Gridano “Onestà, onestà…”. Ma poi? Alla ricerca di brave persone e di Stato virtuoso…

salone libro2di SERGIO BIANCHINI – Cercando di focalizzare il significato di brava persona sono ben consapevole che il PERBENISMO e il MORALISMO (al pari o perfino peggio del fascismo) sono stati le bestie nere della lotta culturale e politica che ha dilaniato il nostro paese negli ultimi 50 anni.

A partire dalle bombe di Piazza Fontana del dicembre ’69 ( sulle quali il processo non è ancora finito) iniziò una vera e propria guerra civile che vide in primo piano proprio l’abbandono della fiducia nella chiesa cattolica e nelle sue associazioni percepite come supporto alla Democrazia Cristiana, il demoniaco partito al potere. La Democrazia Cristiana divenne il simbolo dell’ipocrisia e dell’inganno, della prepotenza travestita col manto di una moralità finta usata per paralizzare il popolo.

 

Questa perdita di fiducia, e di fede, ha inciso e incide da allora sia nelle vicende politiche che individuali del nostro paese.

 

Ricordo perfettamente alti dirigenti della sinistra extraparlamentare che in occasione del referendum sul divorzio dichiaravano che il divorzio non interessava la classe operaia essendo una faccenda da ricchi, ma per dispetto alla democrazia cristiana si doveva votare a favore. In particolare questo concetto me lo precisò un bergamasco di una famiglia cattolicissima di 6 fratelli, tre maschi e tre femmine. Le tre femmine divennero tutte suore ed i tre maschi si impantanarono nel terrorismo di sinistra.

La lotta contro il moralismo ipocrita divenne lo sport preferito prima dei ceti più colti e più ricchi ma pian piano scese in basso e conquistò il centro della piazza. Nacque, tra mille altre, una rivista intitolata IL MALE, dove questo mix immoral politico era perfettamente e ampiamente rappresentato.

Citazione da WIKIPEDIA.

Il Male nacque nel settembre 1977 a Roma dalla collaborazione fra i Pino Zac (direttore per i primi tre numeri), VincinoAngeseEnzo SferraJacopo FoCinzia Leone, il grafico Francesco Cascioli e lo scrittore Angelo PasquiniSergio Saviane, Alain Denis e Roberto PeriniRiccardo MannelliVauro Senesi; questi ultimi due andarono via dopo il terzo numero[2]. Direttori responsabili (usati per fare da civetta contro le denunce ma senza poteri decisionali) furono Ubaldo Nicola, cui seguirono Calogero “Lillo” Venezia e Vincenzo Sparagna. Calogero Venezia è stato nel dopoguerra il secondo giornalista finito in carcere (pochi giorni a Regina Coeli) dopo Giovannino Guareschi. L’accusa contro di lui era vilipendio della religione e di un capo di Stato estero (il Papa).[3] Non riscosse subito grande successo e la sua satira corrosiva gli procurò ritorsioni e censure. Fra le beffe più famose, e che fecero alzare le vendite, notissima quella in cui si diede notizia in prima pagina dell’arresto di Ugo Tognazzi: l’attore, complice della presa in giro, fu presentato come capo delle Brigate Rosse[4][5]; su falsi di diversi quotidiani (Paese SeraIl Giorno e La Stampa) uscirono le immagini dell’attore ammanettato e scortato dai carabinieri, tra i quali si riconoscevano tre redattori (Saviane, Pasquini e Lo Sardo), e il direttore Vincino. I testi dei falsi erano di Vincenzo Sparagna, Angelo Pasquini, Jiga Melik, Piero Lo Sardo, Mario Canale. Va ricordata anche l’inaugurazione, con cerimonia “ufficiale” a Villa Borghese (Roma), di un busto in marmo di Giulio Andreotti, subito sequestrato dalla polizia.[6][7]. Era presente anche l’attore Roberto Benigni che fu denunciato insieme a Vincenzo Sparagna e a Vincino per aver deriso il cognome di un funzionario di Pubblica Sicurezza, tale Pompò, giunto sul posto per effettuare la rimozione.

