I frutti di libertà e pace: considerazioni su alcune realtà accademiche americane

di PAOLO L. BERNARDINI

Dalla prospettiva privilegiata da cui guardo il mondo ora – sto aiutando a costruire una piccola università d’eccellenza nell’Asia centrale – e lieto di poter contribuire alla celebrazione dei due anni di vita de “L’indipendenza”, vorrei soffermarmi brevemente su alcuni dati, non sempre noti abbastanza al mondo italiano (o europeo in generale). Come ogni anno, nel 2013 il giornale americano di larga diffusione USNEWS ha pubblicato la statistica dei migliori atenei a stelle e strisce, con i soliti nomi noti e qualche outsider che meritoriamente si piazza nei primi venti o primi cento. Sono lieto ad esempio che un’università cui sono molto legato, Notre Dame nell’Indiana, sia collocata al 18° posto. Ma anche altre università di cui conservo felice ricordo, e dove ho lavorato in anni remoti, come Brown, sono eccellentemente collocate. Ora, io sono convinto che sottratte alla maledizione dello stato le università italiane potrebbero rinascere comela Feniceda un mare di cenere, visto il serbatoio di talenti che ancora offrono al mondo. Processo lungo, ma che auspico ex imo corde, una volta che il Veneto, ad esempio, ola Sardegna, saranno divenuti indipendenti.

Ma tra i tanti aspetti che colpiscono confrontandoci con una situazione cotanto diversa, vorrei soffermarmi su di uno solo, il concetto di “endowment” di “dotazione economica”, e lo faccio in riferimento a Harvard, al secondo posto dopo Princeton nella classifica di USNEWS, e quella dotata, per dir così, di maggior dote, o se vogliamo, semplicemente, superdotata! Parlo di Harvard perché di recente alcuni commentatori dell’Università di Padova, riferendosi ad un articolo di ROARS,  hanno fatto notare come da sola Harvard spenda in ricerca in un anno il 44% di quanto spendono tutti i settanta e passa atenei italiani. (VEDI QUI)

Ora, ovviamente le cifre di Harvard sono in ogni caso da capogiro, e verrebbe anche da chiedersi perché si sia scelto un solo parametro per una comparazione impietosa, ma è già bene farle, perché tutte le università italiane – o piuttosto tutta l’Italia “officiale” – ama evitare le comparazioni, “nemo miser nisi comparatus” diceva Seneca ma il mondo è globale e le conoscenze girano velocissime e spesso precise, tanto che agli scrittori come me, quando scrivo per questo giornale o altri, non resta che captarle, presentarle, commentarle, e trarne le dovute conseguenze senza tanta fatica.

Orbene, per chi voglia avere una visione sinottica dell’ateneo di Cambridge (MA), ecco quello che USNEWS fornisce: (VEDI QUI). Come si noterà, la dotazione di Harvard è di circa 30 miliardi di dollari. Molte università americane sono state colpite dal ciclone Madoff, e hanno perso molto fidandosi del finanziere. Non so Harvard. Ma altre si sono ottimamente riprese. Ora, per noi poveri mortali che quando andiamo al bancomat siamo terrorizzati dopo aver premuto la parola “saldo”, suonerà singolare che il presidente di Harvard vada al bancomat e si trovi la cifra di 30 miliardi di attivo. Anche se non tutto è in “cash”, ovviamente. Al che, ed anche per rispondere ai critici di ROARS e agli straniti giornalisti di Padova (ve ne accorgete adesso?), vorrei proporre le considerazioni che seguono.

  1. Nel bene e nel male, ma soprattutto nel bene, Harvard è istituzione a. privata; b. centenaria, in quanto fondata da pochi volenterosi nel 1636.
  2. Harvard non è mai stata soggetta a guerre, invasa, depredata. Accumula fama e ricchezza dal 1636, ma da notare che tale dotazione è un “by-product”, ovvero Harvard è privata, ma non è una società che debba produrre ricchezza, è not-for-profit. Produce sapere.

