguaggio incomprensibile all’altro. Prevaleva il dialetto. L’italiano era minoritario.Manzoni prese a modello il toscano per dare al paese una lingua nazionale, meno aulica e curiale, più vicina al linguaggio parlato;e per adempiere a questo compito andò a risciacquare in Arno il suo linguaggio nordico. Da notare che Manzoni in privato parlava quasi esclusivamente in milanese. Certo era buffo sentir parlare Renzo e Lucia con la lingua dei contadini toscani. In realtà nelle campagne lombarde i contadini continuavano a parlare il dialetto e la lingua per parecchio tempo non parve uno strumento di unità. In Inghilterra e in Francia gli scrittori sfidavano le convenzioni e venivano processati e condannati per le loro idee. Penso a EMILE ZOLA, a OSCAR WILDE.Gli scrittori siciliani, come FEDERICO DE ROBERTO, autore dei VICERE’, che non ebbe subito grande fortuna, descrivono senza troppi rischi gli opportunismi delle grandi famiglie aristocratiche meridionali che dopo il crollo borbonico avevano abbracciato le idee liberali e nel nuovo assetto si erano assicurate solide posizioni, acquistato terre e feudi confiscati dal governo nazionale agli antichi ordini religiosi. A sua volta GIOVANNI VERGA avrebbe improntato all’ideologia vincente l’intera sua opera (I MALAVOGLIA,MASTRO DON GESUALDO) per rivestire di principi etici e sociali la nuova identità italiana.

Il trasformismo delle grandi famiglie del Sud è stato brillantemente descritto da TOMASI DI LAMPEDUSA nel suo “GATTOPARDO”.

L’Italia nuova mostrava solo d’essere la continuazione di quella vecchia.  Ed è, appunto, nel mancato patto di unità tra liberal-democratici e popolo che PIERO GOBETTI, giovane intellettuale torinese,seguace delle idee federaliste di CARLO CATTANEO, non diversamente da ANTONIO GRAMSCI, vide il fallimento del Risorgimento senza il popolo.”RISORGIMENTO SENZA EROI”, come suona il titolo della sua più importante opera storica pubblicata postuma nel 1926,anno della sua morte,quattro anni dopo l’avvento del fascismo che egli con lungimiranza e acume aveva definito “l’AUTOBIOGRAFIA DELLA NAZIONE”.

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2 Comments

  1. luigi bandiera says:

    E non citiamo le canzoni e i films…
    Mi scappa di dire che Adolfo fu meno crudele…
    La canzone Africanina… bella, si adatta al di de unkuo’.
    Bromurati cosi’ ma cosi’ tanto non lo avrei mai pensato.
    Preghiamo

  2. luigi bandiera says:

    Un CAPOLAVORO sto articolo.
    Soprattutto VERITA’ SACROSANTA.
    Che Dio mi perdoni se li stramaledico, quelli la’ che vollero per forza fare gli italiani.

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