 

Per ripicca contro l’ipocrisia al potere si portarono in parlamento prostitute e terroristi e, sempre col manto della lotta contro il moralismo ipocrita, si fecero campagne con enormi manifesti della Ripa di Meana nuda contro le diaboliche donne coperte dalla pelliccia ricavata con la barbara uccisione di poveri animali.

Per ripicca contro la moralità ipocrita si ruppero tutte le vecchie barriere morali sia sul piano sociale che sessuale. Rubare al ricco, ladro per definizione, divenne quasi un dovere e all’università era di gran moda rubare nei supermercati e perfino da Feltrinelli, che pur dichiarandosi rivoluzionario era comunque un riccastro.

Nel ‘72 di persona assistetti ad una sosta di un pullman di ritorno da un convegno della sinistra extraparlamentare in un ristoro autostradale. In 10 minuti 50 persone entrarono nel centro commerciale e lo saccheggiarono tra gli sguardi increduli del personale. La polizia ovviamente non si fece vedere.

Fare numerose ed articolate esperienze sessuali divenne quasi un obbligo a cui moltissimi si sottomettevano e di cui tutta la mia generazione ha ampia memoria.

L’opposizione antidemocristiana favoriva la lotta contro la vecchia morale e la lotta contro la vecchia morale (per definizione ipocrita) sosteneva l’opposizione politica.

E piano piano siamo arrivati alla situazione attuale dove siamo tutti bravi nel denunciare l’ipocrisia e l’immoralità altrui ma siamo ancora incapaci di dare un governo stabile ed una linearità alla nostra vita quotidiana. Lo sdegno e la denuncia, la ricerca di retroscena e di complotti, il dispregio dell’avversario politico sono ancora il centro della nostra penosa rissosità.

Ma le idee vere, positive, sia per la condotta individuale sia per il governo della nazione sono poche e peregrine.

La chiesa cattolica in crisi di adesioni fa della militanza altruistica il centro del suo discorso. Rinunciando a focalizzare la condotta personale e concentrando tutto sull’altruismo si evitano divisioni.

Il quadro desolante del funzionamento dello stato e della famiglia sta davanti agli occhi di tutti.

Le nuove forze politiche al governo stanno sorprendentemente resistendo a tutti gli attacchi   delle alte sfere del potere economico e culturale schierate contro di loro. Ci riescono appoggiandosi alle più urgenti esigenze popolari martoriate dalla prepotenza e dalla supponenza delle nostre elites.

Ma ancora non si chiarisce il rapporto tra moralità di massa e stato virtuoso e buon governo. Il grido Onestà Onestà risuona a volte nelle manifestazioni dei sostenitori di un cambiamento radicale ma si riferisce agli appalti pubblici e non ancora all’insieme delle relazioni umane.

 

Il desiderio di uno stato serio, affidabile, onesto è grande ma è minima la speranza di ottenerlo. Perché le misure comparse e pensate fino ad ora per impedire la disonestà nelle faccende dello stato sono sempre più numerose ed invasive e rendono sempre più complicata e costosa oltre che inefficiente la vita pubblica. Al punto che la domanda di decisionismi rapidi e potenti cresce senza sosta.

Queste faccende sono così intricate e difficili da dirimere anche perché tutti gli accesi sostenitori di tesi contrapposte e paralizzanti hanno qualche ragione. Ma intanto il tutto langue.

 

Personalmente da queste vicende traggo sempre più la convinzione che uno stato virtuoso si può realizzare gradualmente operando anche e contemporaneamente per sviluppare l’orgoglio e la sicurezza di cittadini non più timorosi di definirsi e di essere virtuosi nelle cose ritenute fondamentali dalla grande maggioranza.

 

L’azione di moralizzazione dal basso, sia dell’individuo che dello stato, dovrebbe dispiegarsi su vasta scala tramite gruppi ad hoc superando (in quel lavoro specifico) l’antagonismo destra-sinistra che ha diviso e divide perfino la chiesa cattolica. La brava persona deve essere stimata dal 90% della gente ed il contrasto politico, legittimo e perfino doveroso, non deve offuscare questa stima e le buone e sane relazioni di base della società.

 

Domandina finale: esitono cose su cui si trova un accordo al 90%?

 

 

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