I diritti degli altri scaricati sul nostro conto

federalismodi GILBERTO ONETO – Ogni vero autonomista crede che ognuno a casa propria abbia il diritto (e il dovere) di fare come gli pare. Ogni vero autonomista crede che ogni comunità debba affrontare e risolvere i problemi che gli si pongono davanti purchè si verifichino alcune condizioni imprescindibili: che la decisione sia presa democraticamente, che essa non danneggi i diritti inalienabili di qualcuno all’interno della stessa comunità, che non danneggi altre comunità, e che oneri e responsabilità non escano dai limiti della comunità che l’ha assunta.

La prima cosa richiede che la decisione venga presa con strumenti democratici, in particolare – sui temi più importanti – con una
libera consultazione popolare o referendum, proprio come fanno i Cantoni svizzeri, i cui cittadini non rilasciano deleghe su argomenti
determinanti. La seconda significa che non si devono toccare i diritti di minoranze di qualsiasi genere e che non ledano i principi stessi di democrazia. Così una comunità non può, ad esempio, decidere di impedire a una minoranza di parlare la propria lingua o di esercitare libertà inalienabili.

La terza condizione richiede che una decisione non coinvolga gli interessi o danneggi gli interessi di terzi: ove questo si verificasse, la decisione spetterebbe, in base al sacrosanto principio di sussidiarietà, al livello amministrativo superiore. Una comunità non può,
ad esempio, decidere di costruire una diga su un fiume il cui corso interessa, a valle, altre comunità che ne verrebbero condizionate
o danneggiate. L’ultima condizione significa essenzialmente che ciascuno deve fare fronte a costi e responsabilità di quello che decide e non scaricarli su altri. Nei casi di cronaca politica di questi giorni, le decisioni sono state prese a livello di rappresentanza delegata: ci sarebbe naturalmente piaciuto di più se le cose fossero avvenute mediante un referendum e non solo con il voto di qualche decina di privilegiati.

Ma così è la legge italiana attuale e ce la dobbiamo (per il momento) tenere, salvo il ricorso a un referendum abrogativo. In entrambi i casi non sembra che si siano lesi i diritti di nessuno perché semmai si sono allargate e non ristrette le basi di talune franchigie.
Le decisioni prese formalmente non implicano modifiche a interessi esterni: gli immigrati voterebbero solo a Genova e questo non darebbe loro alcun diritto politico fuori dalla cerchia comunale, il riconoscimento delle coppie di fatto riguarderebbe solo i cittadini
residenti in Toscana e tale particolarità cadrebbe al momento stesso in cui questi si trasferissero altrove.

Dove invece un problema c’è ed è enorme è nell’ultimo aspetto. I rappresentanti eletti a Genova dovranno prendere decisioni che riguardano quattrini che non sono raccolti e gestiti dal Comune di Genova ma che sono estorti in giro e trasferiti al Comune di Genova sulla base di parametri che di federalista hanno molto poco. Non significa nulla neppure il fatto che probabilmente Genova dia più di quel che riceve: in ogni caso i soldi che controlla non sono suoi nel vero senso della parola.

Ancora più significativo e scabroso è il caso toscano sulle coppie gay: le coppie hanno un peso in termini soprattutto fiscali e pensionistici. Allargare certi benefici significa aumentare le spese (in reversibilità per esempio, in detrazioni fiscali). Siccome la Toscana non è indipendente ma i suoi pensionati ricevono soldi presi da una cassa comune (nel senso che è di tutti, non certo nel senso che tutti contribuiscono in uguale misura a riempirla), così facendo scarica di fatto le conseguenza di una sua decisione (per quanto formalmente legittima) su altri.

Da decenni ci sono Regioni e Comuni, soprattutto di alcune aree geografiche che hanno preso decisioni totalmente autonomiste
che sono finite a carico di altri: assunzioni, consulenze, regalie, spese, munificenze, eccetera. E finora nessuno se ne era adontato. Tranne gli autonomisti veri che da sempre sostengono che ognuno debba mettere le mani solo nelle proprie tasche. Anche sulle ultime vicende le reazioni dovrebbero essere costruite sugli stessi principi e l’obiezione da fare (la sola obiezione fondamentale di ogni autonomista) è che in assenza di Federalismo fiscale e di totale autonomia (indipendenza, ci piace di più) delle comunità certe scelte gravano su altri e diventano perciò illegittime.

 

Non ci dobbiamo opporre per come sono state prese o per il valore intrinseco e morale che ci sta dietro, ma perché chi le prende non se le paga. Quindi l’argomentazione corretta non può riguardare l’incostituzionalità del voto agli stranieri (quella che si cita è la Costituzione di uno Stato oppressore, non saremo certo noi a difenderla e a divinizzarla), o la presunta immoralità dell’equiparazione fra le coppie tradizionali e quelle di fatto. Con chi si passino le notti sotto le lenzuola sono solo cavoli propri. Quello che non può essere
tollerato è che sia qualcun altro a pagare. Quando la Toscana sarà indipendente (come Repubblica o come Granducato) farà come le
pare. Per anni abbiamo chiesto la regionalizzazione o la macroregionalizzazione della previdenza sociale. Se l’avessimo ottenuta, oggi il problema non si porrebbe neppure.

Quando saremo finalmente liberi, faremo ciascuno come gli pare a casa sua e con i suoi soldi, qualsiasi cosa ci verrà voglia di fare e
avremo democraticamente e liberamente deciso di fare. Questo scandalizza chi ne fa una questione morale o religiosa? Sarà suo diritto
e dovere opporsi con tutti i mezzi leciti quando saremo finalmente padroni del nostro destino, ma si dovrà adattare alle decisioni della maggioranza della nostra gente. Queste sono le obiezioni che mi sarebbe piaciuto sentire: credo sia venuto il momento di chiarire una volta per tutte se vogliamo essere un movimento autonomista o un partito della destra cattolica, se vogliamo uscire con coraggio dall’Italia o rinchiuderci pavidi in una sacrestia. L’opposizione a questi provvedimenti la dovremmo fare in ogni caso ma le motivazioni sono profondamente, radicalmente diverse.

(da “Il Federalismo” anno 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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