I desideri di autonomia e di sicurezza possono coesistere

di ALESSANDRO MORANDINI

Gentile direttore Gianluca Marchi, da tempo L’Indipendenza è il quotidiano on line che meglio esprime le contraddizioni e le aspirazioni degli indipendentisti di lingua italiana. Mi permetterà, spero, di affrontare il controverso tema dell’immigrazione che tanto appassiona i suoi lettori, sostenendo qui una tesi che i medesimi, la maggior parte di essi, forse non apprezzeranno.

L’attenzione che L’Indipendenza manifesta rispetto al tema immigrazione si è espressa, quasi sempre, in segno negativo. Le differenti opinioni, più o meno elegantemente, si possono ridurre alla convinzione che l’attuale immigrazione clandestina, quando non tutta l’immigrazione, rappresenti un processo ostacolante e pericoloso rispetto ai desideri che l’animo dell’indipendentista cova; rispetto agli obiettivi politici che l’indipendentista vuole raggiungere.

Propongo in queste righe di considerare la contraddizione tra due opposti desideri: da una parte il desiderio di autonomia, indispensabile per realizzare quelle istituzioni sociali decentrate propedeutiche al cambiamento  sociale; dall’altra il desiderio di sicurezza, indispensabile per l’emergere di istituzioni sociali centralizzate che realizzano ordine sociale. Non posso, in poche righe, permettermi di aprire una parentesi per descrivere cosa si possa intendere con il termine istituzione sociale. Rimando il lettore ai testi di Jon Elster, in particolare alla recente edizione di un testo scolastico decisivo e semplice: “Come si studia la società”. Esso è una cassetta degli attrezzi per gli studenti impegnati nei corsi di sociologia, notevolmente ampliata ed arricchita nell’ultima riedizione. Qui devo solo ricordare che si possono annoverare tra le prime la contrattazione salariale, i mercati liberi e tra le seconde, soprattutto e sopra tutti lo stato-nazione.

Il lettore accorto avrà già, immagino, scoperto il problema che voglio evidenziare, che tento di descrivere e per il quale non propongo una soluzione, solo una riflessione. Se dovessi immaginare la prevalenza dell’uno o dell’altro desiderio tra i frequentatori di questa testata, dovrei ovviamente collocare al primo posto il desiderio di autonomia. La sicurezza, problema sentito da numerosi cittadini, non può che tradursi, nelle moderne società, in una più impegnativa presenza delle forze dell’ordine sul territorio nazionale e, se messo in relazione all’immigrazione clandestina, alla capacità di difendere i confini dello stato respingendo le persone prive di regolare licenza d’accesso.

Ci si potrebbe chiedere per quale motivo sicurezza ed autonomia devono essere considerati desideri antitetici, ostacolanti l’uno rispetto all’altro. Anche nella sfera della politica, esprimere un desiderio di autonomia implica il riconoscimento di un limite dato alla medesima. Limite dettato dal fatto che un’azione collettiva può realizzarsi efficacemente nella misura in cui un’istituzione centralizzata riesce, attraverso i meccanismi del premio e della punizione o in conseguenza di norme sociali sufficientemente diffuse, a coordinare la medesima azione. Lo stato-nazione che esercita la sua sovranità su un territorio corrisponde a quell’istituzione centralizzata che un numero sufficientemente ampio di cittadini riconoscono come la più efficace nel difenderli dall’aggressione dello straniero e dalla disgregazione del potere. Lo straniero è chiunque non appartiene, a vario titolo, alla nazione. La disgregazione coincide con la fine dello stato-nazione, con il venir meno di quelle norme giuridiche che sostengono, insieme a quelle sociali, l’identità nazionale. C’è infatti una norma sociale che, più o meno, dice: “tutti coloro che sono cittadini di questo stato devono amarlo e chi non lo ama è un traditore degno della massima riprovazione”; vale la pena ricordare che le norme sociali non sono orientate al risultato.