Da questo consegue che tutti i teorici del bene della guerra (e quindi dello Stato) per l’economia dovrebbero, ad esser teneri, suicidarsi subito. Se lasciate alla loro pacifica vita, famiglie, istituzioni, dinastie, e quant’altro possono prosperare nei secoli, anche se il loro scopo non è l’aumento della ricchezza, o la creazione di profitti: se mai contribuiscono a “intangible assets” del mondo, oltre ovviamente a costruire ricchezza con brevetti, tecnologie, scoperte, e quant’altro. Ci sono anche stati che hanno accumulato ricchezze nei secoli, comela Svizzera, ma per fortuna tali ricchezze sono soprattutto private; altri stati, comela Norvegia, o comela Scoziache verrà, mettono insieme fondi di emergenza nazionale, hanno insomma fondi di vario tipo per il futuro. Ma la ricchezza degli Stati, tesori o tesoretti, è sempre e solo frutta della fiscalità, una rapina che può essere moderata e accettabile, o mostruosa, come in Italia, e inaccettabile: oltretutto, non contribuisce, in Italia, alla creazione di nessun fondo o tesoretto stile norvegese, ma solo ad arricchire miserabili nullafacenti, come sappiamo bene.

Con questo, sono ben lungi dal venerare il modello americano, sia chiaro. Condivido le critiche alla dilagante “political correctness” nei campus – Harvard compresa – dove sono pochi i pensatori liberali classici, e gli umanisti amano farsi cuocere nel calderone variopinto del marxismo mal digerito, fa chic e assicura carriere. Condivido ad esempio le critiche di Alan Charles Kors, docente alla University of Pennsylvania, espresse in The Shadow University: The Betrayal of Liberty on America’s Campuses, già nel 1998. Sono rimasto poi annichilito dalla lettura di un libro più recente, The Third Reich in the Ivory Tower, di Stephen Norwood, del 2009, che racconta di quanti elogi ottenessero i nazisti da parte dei dirigenti e di alcuni accademici nelle più prestigiose università americane. Ciechi o furbi?

Certamente, fa piacere sapere che i 30 miliardi di dollari della dote di Harvard non sono che una parte minima della ricchezza che Harvard ha dato al mondo, e continua a dare, e senz’altro NON sono il suo prodotto più importante. Se il mondo non avesse conosciuto guerre dal 1636, quanta ricchezza avremmo noi? Meglio non pensarci. Se il mondo non avesse mai conosciuto Stati, ognuno di noi sarebbe un piccolo Creso. I terremoti, le sciagure, le inondazioni, messe tutte insieme, nella storia umana, non hanno mai creato che una frazione minima del disastro che gli Stati – da scrivere con S maiuscolo, come le SS che ne hanno rappresentato storicamente uno dei migliori prodotti – ci hanno costretto a subire, sottraendoci di volta in volta vita e ricchezza.

Harvard non è mai stata invasa, e non ha mai fatto guerre. Dal 1636. Auguriamoci che continui a non esserlo.

E auguri Indipendenza! Due anni di lotta sono tanti, belli, memorabili. Continuiamo così.

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3 Comments

  1. caterina says:

    morale: il sapere costa… lo Stato immensamente di più, ma dilapida!
    Io ho tratto questa conclusione dalla lettura del Suo articolo… non so se sono nel giusto.
    Grazie Professore.

  2. Michele De Vecchi says:

    Come sempre una ottima analisi, professore.

    Una considerazione: quanti “dindini” avrebbero in attivo le università venete se la Francia fosse obbligata a restituire quanto sottratto al tempo della caduta della Serenissima???

    • Paolo L. Bernardini says:

      Tantissimi, credo. Grazie del positivo parere sull’articolo. Indubbiamente, un bel fondo-cassa lo metteremo insieme nelle università venete del futuro, per le quali sto lavorando ad un piano di ristrutturazione, che, viaggi e salute permettendo, terminerò entro l’estate.

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