I cattocomunisti, genesi e ascesa al potere di una “setta” ancora al Governo

LOGO DCdi AUGUSTO ZULIANI – Intervenendo al Meeting di Rimini il senatore Giulio Andreotti  affermò un giorno che l’ex procuratore capo di Palermo, Caselli «ha un doppio fanatismo: un fanatismo religioso e un fanatismo comunista, ed è troppo».
Forse il senatore Andreotti doveva chiedersi se non ha recato anche lui, più o meno consapevolmente, in passato, un qualche contributo a che questo fenomeno acquisisse, nel corso degli anni, le preoccupanti dimensioni che tutti conosciamo. Certamente nell’immediato dopoguerra, quando inizia il suo cursus
honorum, Giulio Andreotti guardava con sospettoso distacco quegli ispirati catto-comunisti che costituivano una spina nel fianco di Alcide De Gasperi intralciando la sua azione politica e contribuendo a logorarne il fisico.

Tuttavia proprio la migliore dote dell’allora giovane sottosegretario alla presidenza del Consiglio, la sua capacità quasi innata di cercare e trovare comunque una mediazione, invece che il duro confronto chiarificatore, lo avrebbe portato in seguito a diventare, alla fine degli anni Settanta il garante del “compromesso storico” che significava la realizzazione in corpore vili di quella sinistra utopia catto-comunista che i suoi lontani profeti da decenni auspicavano.

La storia di questo movimento teo-politico che ebbe più i connotati di una “setta” che di una corrente interna alla Dc è significativa perché ci aiuta a capire anche le vicende attuali. Nelle sue più remote origini troviamo una figura particolarmente significativa, il cremonese Guido Miglioli, proveniente da una famiglia di proprietari terrieri, laureato in legge e organizzatore delle Leghe bianche tra i salariati agricoli. Per il suo estremismo verrà soprannominato il “bolscevico bianco”, e mai definizione fu più azzeccata. Infatti era entrato nel Partito popolare di don Luigi Sturzo con l’obiettivo di trasformarlo in un Partito del proletariato cristiano, ma venne espulso nel 1924 dopo che in un’intervista rilasciata al quotidiano comunista L’Unità aveva auspicato un’alleanza con le sinistre.

All’avvento del regime fascista collaborando attivamente con il Partito comunista d’Italia, come allora si chiamava il Pci, sezione dell’Internazionale comunista, fece viaggi e soggiorni in Unione Sovietica di cui tessé le lodi in due libri Una storia e un’idea del 1924 e Umanesimo (sic!) e realismo nella rivoluzione agraria sovietica del 1933, quando si consumava la deportazione e lo sterminio dei contadini, circa 14,5 milioni morirono in seguito alla dekulakizzazione e alla carestia provocata dalle autorità sovietiche (R. Conquest, Raccolto di dolore. Collettivizzazione sovietica e carestia terroristica, Liberal Edizioni, 2004).

Segretario generale del Cai (Centro agrario internazionale) emanazione del Komintern, con sede a Parigi dove fu arrestato nel 1941, estradato in Italia e confinato a Pescopagano, al termine del conflitto oscillò tra l’adesione alla Dc o alla Sinistra cristiana, pubblicando nel 1945 un libro dal titolo quanto mai significativo. Con Roma e con Mosca (sic!), entrò in rapporti con don Primo Mazzolari, animatore del periodico Adesso e del movimento Avanguardie cristiane di cui nel gennaio 1951 avrebbe tenuto a Modena il primo convegno, aperto anche al Pci, sotto lo slogan “Contro il riarmo”, ma in realtà contro la linea complessiva della
Dc.