Quando gli autonomisti esprimono un desiderio di sicurezza nazionale, lo fanno ovviamente pensando a quella che essi ritengono essere la propria nazione (anche se può capitare di ascoltare autonomisti che, nell’augurarsi più sicurezza, estendono a dismisura il territorio che sentono essere minacciato). Bisogna ricordare che quando si parla di sicurezza nazionale ci si riferisce alla protezione dalle aggressioni, dalle invasioni, dalle minacce all’integrità di un popolo, quindi anche all’identità del medesimo, alla protezione della propria cultura materiale, delle proprie tradizioni, della propria storia. Se non si può dire che il desiderio di autonomia coincida, in questi casi, con il desiderio di sicurezza, apparentemente il secondo può non ostacolare il primo. Ci sono realtà statuali che difendono le culture locali ed il territorio viene efficacemente protetto dalle forze di polizia e da un esercito efficace. In realtà anche in questo caso la dissonanza permane: infatti la sicurezza nazionale è funzione dell’intensità del desiderio di autonomia. Perché se, per esempio, l’autonomia che un popolo vuole raggiungere coincide con la piena sovranità del medesimo su un dato territorio, un autentico radicalismo autonomista interpreterà l’appartenenza ad uno stato considerato straniero non solo come un generico pericolo, ma come la concreta ed inaccettabile presenza del nemico, dell’aggressore, dell’altro da allontanare e sconfiggere (dello straniero).

Gran parte delle discussioni tra autonomisti, federalisti e nazionalisti vertono in realtà su questi equivoci: li chiamo equivoci perché l’indipendenza politica è un dato complesso e privo di unità di misura. Di fatto ogni istituzione sociale decentrata sottrae indipendenza alle istituzioni sociali accentrate rispetto al medesimo problema di azione collettiva e viceversa. Ma la regola di ogni società consiste nella compresenza di istituzioni sociali accentrate e decentrate. I desideri di autonomia e di sicurezza possono coesistere in una stessa persona, ma generano nella stessa persona pensieri e comportamenti contraddittori. In ogni caso, rispetto ad un medesimo tema i due desideri devono, di volta in volta, prevalere l’uno sull’altro, come quando Ulisse vuole abbandonare la nave per recarsi dalle sirene pur egli sapendo che, prima di ascoltare l’irresistibile loro canto, voleva continuare a guidare il suo equipaggio.

Torniamo quindi al tema in questione: l’immigrazione. L’immigrazione clandestina può essere percepita come un pericolo, una minaccia, per esempio, all’integrità della cultura (di tutta la cultura!) di un popolo. Ciò significa che quel popolo, per poter sopravvivere culturalmente, deve cedere ad un’istituzione accentratrice il potere di organizzare la sua cultura (tutta la sua cultura!). L’autonomista che ammette o desidera l’accentramento del potere di organizzare la cultura di un popolo, considera il popolo incapace di produrre e conservare autonomamente cultura e considera la cultura di quel popolo come un fatto sociale statico, la cui trasformazione spontanea corrisponde alla sua estinzione. Il nazionalista che appartiene ad un popolo senza stato può anche pensare che lo stato-nazione rispetto al quale deve ottenere la sua indipendenza è un ostacolo non meno importante dell’immigrato. Può desiderare l’autonomia da una istituzione accentratrice perché questa minaccia il popolo di cui fa parte e può desiderare la costituzione di una istituzione accentratrice che si distingue dalla prima solamente per il fatto di circoscrivere il proprio ambito di interesse entro un territorio più piccolo. La sentita necessità di possedere un’istituzione accentrata che gestisce la cultura di un popolo corrisponde, cioè, alla volontà che entro certi confini la produzione culturale non sia il frutto della presenza di istituzioni decentrate, ma di istituzioni accentrate che progettano per il popolo un sapere che gli individui devono poter condividere. Un celebre esempio può essere utile per chiarire il ragionamento. Per la festa della nazione lo stato ha organizzato una parata. Ad ogni cittadino viene chiesto di partecipare alla parata indossando un vestito e collocandosi in un punto preciso: sfilando, il disegno che appare è quello della bandiera nazionale. Il problema è che se tutti i cittadini collaborano, nessuno, a parte le autorità e gli stranieri, può vedere la bandiera. Se qualcuno defeziona forse non si noterà, ma se qualcuno defeziona altri potrebbero chiedersi il perché solo a quei pochi free raider deve essere concesso di godersi lo spettacolo. Potrebbero defezionare in molti e l’immagine della bandiera nazionale non sarebbe più visibile, lo spettacolo deludente (deludente per le autorità, per i molti defezionatori, forse meno per gli stranieri).

