I bambini e la malattia degli affidi “contro il mondo cattivo”

lavoro minorile

Tanti anni fa, circa 30, mi soffermai a casa di amici con un giovanotto, già padre, ma con parole e gesti e vesti new age. Aveva già un poco di quel “sapore “, oggi diffusissimo e sparso a piene mani dai media, che caratterizza il single, il cittadino del mondo, ansioso di esplorazione, di avventura, di libertà. Quel tipo umano amatissimo dalle multinazionali e dai poteri politici e culturali che le sostengono.
D’istinto gli feci una domanda: -lei vuole più bene ai suoi figli o ai figli degli altri?-
Lui sorpreso rimase silenzioso per alcuni secondi e poi: “voglio più bene ai miei ma lo sento come un senso di colpa”.
Ecco, avevo centrato il tema vero. Nella visione e nella sensibilità “new age” i bambini sono un popolo a sè. Non sono membri di una famiglia, con genitori e parenti. Sono come i bambini dell’isola che non c’è dove Peter Pan li salva sia dai pirati che dai genitori e dall’opprimente e noioso clima familiare dal quale però la maggioranza dei bambini ancora non riesce a fuggire.
E così tutti gli intellettuali scontenti del mondo che li circonda e incapaci di partecipare efficacemente al suo governo si buttano ad “amare i bambini”. Non amano la comunità in cui vivono cercando anche di farla evolvere al meglio. No, sono disperati per una impossibile, secondo i loro criteri, evoluzione e si attaccano, a mio parere torbidamente, ai bambini.

I bambini vengono idealizzati, non compresi, strumentalizzati per forzare i cattivissimi e cinici grandi. I bambini sono buoni, puri, ma i grandi non li capiscono, a volte li traumatizzano, li condizionano soffocando la loro natura.
Appare chiaro che con una impostazione di questo genere sia praticamente impossibile trovare soluzioni vere al disagio familiare. Se c’è un disagio il “sensibile” vuole salvare il bambino, il minore, sottraendolo al suo ambiente impossibile, modificando il suo destino.

E quindi la soluzione è una sola, sottrarlo alla famiglia. Soluzione nella grande maggioranza dei casi inapplicabile per varie ragioni. Non ci sono e non si trovano soluzioni intermedie, suggerimenti e strumenti per agire su tutta la comunità familiare che in genere è tutta dolorante, spesso anche e proprio per le caratteristiche emerse nel bambino che i genitori non sono capaci di gestire.
Quanti esempi di questo estremismo impotente potrei portare ma sono certo che tutti lo hanno conosciuto.
Ed allora voglio proporre una via da esplorare e verificare, diversa dalla sottrazione, quasi sempre impossibile, del minore. Ed è la via dell’allontanamento temporaneo concordato e verificato.

La minaccia esplicita o latente di togliere il bambino alla famiglia è angosciante anche nei casi di insofferenza dei genitori. Invece non sarebbe angosciante allontanare, concordemente, il bambino ad esempio per un mese e poi riportarlo valutando l’effetto su di lui e sulla famiglia, ripetere con altre tempistiche la faccenda e gestire con abbondanza di scambi e valutazioni il processo.
Questo consentirebbe a tutti gli attori dello scenario, genitori, parenti, insegnanti, vicini di casa, psicologi, e il bambino stesso di sperimentare facilmente diversificazioni e modifiche del vortice relazionale ordinario che alimenta e paralizza le situazioni di forte disagio.

Anche le strutture di supporto dovrebbero posizionarsi su questo pendolarismo ben gestito e ben governato con abbondanza di mezzi. Mezzi che la nostra società possiede e che spesso indirizza male.
Concludo osservando come, purtroppo, l’alleanza coi bambini e i minori “contro il mondo cattivo” sia ormai una malattia diffusissima negli intellettuali e nei media. Basta osservare come, anche nel durismo Salviniano, il minore sia una eccezione da “salvare” consentendogli lo sbarco dalla nave bloccata ed accogliendolo nella terra promessa. Proprio i minori invece, a mio parere, dovrebbero essere i primi da rimpatriare per ricongiungerli con la famiglia di origine.

Devo dire che l’allontanamento temporaneo dal vortice familiare può a mio parere essere un metodo da applicare anche agli adulti e sono convinto che spesso una procedura del genere, ben organizzata, esplicita, concordata e ragionata potrebbe portare benefici reali al miglioramento dei diffusissimi contrasti familiari che spesso si pietrificano fino al soffocamento o all’esplosione.

Ho criticato l’infausto dominio della psicologia militante sia nella scuola che nella società. Ma siccome da decenni cerco di non essere un criticone o un commentatore senza proposte di governo eccomi a spiegare un’idea che vado macinando da anni.

LA VACANZA retribuita per i lavoratori dipendenti : pè
(cito da https://www.focus.it/cultura/storia/da-quando-esistono-le-ferie-pagate) Il primo atto ufficiale al riguardo, denominato “Bank Holiday Act”, fu approvato in Inghilterra nel 1871 e sanciva quattro giorni di ferie per i dipendenti delle banche in Inghilterra, Galles e Irlanda.
Da lì il modello, che non valeva però per tutte le categorie di lavoratori, fu esportato con successo in Canada e negli Usa.
Lo Stato che per primo ideò un periodo di ferie “pagate” esteso a tutti i lavoratori fu la Francia; il progetto di legge fu presentato e approvato nel 1925; ma la legge venne promulgata dal Front Populaire solo undici anni dopo, il 20 giugno 1936.
Con una certa enfasi Lèo Lagrange, primo segretario di Stato al “tempo libero”, proclamò il 1936 “Anno I° della felicità”, con tanto di biglietto ferroviario popolare. All’inizio i giorni – concentrati d’estate – erano solo 15, ma già nel 1956 erano saliti a 21.
…… anche in Italia, durante il regime fascista: la Carta del Lavoro del 1927 sanciva il diritto “dopo un anno di ininterrotto servizio” a un periodo di “riposo feriale retribuito” (art. 17).
Nel 1948 la Costituzione repubblicana ribadiva il concetto di “vacanza obbligatoria”: “Il lavoratore ha diritto a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi” (art. 36)………

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