Hoppe sulla crisi: piccoli Stati indipendenti, buona moneta, meno tasse

di REDAZIONE*

Wiwo: Professor Hans Hermann Hoppe, attualmente interventi statali nell’economia hanno certe conseguenze. Molti cittadini desiderano più Stato e meno mercato. Lei come lo spiega?

Hoppe: La storia mostra che le crisi alimentano la crescita dello Stato. Questo diventa particolarmente evidente con guerre o attacchi terroristici. I governi sfruttano quelle crisi, per atteggiarsi come risolutori di crisi. Questo vale anche per la crisi finanziaria. Ha dato a governi e banche centrali un’ottima occasione per intervenire in modo ancora più massiccio nell’economia. I rappresentanti dello Stato sono riusciti a riversare la colpa della crisi sul capitalismo, i mercati e la cupidigia.

Wiwo: L’economia mondiale non sarebbe, senza gli interventi delle banche centrali o dei governi in forma di iniezioni di liquidità e programmi di congiuntura, precipitata in una profonda depressione come negli anni ’30?

Hoppe: È una falsa credenza, secondo la quale governi e banche centrali potrebbero aiutare, con programmi, l’economia a rimettersi in piedi. Programmi “congiunturali” c’erano già negli anni ’30 negli USA, ma la grande depressione finì appena dopo la Seconda guerra mondiale. Negli anni precedenti, la disoccupazione negli USA non scese mai oltre il 15%. Le banche fecero incetta di denaro della banca centrale, anziché concedere prestiti. Una cosa simile accade oggi. Il denaro non raggiunge i mercati dei prodotti reali e i prezzi salgono di poco. Questo non significa, però, che non ci sia inflazione. Basta vedere lo sviluppo dei mercati azionari, per rendersi conto di dove confluisca il denaro. L’inflazione è nei mercati finanziari.

Wiwo: Il rialzo dei mercati azionari è anche una conseguenza degli interessi reali negativi, che rendono poco attrattivo il risparmio…

Hoppe: … e in questo modo mettono in pericolo il nostro benessere. Un’economia può crescere solo se gli uomini risparmiano di più e consumano di meno. Senza risparmi non ci sono investimenti di portata.

Wiwo: Perché?

Hoppe: Le faccio un esempio semplice. Si immagini Robinson Crusoe e Venerdì sulla loro isola solitaria. Se Robinson pesca dei pesci e non li consuma subito, ma li dà a Venerdì, quest’ultimo può mangiare per alcuni giorni e investire il suo tempo a finire di tessere una nuova rete. Con questa rete Venerdì può pescare pesci, per mangiarli e ridarne una parte a Robinson. Entrambi stanno meglio di prima. Cosa succede, però, se Robinson non risparmia, bensì mangia da solo tutti i pesci e dà a Venerdì un certificato, che egli potrà riscuotere in pesci? Quando vorrà riscuotere, Venerdì si renderà conto che non ci sono più pesci. Dovrà procurarsi da solo e velocemente del cibo e non avrà tempo di finire la nuova rete, che rimane una rovina d’investimento, un investimento sbagliato insomma. Il tenore di vita di Robinson e Venerdì cala.

Wiwo: Cosa ha a che fare tutto ciò con la nostra situazione attuale?

Hoppe: Qualcosa di simile accade nelle nostre macroeconomie. La creazione di credito dal nulla comprime artificialmente gli interessi verso il basso e scatena investimenti, che non hanno una contropartita in risparmi. A causa degli interessi bassi si risparmia poco e si consuma sempre di più, così come Robinson non risparmia, bensì mangia tutti i pesci. Il consumo incrementato toglie risorse agli investimenti, i progetti non possono essere portati a compimento, le banche tagliano i crediti, i progetti vengono liquidati, l’economia precipita nella crisi.

Wiwo: Questo significa che siamo minacciati dal prossimo crash?

Hoppe: Le banche centrali cercano di porre un termine alla crisi con ancora più crediti e più denaro, sebbene essa sia sorta da troppo denaro e troppo credito. Quindi il prossimo crash sarà ancora più violento del precedente.

Wiwo: I guardiani della moneta promettono di frenare la liquidità, prima che la situazione sia compromessa.