L’indipendentista che si preoccupa della visibilità della bandiera, cioè dell’integrità della cultura nazionale, si trova nella posizione di chi vuole godersi lo spettacolo e perciò non solo desidera che tutti i cittadini contribuiscano diligentemente alla formazione della bandiera, ma anche che un’autorità obblighi gli stessi a non defezionare (non ammette che chi non veste la divisa possa introdursi nella parata e non ammette che qualcuno con la divisa esca). Eppure, in quanto indipendentista, egli deve desiderare che fino a quando la bandiera rappresentata è quella che lui non sente sua, ogni defezione è utile a rovinare lo spettacolo. L’immigrazione massiccia può nuocere alla nazione ospitante se questa, per comprendere se stessa, deve ricorrere all’agghiacciante staticità di un’immagine. D’altro canto, quando la nazione ospitante non pensa se stessa come eterna perpetuazione di un modello originario sul quale fondare la norma sociale secondo la quale non amare la nazione è un’inaccettabile violazione, e quando la nazione ospitante patisce defezioni interne alla norma (ma le patisce nella misura in cui non le vuole ammettere perché le considera straniere e pericolose rispetto alla sua integrità), essa potrà utilizzare l’immigrato accettato nella sua specifica cultura e renderlo pericoloso per la nazione potenziale defezionante, ma solo se quest’ultima interpreta la sua integrità non come quella di un sistema ma come quella di un macchinario che produce sicurezza e cultura.

Penso che attualmente in Europa l’Italia goda di un apparente vantaggio rispetto alla Padania. La Padania è stata interpretata più spesso dai suoi patrioti, anche inconsapevolmente, nei termini cristallizzanti dell’ immagine, della natura, del mito. Ciò vale, lo sappiamo bene, anche per l’Italia. In una certa misura vale per ogni stato-nazione o aspirante tale. Ma oggi l’Italia ambisce a diventare una realtà amabile in quanto luogo, la cui cultura, quindi, è in costante divenire (ma il divenire non è l’antitesi del permanere) e la cui sicurezza dipende dalla collaborazione internazionale. Io penso che questa ambizione abbia poche opportunità di realizzarsi: in fondo la parte veramente dinamica dell’Italia è la Padania e parte di questa sua incredibile capacità di rinnovarsi, di integrare le diversità e con ciò di esprimere novità adeguate riguarda sia il passato lontano che quello più vicino, sia l’immediato presente che e, presumibilmente, il futuro prossimo. Ed in fondo l’Italia resta uno stato-nazione che, per conservarsi tale, non può concedere significative defezioni regionali. Tuttavia oggi la Padania (e con essa Veneto e Lombardia, due aree che autonomamente esprimono un potenziale gigantesco in termini di ricchezza, civiltà, storia e tecnologia) non riesce ad esprimere politicamente la sua modernità e questo è, probabilmente, uno dei motivi della sua importante quanto incomprensibile dipendenza dallo stato italiano.

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16 Comments

  1. Luca says:

    Saluti Sig. Alessandro.
    Ho letto l’articolo e non sono poi cosi’ in disaccordo con la sua disamina.
    Premetto pero’ che non sono indipendentista ma federalista. ( non certo pero’ a livello di quello che sta propinando in questo momento la lega nord.. insomma.. ben lontano dalle teorie dei Miglio Albertini Cattaneo Spinelli) .
    Detto questo, non capisco la necessita’ di contrapporre l’indipendentismo con la domanda di sicurezza.
    L’indipendentismo , penso , sia anche altro ( economia cultura.. ecc. ecc.. ).
    Magari o capito male il testo da lei proposto ma credo che non ci siano contraddizioni nel voler sicurezza e indipendentismo.
    Una cosa pero’ ho notato nel suo scritto; non ha mai usato la parola , il termine ” INTERGRAZIONE ” .
    Secondo me e’ quella la chiave , la soluzione per le questioni legate alla sicurezza e alle immigrazioni.
    Un immigrato integrato , che si integra, tende a creare meno problemi di ordine pubblico e a non minare la sicurezza.
    Ma la integrazione ancorche’ possa essere stimolata e non ostacolata , dipende dall’immigrato . E lui CHE DEVE VOLER intergrarsi. Se lo vuole . ( un clandestino cronico lo vuole ? )
    Senno’ .. nascono le ghettizzazioni.
    Non dalla opinione ma dalla esperienza personale , ho notato che se c’e’ troppa immigrazione c’e’ poca intergrazione e molta ghettizzazione.
    Non saprei .. vedo il problema sicurezza piu’ legato al tema della integrazione che al tema dell’indipendentismo.
    Cmq grazie per la riflessione

