Hollande riesce a farci dimenticare quanto è messa male l’Italia

di MATTEO CORSINI

Leggo dall’Agenzia Ansa: “E’ l’economista Jean Pisani-Ferry, professore universitario a Parigi e membro del think tank europeo Bruegel. Il governo francese ha scelto il suo commissario generale alla strategia e alla prospettiva, figura creata dal presidente Francois Hollande per elaborare la strategia della politica pubblica d’investimento per il futuro, al posto dell’attuale Centro di analisi strategica. Il commissario stilerà ogni anni un rapporto al Primo ministro e al presidente, incentrato sulla ”determinazione dei grandi orientamenti del futuro della nazione e degli obiettivi a medio e lungo termine del suo sviluppo economico, sociale, culturale ed ambientale”. I suoi pareri saranno discussi davanti al parlamento, e resi pubblici”.

Ho già avuto modo di sostenere in altre occasioni che quando uno, seguendo la cronaca politica italiana, è preso dallo sconforto, gli basta gettare lo sguardo verso la Francia per rendersi conto che forse c’è anche di peggio. Peraltro si tratta di una magra consolazione. Il presidente socialista Hollande, alle prese con una economia in recessione nonostante deficit di bilancio compresi tra il 5 e il 7.5 per cento negli ultimi anni e un aumento del debito di circa 25 punti di Pil dal 2007, adesso ha avuto la brillante idea di nominare un “commissario generale alla strategia e alla prospettiva”. Probabilmente ritiene che sia sufficiente creare figure che conferiscano alla Francia una qualche similitudine con la Cina (dove si è recato in visita di recente) per risollevare le sorti dell’economia d’Oltralpe. Se questo fosse il caso, temo che le sue aspettative andranno deluse.

Qui si va ben oltre ciò che aveva sostenuto Keynes, quando scrisse: “Gli uomini di azione, che si credono esenti da ogni influenza intellettuale, son di solito schiavi di qualche economista defunto. Pazzi al potere, che odono voci nell’aria, distillano le loro frenesie da scribacchini accademici di qualche anno fa…”. Hollande, infatti, forse per non sembrare pazzo, si affida direttamente a un economista vivente, il quale dovrà annualmente stilare un rapporto incentrato sulla “determinazione dei grandi orientamenti del futuro della nazione e degli obiettivi a medio e lungo termine del suo sviluppo economico, sociale, culturale ed ambientale”.

Credo non ci sia nulla di male, né di strano, se un presidente si avvale della consulenza di uno o più economisti. Che, però, i consigli degli economisti debbano essere utilizzati, come pare, per mantenere o appesantire ulteriormente la presenza dello Stato nell’economia (si tratti di investimenti o altro), a me pare una degenerazione di quella che già Hayek ebbe a considerare una “presunzione fatale”. D’altra parte cosa aspettarsi da uno che nel 2013 crede ancora al socialismo?

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