Miglioli insieme al comunista Ruggero Greco diede poi vita alla Costituente della terra e al giornale di politica agraria Nuova Terra. Fondò insieme ad Ada Alessandrini, il Movimento cristiano per la pace (fiancheggiatore di quei Partigiani della pace che tenevano ben oliato il mitra in cantina). Nel 1948 si presentò candidato alle elezioni politiche nelle fila del Fronte democratico popolare, ma non verrà eletto. Se Miglioli per la sua eccessiva esposizione ideologica e per l’età ormai avanzata non poteva costituire un elemento aggregatore nei confronti dei giovani cattocomunismi, ben altro rilievo ebbe il romano Franco Rodano. Di famiglia medio-borghese, laureato in lettere iscritto all’Azione Cattolica, «indirizzato nella sua formazione religiosa spirituale dai gesuiti», incontra studenti comunisti che diventeranno alti dirigenti
del partito come Bufalini, Amendola, Ingrao, Lombardo Radice, diventa animatore di un gruppo antifascista che avrà diverse denominazioni (Partito cooperativista sinarchico, Partito comunista cristiano, Sinistra giovanile cattolica) e sarà nel 1944-45 il nerbo dei Cattolici comunisti tra quali troviamo tra gli altri Adriano Ossicini, Fedele D’Amico, Felice Balbo, Gabriele De Rosa che sarà caposervizio agli esteri de L’Unità fino a quando la scomunica non fulminerà il gruppo, tutti allora abiurarono la dottrina marxista escluso Rodano che diventerà poi il consigliere di Enrico Berlinguer e il teorizzatore della famosa “questione morale”.

Con Rodano e Ossicini era entrato in corrispondenza il giovane Andreotti nel 1943, e qualcosa certamente
di tale rapporto si sarebbe sedimentato nell’allora presidente della Fuci. Ma la figura chiave per capire il clima dell’epoca in cui matura questo movimento è Giuseppe Dossetti che Montanelli, semplificando, inseriva «tra quei “professorini” della sinistra integralista democristiana che, con la convinzione di trasformare il partito in missione, lo strapparono a De Gasperi… I Quattro Cavalieri di questa Apocalisse (erano) Dossetti, Fanfani, La Pira e Lazzati».

In realtà dei quattro, Dossetti era la figura più complessa e contraddittoria, nato a Genova nel 1913, giovane di Azione Cattolica, precoce laureato in Giurisprudenza a Bologna, poi professore incaricato di Diritto ecclesiastico presso la Cattolica di Milano, durante la “guerra civile” è presidente del Cln a Reggio Emilia con il nome di battaglia di “Benigno”, diventa vice-segretario della Dc nel 1945. Il 2 giugno 1946 viene eletto alla Costituente e nominato membro della “Commissione dei 75” incaricata di elaborare il testo costituzionale, e
nella prima sottocommissione si occuperà dei “diritti e doveri dei cittadini”, in tale sede si batterà per rafforzare il ruolo costituzionale dei partiti e quindi dare “un indirizzo diverso dalla struttura
formalistica della democrazia parlamentare di cinquant’anni fa” e consolidare “una nuova democrazia” (Resoconto della seduta del 20 novembre 1946 della I° sottocommissione dell’assembleacostituente, citato in G. Quagliarello, La sconfitta del moderno principe, Pordenone, 1993, p. 33).

Non è difficile vedere nel concetto di “nuova democrazia”, delle assonanze con quella “democrazia progressiva” indicata come obiettivo strategico dalla dirigenza comunista. Sempre 1946, Dossetti fonda, con La Pira, Lazzati e Fanfani, l’associazione “Civitas Humana” che non è ancora una corrente di partito, ma ne prefigura la nascita. Alle elezioni cruciali del 1948 pensa di non candidarsi ma poi recede da tale intento, anche, si pensa, per le pressioni di monsignor Montini, e nel congresso della Dc, svoltosi a Venezia dal 2 al 6 giugno 1949, i delegati che si riconoscono nella linea di Dossetti, espressa dalla rivista “Cronache sociali” ottengono un terzo dei voti. In questa sede De Gasperi attaccherà direttamente il leader della sinistra interna e le sue fumisterie ideologico-messianiche:
«Egli si è preparato a questo congresso per molti mesi… in analisi meditative… Io disgraziatamente non ho avuto questo tempo, perché ho dovuto occuparmi di realizzazioni e di esperienze costruttive».