    PS.
    ( a dire il vero l’intergrazione sarebbe da estendere anche agli italiani. e ancora di piu’ alle persone tutte.
    Una persona ( non immigrato !! qualsiasi persona ) che tra virgolette NON vuole integrarsi .. crea insicurezza ? )

    • alessandro says:

      Gentilissimo sig. Luca, il titolo dato all’articolo dalla redazione poteva trarre in inganno. Lei invece ha capito perfettamente quanto ho scritto.
      Ho voluto sottolineare la contraddizione tra il desiderio di indipendenza ed l desiderio di sicurezza ben sapendo che un movimento indipendentista prima o poi dovrà porsi il problema della sicurezza del territorio su cui il medesimo movimento insiste. La mia analisi riguardava solamente la contraddizione TRA I DUE DESIDERI (anche se rileggendola ammetto di non essere stato sufficientemente chiaro, come suggerito da qualche lettore). L’ho proposta perché penso che l’indipendentismo padano e più in generale l’indipendentismo dei popoli dell’area padano-alpina, patendo questa contraddizione, non riesce ad esprime pienamente il carattere modernissimo di questa proposta politica.
      Lei propone di analizzare il tema dell’integrazione. Si potrebbe approfondire quanto da lei accennato nel reply mettendo in relazione il desiderio di integrazione con il desiderio di rifiuto (integrazione e rifiuto che non riguardano solo gli immigrati ma anche chi vive in Padania).
      La ringrazio ancora per la sua interessante risposta e spero di poter meritare sempre i suoi contributi.

  2. Sandrino Speri says:

    Sig Alessandro,a mio parere,se non sono ben chiari i concetti di autonomia,indipendenza e sovranità non è possibile nè fare parate,nè risolvere problemi più importanti come l’immigrazione,l’integrazione,la difesa,l’ordine pubblico.L’autonomia,negli stati centralisti,ti viene concessa o tolta secondo gli interessi del potere centrale-centralizzato,si veda il patto di stabilità che ha sequestrato le casse di tutti i comuni italiani. Un’indipendenza reale si può ottenere solo attraverso il diritto di autodeterminazione,che insieme al diritto all’esistenza e all’identità rientra fra i diritti umani fondamentali ricosciuti dall’O.N.U.nella storica dichiarazione del 1948.Individui e popoli,E NON GLI STATI,sono i titolari originari della sovranità,che spesso viene illegalmente e abusivamente esercitata da entità derivate chiamate STATI.

    • alessandro says:

      Non ho affrontato questo tema. L’articolo parla della contraddizione tra il desiderio di indipendenza ed il desiderio di sicurezza. E di come l’immigrazione possa essere interpretata quando prevale l’uno in termini di pericolo e quando prevale l’altro in termini di opportunità. In ogni caso la ringrazio per le interessanti precisazioni.

  3. giorgio says:

    Troppo nozionismo , troppa retorica ed anche abbastanza contorto il discorso, cerchiamo di essere più terra terra e scendiamo in piazza per far valere i nostri diritti, compresi quelli dei giovani disoccupati, derubati da molti stranieri , oramai divenuti prepotenti, assunti da quegli imbecilli , che non vogliono assumere italiani. Con la scusa che gli italiani non vogliono più fare certi lavori è solo un pretesto stupido e senza fondamento.
    Il fatto certo invece è che si preferisce sempre generalizzare, e mai distinguere. E’ anche vero che ci sono molti che non se la sentono, giustamente dopo aver fatto anni di studi, di fare lavori pesanti o non idonei al loro
    indirizzo professionale, ma è anche vero che sono in molti che si adatterebbero volentieri a fare quello che fanno certi immigrati. Negli allevamenti di bovini da latte del nord, dove gli addetti alla mungitura mi sembra che guadagnino dei bei soldini, mi risulata che siano tutti indiani, pakistani o sinc, dove un italiano non riuscirà mai ad entrare. Così pure in quelle aziende aperte da extracomuniotari, non verrà mai assunto un italiano. Come si vede oramai il razzismo è al contrario, è inutile fare della demagogia con lunghissimi ed inutili discorsi pseudo intelletualoidi di sociologia spicciola, anche se ho deviato un pò il percorso, la sostanza è questa, le parolone sono inutili, occorre scendere in piazza, non mi stancherò mai di ripeterlo, anche se nessuno ha il coraggio di farlo.

