Per Grilli quello che guadagnate è proprietà dello Stato

di MATTEO CORSINI

Vittorio Grilli tace sempre meno: “C’è un incremento netto di 5.5 miliardi che entrano nelle tasche degli italiani, tra riduzione delle detrazioni e diminuzione delle aliquote”. Il disegno di legge di stabilità (la manovra che non si può chiamare manovra) è oggetto in questi giorni di critiche da ogni parte, e potrebbe avere un percorso parlamentare accidentato. Il suo più grande difensore (non a caso perché principale estensore e ispiratore) rimane il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli appunto. Il quale, da settimane, ne dice di tutti i colori per far apparire le cose diverse da come sono in realtà.

Non contento delle sue prime dichiarazioni in cui si spingeva a ipotizzare un incremento della domanda interna in virtù della manovra (che non si può chiamare manovra però), il ministro dell’Economia, a Tokyo per una delle inutili e costose riunioni del FMI, ha dapprima bofonchiato di “complicate tecnicalità” a chi gli faceva notare che prima arriveranno, con effetto retroattivo e con buona pace dello Statuto del contribuente (in effetti, uno dei punti più criticati da ogni osservatore), le riduzioni a deduzioni e detrazioni, mentre il taglio di un punto delle prime due aliquote Irpef arriveranno solo dall’anno fiscale 2013. Poi ha cercato, dimostrando un grande disprezzo nei confronti dei cosiddetti contribuenti, di sostenere che, con la manovra, arriveranno perfino dei soldi nelle tasche degli italiani. Ancora pochi giorni fa, Grilli si era autodefinito servitore dello Stato, ma, come sempre accade in questi casi, i veri servitori sono quelli che dovranno mettere mano per l’ennesima volta al portafoglio perché, con buona pace del ministro, i conti che lui presenta sono del tutto incongrui con la realtà.

Francamente trovo irritante che, dopo aver somministrato l’ennesima bastonata fiscale, si cerchi anche di convincere i pagatori di tasse che avranno un beneficio, che addirittura ci saranno dei soldi che entreranno nelle loro tasche. Posto che gli effetti da prendere in considerazione non sono solo quelli della rimodulazione dell’Irpef, bensì anche altre cosucce come, tanto per fare un paio di esempi, l’aumento dell’Iva e l’introduzione della Tobin tax, come fa Grilli a sostenere che entreranno soldi nelle tasche degli italiani?

Supponiamo per un istante che l’effetto netto non fosse un aumento di circa 2 miliardi delle entrate fiscali, come diversi commentatori hanno calcolato pur in mancanza di tutti i dettagli. Supponiamo anche che la manovra (che non si può chiamare manovra però) riguardasse solo la riduzione delle deduzioni/detrazioni e il taglio di un punto delle prime due aliquote Irpef. Supponiamo, infine, che l’effetto netto fosse un beneficio, a livello aggregato, di 5.5 miliardi, come sostiene Grilli. Ebbene: questo sarebbe un minore esborso da parte dei pagatori di tasse, non una maggiore entrata. In sostanza, uscirebbero meno soldi da quelle tasche, ma non ne entrerebbero di più. Qualcuno potrebbe notare che ciò che conta è il saldo finale, che effettivamente  sotto le ipotesi del tutto irreali di Grilli  alla fine vi sarebbe, a livello aggregato, un maggior reddito netto. Aritmeticamente è vero, ma se si sposa il ragionamento implicito nella dichiarazioni di Grilli, si finisce per avvalorare il principio in base al quale i redditi lordi prodotti dai pagatori di tasse sono di proprietà dello Stato, il quale decide non già quale parte di essi estorcere mediante il fisco, bensì quale parte lasciare (bontà sua) a chi li ha prodotti.

Va bene che al peggio non pare proprio esserci limite, ma evitiamo, almeno, che il lavaggio del cervello arrivi fino a questo punto.

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