Hoppe: Può essere possibile, teoricamente. Le banche centrali potrebbero ridurre la quantità di denaro, vendendo titoli di Stato. Solo che nella pratica ciò non è mai accaduto. Infatti ciò contraddice la strategia delle banche centrali, di tenere gli interessi più bassi possibili…

Wiwo: …e di creare inflazione?

Hoppe: Le banche centrali cercano di salvare il sistema del denaro cartaceo con tutti i mezzi. Temo che il passo successivo sarà l’eliminazione dell’ancora esistente competizione delle monete fiat attraverso una centralizzazione bancaria e del denaro. Alla fine ci potrebbe essere una sorta di banca centrale globale con una moneta comunitaria globale, nella quale confluirebbero Euro, Dollaro e Yen. Liberata dalla competizione con altre monete, questa banca avrebbe ancora più margine di gioco per l’inflazione. La crisi non finirebbe, bensì ritornerebbe a livello globale e con tutta veemenza.

Wiwo: Alcuni economisti esigono di legare le mani alle banche centrali e di introdurre di nuovo il Gold Standard.

Hoppe: Governi e banche centrali faranno resistenza. Tutti i monopolisti statali monetari e le banche centrali non hanno interesse a perdere il loro potere. Quindi reputo come non realistico un ritorno volontario al Gold Standard.

Wiwo: Che dire della Cina, il Paese che vorrebbe stabilire lo Yuan come moneta-guida?

Hoppe: Per la Cina sarebbe un’abile mossa di scacchi, garantire la copertura dello Yuan con l’oro, scalzando dal trono il Dollaro. Con uno Yuan coperto dall’oro i giorni dell’egemonia americana e del Dollaro sarebbero contati. Per questo l’occidente farà di tutto per impedirlo.

Wiwo: In Europa i governi e la banca centrale si sono posti al di sopra della legge e del diritto per il salvataggio dell’Euro, senza che ci sia stato un grido d’allarme dei cittadini in Germania.

Hoppe: I Tedeschi si lasciano dettare dall’America ciò che devono fare o lasciare. L’America ha interesse che l’Euro rimanga, perché è una concorrenza più comoda di una con 17 monete. Per far valere i propri interessi con pressione politica, l’America si deve rivolgere a una sola banca centrale: la BCE.

Wiwo: Il salvataggio dell’Euro e la crescente cessione di competenze a Buxelles suscitano malessere nella popolazione. Le élite politiche hanno sovraffaticato la disponibilità d’integrazione dei cittadini?

Hoppe: Gli Stati hanno generalmente la tendenza a centralizzare il loro potere. In Europa la cessione di competenze a Bruxelles dovrebbe eliminare la concorrenza dei Paesi tra loro. Il sogno degli statalisti è uno Stato mondiale con tasse e regole uniformi, che toglie ai cittadini la possibilità di migliorare il proprio tenore di vita, emigrando. I cittadini riconoscono che l’Unione Europea, in fondo, è un apparato globale di distribuzione. Questo fomenta il malcontento e attizza l’invidia dei popoli l’uno contro l’altro.

Wiwo: cosa si può fare contro?

Hoppe: Per la libertà sarebbe la cosa migliore, che l’Europa si dividesse in tanti piccoli Stati. Questo vale anche per la Germania. Più è piccola l’espansione territoriale di uno Stato, più facile è emigrare e più gentile deve essere lo Stato verso i suoi cittadini, per mantenere quelli produttivi.

Wiwo: Lei vuole un ritorno ai piccoli Stati ottocenteschi?

Hoppe: Guardi lo sviluppo economico-culturale. Nel XIX° secolo quella che oggi è la Germania era la regione-guida dell’Europa. Le più grandi performance culturali nacquero in un periodo, in cui non c’era un grande Stato centrale. I piccoli territori erano in un’intensa concorrenza tra loro. Ognuno voleva avere le migliori biblioteche, teatri e università. Questo portò avanti lo sviluppo culturale e intellettuale molto di più che, per esempio, in Francia, all’epoca già centralizzata. Lì si concentrava tutto a Parigi, mentre il resto del Paese affondava nel buio culturale.