    • alessandro says:

      Ho letto la sua risposta, Giorgio. Penso sia sbagliato usare il termine retorica, nobilissima arte, solo per dire che la mia prosa, in questo articolo, è complicata. Semplificando in modo eccessivo questioni complesse forse si esprimerà una retorica meno sofisticata, forse si userà una prosa più elementare, ma invece di analizzare la realtà si finisce per fare molta confusione. Infatti lei confonde gli Italiani con i Padani, che io preferirei tenere distinti.

    • renato says:

      Alcune precisazioni. Già negli anni ottanta molti italiani, i soliti furbi, approfittarono degli stranieri, in specie irregolari, per iniziare una qualche attività che si prospettasse redditizia: pulizie, riparazioni edili, altre imprese (anch’esse irregolari) dove bastava la bassa manovalanza. Gli imprenditori erano di norma dei falliti, dei perditempo, che però riuscivano a farla in barba alla Confartigianato, all’Ispettorato del Lavoro e al fisco, evidentemente troppo presi da altro per potersi curare di quelle attività lavorative truffaldine svolte alla luce del sole. Per mettere le toppe a diversi buchi si disse che gli italiani non accettavano di svolgere certi lavori. Era appunto una toppa per nascondere un fenomeno che chiamava in causa anche coloro che avrebbero dovuto combattere il soggiorno in Italia di irregolari. Ma c’era anche un fondo di verità. Benché già negli anni 80-90, p.es. nella bassa Cremonese e nel Piacentino, si pagassero stipendi di 3 – 3,5 milioni di lire al mese agli addetti agli allevamenti di bestiame (mucche da latte), con appartamento in cascina gratis, gli allevatori stentavano a trovare personale. Fu allora che qualcuno suggerì loro di rivolgersi agli indiani e pakistani, che godevano fama di essere rispettosi delle bestie ed operai coscienziosi, come dimostrarono in seguito. Alzarsi alle tre di mattina per la prima mungitura e governare il bestiame in più turni durante il giorno con l’odore di letame costantemente sotto il naso non andava a genio a molti disoccupati italiani, per i quali la Cassa Integrazione è la compagna più fedele.

  4. Rodolfo Piva says:

    Egr. Autore dell’articolo
    Complessivamente l’articolo è interessante peccato che abbia un grande difetto di fondo che è quello di fare coincidere lo stato italiano con nazione italiana. Se il primo esiste e tutti gli indipendentisti bene informati ne conoscono le origini squallide e violente che per brevità non vado a rammentare, la nazione italiana non esiste come esiste solo la finzione di popolo italiano. Se la nazione identifica un popolo cosa identifica una sommatoria di popolazioni diverse per usi costumi, tradizioni e lingua come è la realtà all’interno dello stato italiano ? Al massimo solo uno stato, credo, a meno che, per lei, un veneto ed un siciliano appartengano a popoli con stessi usi, costumi, tradizioni, lingua ecc.
    Cordiali saluti
    Dr. Rodolfo Piva

    • alessandro says:

      Io non faccio coincidere la nazione con lo stato (come potrei farlo?). E’ lo stato italiano che ha fatto coincidere se stesso con una nazione (quella italiana). Come tutti gli stati-nazione del mondo.
      Per quanto riguarda l’esistenza o meno della nazione italiana, di quella padana, di quella veneta e via discorrendo, le dico sinceramente che sono tra quelli che pensano che discutere di identità (individuale o collettiva) è una perdita di tempo e, in ogni caso, non è compito mio.

