Hugo Chavez non giurerà. Dopo di lui o “revoluciòn” o libertà

di STEFANO MAGNI

Il Venezuela ha iniziato questo 2013 senza un presidente. Hugo Chavez è ancora in ospedale a Cuba. Il suo vicepresidente Nicolas Maduro è ancora a Cuba al capezzale del suo superiore. Fino al 31 dicembre governava provvisoriamente il ministro dell’Energia Elettrica, Hector Navarro, ma il suo incarico è scaduto con la fine dell’anno. Dunque il Venezuela è formalmente libero dopo un decennio di presidenza autoritaria del leader del “Socialismo del XXI Secolo”. In realtà il Venezuela non è ancora libero. Perché, benché la poltrona presidenziale sia vacante, l’apparato messo in piedi da Chavez è ancora in piedi e in buona salute. Da un punto di vista formale, la decisione fondamentale per il cambio di leadership dovrebbe avvenire il 10 gennaio, quando il presidente dell’Assemblea Nazionale dovrà stabilire se l’assenza del presidente è temporanea o permanente. Se è ritenuta permanente, dovranno essere indette nuove elezioni. Sulle reali condizioni di salute del “comandante” vige il silenzio più totale. Si conoscono solo indiscrezioni su complicazioni polmonari dopo l’ultimo intervento che ha affrontato. Da un punto di vista politico, se esistesse una forza politica di opposizione forte, sarebbe il momento giusto per un golpe più o meno “bianco”.

La minoranza, organizzata nella Coalizione per l’Unità Democratica (Mud), non sembra dell’idea. Non solo per motivi culturali, ma anche perché, per fare un golpe, ci vuole il sostegno di almeno una parte dell’esercito. Nel 2002 c’erano ancora quadri e vertici delle forze armate ancora ostili a Chavez e fu per questo motivo che venne tentato il suo spodestamento. A undici anni di distanza l’esercito è stato tutto inquadrato sotto gli stendardi della rivoluzione bolivariana, epurato e indottrinato. L’ipotesi di un golpe è dunque molto remota. Il Mud può comunque tentare la sorte nelle prossime elezioni. In quelle del 2012, per la prima volta, l’opposizione democratica si è presentata compatta dietro a un candidato forte, il giovane Henrique Capriles Radonski. Ed è riuscita a prendere il 44,31% dei voti in un Paese in cui media, istituzioni e forze dell’ordine sono monopolizzati o quantomeno infiltrati pesantemente dal Partito Socialista Unito di Chavez. Nel 2013, in caso di assenza del “comandante”, Maduro avrebbe il carisma necessario a vincere nuove elezioni? In caso di confronto/scontro elettorale, il popolo venezuelano sarà chiamato a compiere una scelta esistenziale.

Da un lato la prosecuzione del bolivarismo è rassicurante. La narrativa di governo evidenzia l’opera delle “misiones” per l’aiuto dei poveri delle favelas, l’uscita dalla povertà degli strati più bassi della popolazione. Il bolivarismo vende un patriottismo a buon mercato contro gli americani (accusati di ogni male), gli ebrei (visti come cospiratori) e le multinazionali (cacciate o espropriate). Guarda a Cuba quale modello ispiratore, ma riesce a coniugare il marxismo-leninismo di Castro con un cattolicesimo progressista che piace al popolo. Per chiunque riesca ad andare oltre alla retorica ufficiale, però, il Venezuela, dopo la “cura” Chavez resta uno dei fanalini di coda dell’America Latina, nonostante sia il principale esportatore di petrolio della regione. Per chiunque sappia leggere e capire i numeri, il Paese lasciato dal quindicennio bolivariano conta 1168 aziende espropriate più o meno arbitrariamente dal governo, del 118mila e passa omicidi (con tassi di mortalità da far invidia all’Iraq e all’Afghanistan), dei 4 miliardi di debito pubblico. Senza contare gli abusi di potere, a tutti i livelli, le squadre di irregolari “bolivariani” che spadroneggiano nelle strade, le continue intimidazioni e le violenze contro media indipendenti e oppositori politici. Nel caso Chavez sparisca di scena, i venezuelani dovranno scegliere per la “rassicurante” retorica rivoluzionaria o per la loro libertà. Sempre che possano scegliere.

FONTE ORIGINALE: www.opinione.it

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

13 Comments

  1. Leonardo says:

    Qualche dato economico sul paese del caudillo: Nonostante tanta abbondanza petrolifera, l’economia di questo paese è piena di problemi. Moises Naim, economista venezuelano e politologo, ha osservato che il deficit di bilancio del Venezuela è vicino al 20 per cento del PIL, che l’economia ha uno dei più alti tassi d’inflazione del mondo e un tasso di cambio sopravvalutato (vige il mercato nero in tal senso) e un debito pubblico 10 volte più grande rispetto al 2003.