Wiwo: Ma il commercio libero rischia, con secessioni e mini-Stati, di rimanere per strada.

Hoppe: Al contrario: piccoli Stati devono spingere il commercio. Il loro mercato non è abbastanza grande e loro troppo poco diversificati, per vivere in modo autarchico. Se non commerciano liberamente tra loro, muoiono in una settimana. Al contrario, un grande Stato come gli USA può approvigionarsi da solo e quindi non sono dipendenti dallo scambio con altri Stati. Oltretutto, piccoli Stati sovrani non possono scaricare le proprie colpe (e i propri debiti) sugli altri, quando qualcosa non funziona. Nella UE Bruxelles viene fatta responsabile per tutti i malfunzionamenti possibili. In piccoli Stati indipendenti risponderebbero i governi stessi per i malfunzionamenti nei propri Paesi. Questo ha un effetto pacificatore dei popoli tra loro.

Wiwo: Piccoli Stati avrebbero monete proprie. Sarebbe la fine dell’integrazione dei mercati finanziari.

Hoppe: Piccoli Stati non possono permettersi monete proprie, perché questo farebbe salire i costi per le transazioni. Punterebbero a una moneta comune, indipendente e non influenzata dai singoli governi. Con grande probabilità si accorderebbero su moneta solida come oro o argento, il cui valore verrebbe stabilito dal mercato. Piccoli Stati portano a meno Stato e più mercato nel sistema monetario.

Wiwo: Se l’Europa diventasse un agglomerato di piccoli Stati, non avrebbe economicamente nulla da dire in un contesto internazionale di Paesi grandi.

Hoppe: Come fanno, allora, Svizzera, Liechtenstein, Montecarlo e Singapore a essere più avanti di tutti gli altri? La mia impressione è che questi Paesi siano più benestanti della Germania e che i Tedeschi erano più benestanti prima di invischiarsi nell’avventura dell’Euro. Dovremmo allontanarci dalla rappresentazione, secondo cui l’economia avverrebbe tra Stati. L’economia avviene tra uomini e imprese, che producono qui e là. Non concorrono Stati con altri Stati, bensì imprese con altre imprese. Non la grandezza di uno Stato ne determina il benessere, bensì la capacità dei propri cittadini.

Wiwo: Indipendentemente dal numero dei territori sovrani si pone la domanda, di quanto Stato ha bisogno una società. Liberali classici esigono uno Stato da guardiano notturno, che si limiti alla garanzia di libertà, proprietà e pace. Lei non vuole più alcun Stato. Perché?

Hoppe: I liberali classici sottovalutano la tendenza espansiva, inerente allo Stato. Chi stabilisce, poi, quanti poliziotti, giudici e soldati – pagati con le tasse – ci sarebbero? Nel mercato, basato sul libero scambio e pagamento di beni e prestazioni, la risposta è semplice: viene prodotto tanto latte quanto viene richiesto e venduto al prezzo, che i consumatori sono disposti a pagare. Il governo di uno Stato, però, risponderà alla domanda “quanto” in questo modo: più soldi abbiamo, più possiamo fare. Potendo costringere i cittadini a pagare tasse, il governo pretenderà sempre più soldi e fornirà servizi sempre più scadenti. L’idea di uno Stato minimale è una costruzione concettualmente sbagliata. Stati minimali non possono mai rimanere minimali.

Wiwo: Ma chi dovrebbe proteggere la proprietà e garantire il diritto, se non lo Stato?

Hoppe: Se lo Stato protegge la proprietà con poliziotti, allora riscuote tasse per questo. Le tasse, però, sono un esproprio. Lo Stato diventa, così, un espropriante protettore della proprietà. E uno Stato che vuole garantire legge e ordine, ma può emanare leggi, è un tutore della legge che viola la legge.

Wiwo: A chi vuole affidare il compito di tutelate diritto e proprietà?