  5. Gino says:

    Lo stato italiano mette assieme etnie incompatibili tra di loro.
    Va superato con stati il più possibile omogenei etnicamente.
    Ogni etnia, da nord a sud dello stivale, è un patrimonio che va difeso.
    Quando esisteranno nello stivale stati a misura di etnia avranno come compito quello di proteggerle mandando a casa loro gli allogeni.

    • alessandro says:

      La trovo una prospettiva inquietante. Soprattutto perché non saprei dove mi caccerebbero essendo io nato nel Piemonte Orientale da madre Torinese, padre Friulano, sostenendo attivamente la difesa della lingua friulana e di quella piemontese, avendo una moglie Berbera e due figlie fieramente Padane e Berbere (Imazighen, che in italiano si traduce “popoli liberi”) che a scuola si rifiutano di cantare l’inno di Mameli quando costringono i bambini a cantarlo (ma in classe non sono sole).

  6. Free4Ever says:

    A scuola, anni fa, mi hanno insegnato che lo stato nazionale serve per 3 cose: 1) difendere i confini; 2) battere moneta; 3) amministrare la giustizia.
    Qualcuno mi spiega perchè esiste ancora lo stato italiano? Io lo so ma non lo dico (per adesso).

  7. renato says:

    Tante parole per dire che cosa ? Anch’io, al pari di Emilia, non capisco l’articolo. Penso ci sia un vizio di forma e di sostanza. Può darsi che il Lombardo-Veneto non riesca a raggiungere l’indipendenza. Che ci riesca o meno vale la regola universale dettata dalla storia dell’uomo, non limitata alla Padana: “Prima di entrare in casa d’altri bussi alla porta. Se l’ingresso ti è negato giri sui tacchi e te ne vai. Se l’ingresso ti viene concesso ti comporterai secondo le leggi, i costumi e le usanze che regolano la vita in quella casa.” Sull’immigrazione si è parlato e scritto fin troppo perché c’è molta, troppa, gente che con quel triste fenomeno ci marcia e ci mangia. L’ONU, Bruxelles, le Onlus, la Caritas etc etc etc, tutte organizzazioni parassitarie che anziché andare al nocciolo della questione si limitano a gestire il quotidiano, In modo abominevole e a spese del contribuente. Certe dissertazioni vanno forse bene in certi ambienti dove si chiacchiera molto e non si è usi a portare dei risultati positivi.

  8. Emilia2 says:

    Non capisco l’articolo. Attualmente l’Italia non garantisce nessuna sicurezza e non controlla l’immigrazione, non perche’ sia uno Stato nazionale o accentrato o no, ma perche’ le norme europee e la rinuncia (o l’impossibilita’) di usare la forza non lo permettono. Anzi, non e’ uno Stato nazionale, non avendo piu’ nessuna sovranita’. Ma anche un’ipotetica “Padania”, se seguira’ le stesse regole, non garantira’ niente.

    • alessandro says:

      Rispondo a Lei per rispondere anche Renato. Lei dice che l’immigrazione è incontrollata. E’ quello che appare. Ma non è vero. Europa ed Italia controllano l’immigrazione e la gestiscono, purtroppo. Sono pochissime le persone che riescono a schivare le leggi ed a tentare di costruirsi una vita qui, lavorando legalmente.
      Se l’immigrazione diventasse un problema serio per l’Italia (per tutta l’Italia, non solo per le persone che votano la Lega Nord e contemporaneamente si preoccupano di salvaguardare i confini dell’Italia o di “riportare a casa” i militari italiani che uccidono i pescatori indiani), allora l’Italia, in quanto stato-nazione, saprebbe rispondere.
      Il titolo dato all’articolo è fuorviante: il desiderio di indipendenza è incompatibile con il desiderio di sicurezza (almeno se la sicurezza è quella data dal fatto di avere vicini che condividono in tutto e per tutto identici stereotipi culturali). Se il senso di sicurezza di un individuo dipende dalla presenza di persone, in uno stesso territorio, identiche a lui per cultura, lingua, abitudini etc. allora il prezzo da pagare per quel tipo di sicurezza è la dipendenza, anche culturale, da uno stato, da quello più efficace.

      • alessandro says:

        precisazione “Sono pochissime le persone che riescono a schivare le leggi sull’immigrazione ed a tentare di costruirsi una vita qui lavorando onestamente”.

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