Poi riferendosi alla esclusione dal governo dei comunisti: «Quando io impostavo il problema della rottura del tripartito che portò di conseguenza alla impostazione politica del 18 aprile, non tutti erano convinti che la strada fosse quella. Dovete riconoscere in questo momento che ha valso di più l’esperienza che la cultura» (Il Popolo 7 giugno 1949). A tale esperienza si collega la confessione che farà alla figlia Maria Romana: «I comunisti sono ai nostri confini e poiché li ho conosciuti bene, per averli avuti anche al governo, so anche che non esiste possibile colloquio con loro. Parliamo due lingue incomprensibili una all’altra» (M. R. Catti De Gasperi, De Gasperi uomo solo, Mondadori, Milano 1965, p. 259).

Ricordiamo en passant che in quello stesso congresso il ministro dell’Interno, Mario Scelba attaccò duramente il “culturame” degli intellettuali di sinistra, chissà cosa direbbe oggi di quella intelligencjia filo-sodomitica che pretende di dettare legge allo Stato. La sinistra del partito uscì vinta dalla assise veneziana
(Dossetti abbandonerà la politica attiva nel 1952 con una breve riapparizione nel 1956 nel vano tentativo di contendere al comunista Dozza la carica di sindaco di Bologna) ma non doma, al punto che poco dopo saranno Piccioni e Andreotti a farsi interpreti presso De Gasperi della «necessità di difendere la Dc dal pericolo di una minoranza organizzata». Nel gennaio 1952 lo stesso De Gasperi inviava a Pio XII un promemoria privato sulla situazione politica e sulla crisi interna alla Dc, dove denunciava, «Esiste ormai dentro di essa una frazione che ritiene di rappresentare la vera dottrina cristiano sociale e che ritiene di essere depositaria dell’intimo senso della riforma cristiana, a differenza degli opportunisti o realizzatori d’oggi» (M.R. Catti De Gasperi, op. cit. pp. 325-6).

Giocando su questa sponda nel 1952 Togliatti lanciò la proposta di dare vita a una grande alleanza che ricostituisse «l’unità antifascista della Costituente», ma la risposta di De Gasperi fu secca, parlando a Predazzo il 31 agosto replicò: «Il sistema democratico parlamentare si fonda su questo principio: la maggioranza ha la responsabilità della decisione e la minoranza controlla» (…), «la Costituzione, è vero, ha un progetto, un disegno, ha stabilito uno Statuto generale, ma l’applicazione va fatta con l’esperienza, in
base alle conclusioni e all’adattamento locali», contro il totemismo costituzionale oggi tornato in auge, affermò che «la costituzione è un organismo vivente» e quindi adattabile al cambiare dei tempi. (A. De Gasperi, Discorsi politici, Cinque Lune, Roma, 1969 p. 388).

Il leader trentino era ben consapevole delle storture di un sistema politico come quello italiano, che fin dalla fase unitaria recava le tare che poi avrebbero infettato la vita politica nazionale nei decenni successivi, e si sarebbe certamente riconosciuto nella spietata analisi fatta quarant’anni dopo dallo studioso Giorgio
Rebuffa che scrive: «Mancò alla costruzione unitaria la prima delle condizioni necessarie per costruire una comunità: un’élite dirigente in cui tutte le componenti sociali, culturali e territoriali del nuovo Stato si riconoscessero. Non vi era un’aristocrazia nazionale oggetto di consenso che potesse essere la guida della costruzione della democrazia parlamentare, come in Inghilterra erano state sia l’aristocrazia terriera sia l’aristocrazia industriale. Non vi fu una burocrazia pubblica in grado di costruire i comportamenti comuni della nazione come avvenne in Francia e in Germania».

Quindi: «Il problema non era (…) quello dell’origine sociale delle classi dirigenti, ma quello della loro capacità di direzione delle istituzioni, non del processo produttivo: solo una prospettiva unidimensionale può confondere la classe politica con la classe sociale» (G. Rebuffa, La Costituzione impossibile, Il Mulino, Bologna, 1995, p, 25). Proprio quella confusione che i partiti marxisti e paramarxisti sostenevano e sostengono tuttora con arrogante sicumera, trovando accoglienti sponde in varie parti del mondo cattolico.

 

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