    Dal 2003 le importazioni sono quadruplicate per via della distruzione del tessuto produttivo (che non è mai stato esaltante) esistente, spesso espropriato per pura ragione ideologica.

  2. Lorenzo L says:

    La rivoluzione bolivariana è anche libertà.

  3. M. of M. says:

    non sapevo che il regime di chavez usasse anche la retorica antisemita è possibile avere degli approfondimenti a riguardo?

  4. M.Gomez says:

    Come al solito non ci avete capito un caxxo!!!!!

  5. Albert Nextein says:

    Dopo che sarà crepato,perchè lo si sa tutti che costui a breve crepa, troveranno fondi accantonati “in nome della rivoluzione” nella sua piena disponibilità.
    Magari all’estero, magari a nome di familiari o prestanome.
    E’ nella natura e negli intendimenti di questi dittatorucoli prepararsi una via di fuga sicura e ben rifornita.
    Essi sanno di fare porcate delle quali prima o poi risponderanno alla gente comune vessata, nonostante provvedimenti populisti di facciata e dalla efficacia limitata.
    In questo caso il capetto risponderà prima al padre eterno.
    Il che non è un male.

  6. Anika says:

    Adesso non esageriamo. Io ci vivo gran parte dell’anno in Venezuela, ci lavoro e campo molto più decentemente che in Italia. Senza conoscere nessuno e senza aver dovuto concedere qualche mio attributo, sono entrata nel circuito universitario, come tanti altri professori italiani presi a pedate nel culo da un sistema nostrano veramente corrotto, e sinceramente tutta questa aria di “indecenza socialista” non ce la vedo. E nessuno ha mai represso le mie idee, a volte anche contrarie rispetto al governo bolivariano. Per quello che ho vissuto in questi anni, e che vivo, posso dire che, mentre in Italia l’occhio di esaminatori e generici uomini incaricati di fare assunzioni, cadeva sula mia quarta di seno o, ancor peggio, sulla lista dei contatti del mio smartphone (per la serie: “chi conosci? Chi ti manda qua?”), in Venezuela quell’occhio e’ caduto sul mio curriculum e sulla mia tesi di laurea. Questa la chiamate dittatura? Poi, puo’ darsi che sia io, squilibrata, ma posso garantire che tanti “cervelli in fuga” sbarcano anche al Maiquetia di Caracas e che, “perdio”, vengono accolti e accompagnati in una ulteriore crescita. Qual e’ l’alternativa qua? Fare, come ribatte ogni giorno la pubblicità, la domanda da mcDonald per diventare direttore di ristorante con una laurea in tasca?

    • Leonardo says:

      Non racconti barzellette, conosco il Venezuela da quando son nato e mio padre è là da 56 anni. Le stupidaggini le lasci ai gonzi

      • THYRUS says:

        Bè io ci vivo in venezuela e il male di questo paese nn è Chavez, ma i Venezuelani, che sono di indole dei truffatori e approfittatori, per l’80% . Il chavismo nn è una dittatura e questa è la pecca di Chavez, essere troppo morbidi con questa gente nn porta frutti….

      • joseph says:

        siamo alle solite…ognuno dice la sua verita, non sarà che forse è del tutto normale che una stessa situazione politica possa piacere a taluni e non a tal’altri oppure lei, leonardo, pretende di decidere cosa fa comodo a tutti? magari anche a chi ha interess i diversi e opposti ai suoi?

    • silvio says:

      La capisco, Anika. Io vivo da 22 anni in quell’Ecuador che tanti denigrano per avere una linea politica simile a quella venezueana. Sta di fatto che quando arrivai qui, la povertá e lo sfruttamento lavorale erano spaventosi, con politiche di “liberalizzazioni” (io le chiamerei colonizzazioni) a favore delle multinazionali nordamericane e non solo che preaticamente avevano fatto svendere il paese. Questo duró fino all’arrivo di Correa. Ora la crescita é dell’ 8,5%, la sanitá ha cominciato a funzionare, il credito e microcredito non é piú una chimera e le condizioni di vita sono decisamente migliori che in Italia (per esempio). Il problema di certi articolai e commentatori é che sono legati ad una interpretazione della parola democrazia con dittatura della finanza. E questa dittatura ha portato miseria alla maggioranza, mentre riempiva le tasche dei pochi “eletti”. Se questa é democrazia, allora siamo fottuti

Leave a Comment