Hoppe: Le imprese dovrebbero assumersi quei compiti, capaci e che competerebbero sul mercato così come per tutti gli altri beni e prestazioni. Ogni società è contraddistinta da conflitti di proprietà, ma non deve essere lo Stato a risolverli. Si immagini una società senza Stato. In un ordine naturale di quel genere ogni persona è da considerare innanzitutto come proprietaria di tutte le cose, che lei controlla. Chi afferma il contrario, deve dimostrarlo. In una società simile i conflitti vengono appianati da autorità naturali. In comunità di paese queste sono persone, rispettate da tutti. Esse fungono da giudici. Se sorgono conflitti tra persone di comunità differenti, che si rivolgono a giudici differenti, allora il conflitto è da appianarsi sul livello successivo. L’importante è che nessun giudice abbia il monopolio del diritto.

Wiwo: suona piuttosto irrealistico…

Hoppe: … ma non lo è. Guardiamo un po’ come vengono appianati oggi i conflitti, che superano i confini. A livello internazionale regna una sorta di anarchia del diritto, dato che non c’è uno Stato mondiale regolatore. Cosa fanno i cittadini del triangolo di Basel, quindi Tedeschi, Francesi e Svizzeri, se sorgono conflitti tra loro? Ognuno si può rivolgere inizialmente alla propria giurisdizione. Se non si trova un accordo, vengono chiamati arbitri indipendenti, che emettono un verdetto. Si arriva per questo a più conflitti tra i cittadini di questa regione che tra quello di Düsseldorf e Colonia? Non ne ho mai sentito parlare. Questo dimostra che è possibile risolvere pacificamente vertenze interpersonali, senza che lo Stato sia monopolista del diritto.

Wiwo: Un sistema di diritto senza Stato potrebbe potrebbe superare l’immaginazione della maggior parte dei cittadini.

Hoppe: Perché? In fondo sono idee facilmente comprensibili, che sono state scacciate dai fautori del potere statale nel corso dei secoli. È stato un errore evoluzionistico, quello di sostituire la libertà degli uomini per la scelta di legiferazione e di applicazione del diritto con un monopolio statale del diritto, cosicché in seguito a elezioni generalistico-universali andassero al potere dei bifolchi, che sfruttassero poi il potere legiferatore a loro dato, per arricchirsi della proprietà di coloro che avessero più di loro. Al contrario un capoclan, che viene eletto volontariamente come mediatore per controversie, potrebbe essere un uomo ricco, che non ha motivo di mirare alla proprietà altrui. Altrimenti non verrebbe eletto come moderatore.

Wiwo: Come vuole impedire, in un mondo senza ordinamento statale, che i diritti alla libertà come quello all’incolumità vengano calpestati?

Hoppe: Le faccio una controdomanda: al presente vengono impedite quelle infrazioni dall’esistenza degli Stati? No. Ci saranno sempre zone in cui avvengono omicidi colposi e volontari, fino a quando gli uomini saranno uomini. Gli Stati hanno migliorato in qualche modo la situazione? Ho i miei dubbi in proposito. Anche gli Stati vengono condotti da uomini. Ma, a differenza delle comunità senza Stato, i capi di Stato hanno il monopolio – anche se temporaneo – del potere. Ciò non le rende peggiori di quanto lo sarebbero già? Gli uomini non sono angeli, bensì portano spesso qualcosa di maligno sullo scudo. Perciò la miglior difesa della libertà è quella di non procurare a nessuno un monopolio. Non si materializzano esseri angelici, appena c’è un monopolio.

Wiwo: Ammettiamo che noi la seguissimo e affidassimo i classici compiti dello Stato, come la tutela della proprietà e la giurisprudenza a organizzazioni private. Non ci troveremmo di fronte al problema, che anche in queste organizzazioni personaggi loschi prenderebbero il comando e formerebbero un cartello a danno dei cittadini?

Hoppe: Il pericolo che si arrivi a questo è minimo. Cartelli possono sopravvivere a lungo termine solo se lo Stato li protegge. Imprese formano cartelli, per spartirsi il mercato. Di questo approfittano i membri più deboli del cartello. Al contrario, quelli più forti possono assicurarsi grosse fette di mercato fuori dal cartello. Non appena se ne rendono conto, il cartello si disgrega.

Wiwo: Fino a quel momento, però, i fratelli del cartello sfruttano i cittadini.

Hoppe: Adesso che fa, lei si suicida per paura della morte? Se lei affida il compito allo Stato, esso ha dall’inizio un monopolio, di cui può abusare, per limitare la libertà dei cittadini.

