Guardie padane: chiesto il processo per 32 camicie verdi. Ma i colonnelli sono salvi

CAMICIE VERDI“Organizzazione militare parallela” in violazione della legge Scelba. Con questa accusa è stato chiesto il processo per 32 appartenenti alla Guardia nazionale padana, le famose camicie verdi che seguivano il servizio d’ordine alle manifestazioni della Lega Nord. Per il magistrato Gianluigi Dettori, come scrive “Il Giorno”, “erano le divise di una organizzazione militare parallela”. L’accusa è di “aver promosso, costituito, organizzato o diretto un’associazione di carattere militare”.

La sentenza del gup Tino Palestra è attesa l’11 novembre prossimo. Sul procedimento incombe però la prescrizione, che scatta nel 2016. L’inchiesta era iniziata nel 1996, quando l’allora procuratore di Verona Guido Papalia aveva cominciato ad indagare sulla neonata Guardia nazionale padana. Un primo rinvio a giudizio era arrivato 14 anni più tardi, nel 2010, a Verona, ma il procedimento era poi passato per competenza ai pm di Bergamo. Oltre alle richieste di rinvii a giudizio il pm ha chiesto anche una condanna a 8 mesi con il rito abbreviato.

Questa è la cronaca, che però ci riporta ad una recente riflessione che avevamo fatto in virtù di una lettera arrivata in redazione.

La riproponiamo, perché la questione non si limita all’elenco degli imputati. Vediamo perché.

 

camicie

 

 

Gentile Direttrice, in ambienti leghisti, postleghisti, indipendentisti e sinanche di centrodestra si fa un gran parlare della riapertura del processo alla Guardia Nazionale Padana: una trentina di imputati, gente semplice, che ora rischia grosso, causa accusa di banda armata e insurrezione contro lo Stato. I colonnelli leghisti – Bossi, Maroni e Calderoli – non sono imputabili perché protetti dall’immunità parlamentare e i giudici ne hanno già preso atto. Di Giorgetti, ex segretario della Lega Lombarda in quei tempi eroici e poi saggio del Quirinale, non si parla: lui è l’eminenza grigia, che muove le pedine e non si espone mai. Vista la perdita di credito di siffatti personaggi, non sarebbe per loro un’occasione di riscatto rinunciare all’immunità e farsi processare, fianco a fianco, con i militanti che si sono sacrificati per loro? Non sarebbe un modo per ribadire che ci credono anche loro? Per dire che in Parlamento ci sono andati per un ideale e non solo per la grana? La prenda come una domanda ingenua, o come una provocazione. Ma se non si muoveranno in prima persona, se si limiteranno a speculare elettoralmente sulle grane dei poveracci in camicia verde, che differenza ci sarà tra loro e il comandante Schettino?

Cordiali saluti, Renzo Tramaglino

 

Caro lettore, lei centra il problema della politica. Quello della rappresentanza irrisolta. E della casta che dice di rappresentarla. Perché anche questa occasione sta andando persa per dimostrare quella diversità che fu il detonatore del consenso due decenni fa. La stessa Lega si agita davanti alle sedi dei tribunali per dire che  “Il capo d’accusa con cui si perseguitano da 18 anni le camicie verdi non regge”, e annuncia interrogazioni “per conoscere l’ammontare dei costi affrontati” dalla giustizia in questi quasi due decenni di procedimento. Va bene. Ma anziché scagliarsi contro la magistratura che in 18 anni non ha ancora finito il proprio lavoro e ha cambiato il corso della vita a una trentina di persone che sono corse dietro a quello che gli si diceva di fare per fare la Padania, perché il nuovo corso e la stessa base che incita il capitano, non chiede e pretende da quelli che hanno il sedere al riparo dal processo, di rinunciare a quello che il Parlamento gli ha concesso?

Forza, fate un atto di coraggio. Ce l’avete, no, il coraggio….

 

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