I danni del pensiero meticcio

EUROCINAdi Romano Bracalini – Più chiaro non poteva essere e i media padronali annichiliti e quasi increduli a sottolineare con qualche imbarazzata ironia le espressioni “pittoresche” del suo discorso, massimamente quella parte riguardante il “meticciato”, destino incombente e inevitabile se non si fermerà l’immigrazione incontrollata; e bisognerà prima o poi fermare le carrette del mare e rimandarle indietro, come farebbe la Libia, la Tunisia con qualche naufrago siciliano. Gran chiasso delle gazzette, indignazione nell’Unione solo perché l’allora presidente del Senato, Marcello Pera, com’era suo costume, disse liberamente come la pensava al Meeting di Rimini.

Peccato che i manicomi e la Siberia non siano più di moda!   Il multiculturalismo è un pericolo.  Il relativismo culturale è un inganno ideologico di chi vorrebbe omologare le culture in un melting pot indigesto e già ampiamente fallito. Pera, da buon liberale di Lucca, unica eccezione nel mare magno della Toscana comunista, elenca i punti deboli dell’Europa. Usa toni inusitati e coraggiosi che la risvegliano dal suo sonno neghittoso. L’identità europea va affermata e difesa, anche con le armi dalla nuova barbarie. Roma cadde
quando spalancò le porte e l’impero brulicò di liberti e mezzisangue. Il relativismo subdolo è già una forma di resa e di abiura. Sarebbe porgere graziosamente la testa al boia.

Tutti uguali senza esserlo, come predicavano le dottrine collettiviste giustamente fallite. Dall’Africa nera importeremmo le guerre
tribali, le armonie religiose e pagane, giacchè ogni etnia e clan godrebbe di pari dignità. I bantù chiederebbero l’8 per mille. L’Europa diventerebbe una mistura come il Brasile, come il Messico, paesi di esemplari virtù civiche. Diventeremo tutti “meticci”, parola che ha
risvegliato ambigui ricordi in certi “progressisti” che al loro tempo firmarono il manifesto razzista e fecero la difesa della razza, come Eugenio Scalfari e Giorgio Bocca. La cultura degli antenati che si scannarono nelle guerre tra stati e di religione per proclamare secoli dopo la dignità dell’uomo diventerebbe becchime per i polli, strame identitario da archiviare con i nuovi apporti di “civiltà” dal Nordafrica, dall’Asia, dall’America andina, dai Balcani; e l’Europa diventerebbe come loro, giacchè loro non vorranno diventare come noi.  Di quali abitudini siano portatori ne siamo testimoni ogni giorno.  Poi, per associazioni di idee, pensi alla Cina e alla defunta Unione Sovietica e ti pare di ricordare che là le culture minoritarie le segregavano e che l’unica cultura imposta era quella del partito.

I postcomunisti hanno gettato la falce e il martello alle ortiche e hanno cambiato logo al partito, rinnegando 80 anni di milizia stalinista. I paraterroristi di Lotta Continua che volevano abbattere lo stato borghese con l’omicidio politico eretto a sistema, ora ne sono alla greppia da lucrosi posti di comando. Se il nemico non puoi vincerlo, vienici a patti. Machiavelli insegna. Ma il presidente Pera, incurante dei tafani che gli ronzavano attorno, ha finalmente affermato la dottrina dell’azione e ha biasimato l’attendismo colpevole e rinunciatario dell’Europa. Se il nemico ci attacca, si ha il dovere e il diritto di rispondere con tutte le armi in nostro possesso. Qualcosa sta cambiando nel nostro complesso di colpa instillato ad arte da chi, dentro e fuori il mondo islamico, persegue il disegno, ieri marxistaleninista, oggi terzomondista-autoritario, della distruzione dell’Occidente liberale. Non ci riusciranno. Hanno fallito ieri. Falliranno sempre. Non ci sono riusciti i carri armati del Cremlino, non ci riusciranno le truppe cammellate del profeta.

Le voci libere che cominciano a levarsi in difesa di un civiltà liberamente eletta sono già un deterrente e un monito per chi pregustava una facile conquista.

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