Wiwo: Come pensa di trattare il problema delle esternalità in una società privata e senza Stato? Chi dovrebbe occuparsi, per esempio, che l’artefice di danni ambientali si sobbarchi anche i costi?

Hoppe: Il problema è facile da risolvere. Basta dare a chi è stato danneggiato il diritto di fare causa. Così esso può citare in giudizio il danneggiatore e chiedere il risarcimento dei danni. Nel XIX° secolo era usuale, che i cittadini citassero in giudizio le imprese, se queste avessero danneggiato le loro proprietà (dei cittadini) con danni ambientali. Più tardi lo Stato ha limitato questo diritto, per proteggere determinati settori industriali. È decisivo il fatto che il diritto a fare causa venga chiaramente ordinato. Il principio di base deve recitare: chi arriva primo ha la proprietà. Per esempio: se un’impresa fa uno stabilimento con elevata emissione di agenti inquinanti vicino a un centro abitato già esistente, gli abitanti hanno diritto di fare causa all’impresa. È un principio semplice, che capiscono anche i bambini. In America, al tempo dei cercatori d’oro, si svilupparono, senza partecipazione dello Stato, criteri, secondo i quali i cercatori d’oro delimitavano il proprio terreno. All’epoca c’erano persone, che registravano le cause. Ciò significa: questioni di proprietà si possono risolvere senza lo Stato.

Wiwo: lei, però, non può organizzare la difesa del Paese senza lo Stato. Nessuno può essere escluso dalla sicurezza, che un esercito garantisce. Quindi c’è bisogno dello Stato, per far partecipare i cittadini, con le tasse, ai costi dell’esercito.

Hoppe: Chi Le dice che tutti i cittadini vogliano essere difesi? Viviamo in un mondo della scarsità. Denaro, che viene speso per la difesa del territorio, non è più disponibile per altri scopi. Alcuni uomini non vogliono affatto essere difesi, bensì volano più volentieri, con i loro soldi, in vacanza alle Hawaii. In caso di attacco dall’esterno, probabilmente essi prenderebbero la decisione di lasciare il Paese e non avrebbero bisogno della difesa di un esercito. Lo Stato non ha alcun diritto di costringerli al finanziamento di forze armate tramite tasse. In una società senza Stato, gli uomini possono, se vogliono, formare piccole unità come le comunità di paese e difendersi da soli o ingaggiare servizi di sicurezza privati. Avrebbero la libertà di decidere da soli, per cosa spendere o loro soldi.

*Traduzione di Diego Tagliabue. Intervista della Wirtschaftswoche con il libertario e anarcocapitalista Hans-Hermann Hoppe

Print Friendly, PDF & Email

Recent Posts

16 Comments

  1. Raffaele says:

    Naturalmente condivido al cento per cento le sue parole. Ogni secessione è una vittoria per la Libertà e se un giorno dovessero innescarsi secessioni a catena sarebbe una vittoria senza precedenti.

  2. eridanio says:

    vorrei soffermarmi un secondo su un aspetto che rende possibile lo sviluppo di società volontarie e cooperative. Le dimensioni di una comunità contano al momento di fare interagire persone di omogeneo carico d’esperienze. La condivisione del carico d’esperienze è un processo dinamico che rende variabile nello spazio e nel tempo l’attitudine di una comunità a mantenersi stabile in un sistema privo di stato.
    Improvvise mutazioni o stravolgimenti dovuti anche a fatti naturali, mutazioni della produttività, della variabilità delle risorse anche in termini di espansione in periodi relativamente brevi possono portare, in attesa di una interiorizzazione del nuovo assetto da parte di una parte importante della comunità, ad una spontanea accettazione di una organizzazione interinale di strutture tendenti poi a cristallizzarsi in gerarchie che funzionalmente dovrebbero scomparire una volta digerito l’impulso che ha generato le variazioni. La sedimentazione delle innovazioni e dei mutamenti consente un nuovo processo di omogenizzazione delle attitudini generali di una comunità dove i più intraprendenti avranno avuto modo di riorganizzarsi all’interno di un sistema di riposizionamenti che tende verso uno stato di tranquilla ordinarietà. Ogni anomala o temporanea organizzazione non in linea o meglio sottoposta al limite della Legge come evoluta e scoperta nel frattempo dovrebbe cessare di esistere.

    Dirò ancora che in un sistema ineradicalmente incerto come può essere quello di una comunità rispetto alle sfide dell’ambiente circostante sia per aspetti naturali che di relazione con altre comunità, una fonte di forte stress emotivo distribuito genera la trasmissione, da individuo ad individuo, di una normale reazione di sopravvivenza in grado di stravolgere una ordinata e pacifica cooperazione con conseguenti variazioni sostanziali ai caratteri di volontarietà e spontaneità.

    Queste dinamiche tornano utili ai perpetuatori degli stati nazione che così si avvantaggiano attraverso la continua instabilità del sistema, se non provocata (riserva frazionaria, manipolazione del diritto) cavalcata (patriot act, guerra al terrorismo ecc..).

    Ora queste dinamiche sono note e percolano sedimentando (grazie Internet) nelle coscienze di un pubblico man mano più vasto e tendenzialmente senza confini geografici.
    L’eredità lasciataci dagli stati nazione (esperimento in atto da oltre duecento anni) di copiose distruzioni sofferenze e morti è pesante.
    Grazie anche alla tecnologia così preziosa perché risulta in fin dei conti essere una spremuta di uomini e l’essenza delle loro sofferenze oltre che dell’ingegno abbiamo maturato forse la consapevolezza che le dinamiche degli stati nazione è arrivata ad un capolinea. La corsa potrà ancora riprendere e però questa volta non potremo dire di non conoscere il fenomeno e le conseguenze.

    Non si tratta quindi della semplice scelta on off o switch tra modelli statici.
    Sono convinto che sia utile rimarcare che il processo sociale si fonda su dinamiche che sono ben note e che vadano tenute in conto al momento di approcciare l’analisi ed in grado di complicare ogni soluzione se disattese.

  3. Luca says:

    Concordo su alcune parti. Ho molti dubbi su altre. Interessante comunque.

  4. Albert Nextein says:

    Radicale.
    Senza mezze misure.
    E’ di una sicurezza impressionante.
    Teoricamente mi trova d’accordo.
    Ma in pratica una soluzione del genere è stata mai provata e applicata da qualche parte?
    Magari anche solo in gran parte.

  5. gastone says:

    anch’io penso che hoppe sia uno dei pochi discepoli di rothbard che mostri ancora una lucida coerenza, spesso a costo di confusioni concettuali.
    lo stato minimo, appunto.
    si può in realtà stabilire in anticipo come organizzare il servizio di difesa della vita e della proprietà, senza assegnare un pezzeto di sovranità individuale ad una organizzazione, con le relative competenze e poteri, evitando che questa ne faccia abuso nel tempo?

    riuscirebbe una comunità ad imporre la Legge cui essa stessa si sottopone, ad un organo da lei designato così da essere in grado di non concedere a nessuno la sua trasgressione??

  6. A.d.G. says:

    @ Gian Piero de Bellis:
    Alla sua obiezione si risponde che, in un sistema davvero libero, si comincia con le attuali province che sono unioni di comuni. Poi libertà totale ai quartieri di associarsi al comune che preferiscono. Tutto questo con esercizio della democrazia diretta, come e meglio della Svizzera.
    Internet aiuta a far votare i proprietari, ricordiamoci che in una società anarco-capitalistica ha diritto di voto solo il proprietario di una casa/immobile, la base della società è la famiglia, quella vera e naturale. Solo recuperando questi diritti e valori naturali la nostra cultura può evolversi positivamente. Altrimenti è il declino che ci porterà al dominio da parte di nuovi barbari, scelga pure lei tra indiani, cinesi, islamici, ecc.

  7. D’accordo su molti punti ma personalmente sono in disaccordo sul fatto che “L’idea di uno Stato minimale [sia] una costruzione concettualmente sbagliata. Stati minimali non possono mai rimanere minimali”. Dipende infatti dall’idea di legge: se la “legge” è quello che è oggi (il provvedimento particolare, la decisione arbitraria dell’autorità: lo strumento di potere) allora sono d’accordo con Hoppe: sarebbe un controsenso pensare che lo stato possa rimanere minimale se è basato su un’idea di legge che non solo permette la sua continua espansione, ma la incentiva. Se invece la legge è la Legge (la regola generale di comportamento individuale valida per tutti allo stesso modo, il principio astratto: il limite al potere), allora non sono d’accordo: la Legge così intesa rende impossibile l’espansione dello stato. È proprio per questo che lo stato moderno si è liberato della Legge e la ha sostituita con la “legge”: perché la prima gli avrebbe impedito di espandersi (per esempio gli avrebbe impedito di stampare denaro a corso forzoso e di concedere alle banche il privilegio della riserva frazionaria).

    Con questo non voglio dire che lo stato minimo sia l’ideale: è un sistema che ha dei difetti su un piano di principio, ma anche l’anarco-capitalismo ne ha, a mio modo di vedere di peggiori (il confronto fra i due su un piano di principio non può essere fatto in un commento). Qui voglio dire che, se si adotta un’idea di legge opposta a quella del positivismo giuridico sulla quale è basato lo stato moderno (un’idea di legge che i suoi oppositori non riescono coerentemente a rigettare), uno stato quanto meno tendente a quello minimale è possibile.

  8. Peccato che ragioni sempre in termini di unità territoriali. Eppure già in passato c’era chi teorizzava il federalismo non-territoriale (ad es, nell’ambito dell’impero austro-ungarico). Adesso poi con Internet e dopo secoli in cui la Chiesa non è più uno stato territoriale ma rimane una autorità universale non-territoriale, immaginare qualcosa di diverso dagli staterelli territoriali non dovrebbe essere molto difficile. Questo è uno dei limiti del pensiero di Hoppe e di tanti libertari

  9. Diego Tagliabue says:

    Risposta inequivocante alla domanda sulla moneta per i futuri piccoli Stati: “Piccoli Stati non possono permettersi monete proprie, perché questo farebbe salire i costi per le transazioni. Punterebbero a una moneta comune, indipendente e non influenzata dai singoli governi. Con grande probabilità si accorderebbero su moneta solida come oro o argento, il cui valore verrebbe stabilito dal mercato. Piccoli Stati portano a meno Stato e più mercato nel sistema monetario.”

  10. Raffaele says:

    Sempre chiaro, lucido, moderno, coerente. Un Hoppe in splendida forma. Ribadisco ancora anche la sua chiarezza nel denunciare quell’agglomerato di stati decadenti che è la UE, nel denunciare la moneta centrale creata dal nulla dalla BCE, e nel denunciare che un’Europa di stati in concorrenza tra loro è più sana, sia a livello etico e culturale, si a livello economico e concorrenziale.

    Non sono certo un fan di Adam Smith, ci mancherebbe, ma certo quella “mano invisibile” spesso abusata e mal spiegata, quella conseguenza di spinte individuali sommate tra loro, spingerebbe l’Europa, senza la UE e la sua massa abnorme di burocrazia e divieti, tasse e corruzione, a tassi di crescita inimmaginabili.

  11. Ernesto Furioso says:

    Questo progetto cozza contro il progetto globalista/fascista di origine angloamerikana,o per meglio dire,della infame massoneria deviata angloamerikana.
    Se mai i suoi proponimenti dovessero avere una qualche probabilità di successo,il Sig.Hoppe dovrà cominciare a temere per la sua vita,da bravi criminali quali sono,i globalisti angloamerikani,e i loro lakkè europoidi,non si faranno smentire.
    Detto questo,condivido in pieno quanto esposto dal Sig.Hoppe.

  12. Grande Diego!!! Ottimo Hoppe.

  13. Dan says:

    C’è un limite fisiologico oltre il quale la società umana non è in grado di organizzarsi e gestirsi in una forma statalista unitaria.

    L’europa lo ha già superato da un pezzo

  14. Guglielmo Piombini says:

    Sostegno alle secessioni, elogio delle piccole unità territoriali, esaltazione del libero scambio e di una sana moneta aurea, antistatalismo radicale, critica ai leviatani europei e mondiali: tutti questi elementi fanno di Hans-Hermann Hoppe uno dei più brillanti pensatori del nostro tempo.

Leave a Comment