LE MISURE IMPOSTE ALLA GRECIA NON SERVONO A NULLA

di CLAUDIO PREVOSTI

Le misure di austerità imposte dall’Unione Europea, dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale alla Grecia «non hanno più alcun senso». Il problema di Atene non è il costo del lavoro, bensì «il collasso economico dovuto al collasso della domanda». Il Paese «non ha alcuna speranza di ritornare ad essere solvente se le attuali politiche vengono mantenute». Pertanto, «la sola ragionevole soluzione» sarebbe quella di «cancellare la maggior parte del debito pubblico greco» e «aiutare la Grecia a ricostruire la propria economia, attirando imprese e posti di lavoro». A sostenerlo, mentre i mercati attendono un accordo oggi a Bruxelles sugli aiuti che dovrebbero consentire alla Grecia di evitare (per ora) il default, aiuti condizionati con ogni probabilità ad ulteriori misure di austerity, è Patrick Artus di Natixis Research, in un report dedicato alla questione greca. Artus, economista molto influente in Francia, oltre ad essere il direttore Ricerche e Studi di Natixis, insegna all’Ecole Polytechnique e alla Sorbona di Parigi. Membro del Conseil d’Analyse Economique, organo consultivo non-partisan che riporta direttamente al primo ministro francese, è specializzato in Economia internazionale e Politica monetaria. «Le autorità europee – scrive Artus – la Bce e il Fmi continuano a chiedere alla Grecia di adottare misure restrittive di politica fiscale e di ridurre il costo del lavoro (taglio del 22% del salario minimo richiesto a febbraio 2012, e anche di più, del 32%, per i giovani), per recuperare competitività. Crediamo che questo cumulo di misure di austerità non abbia più alcun senso: non riusciranno a rendere di nuovo la Grecia solvente e non corrispondono ai reali problemi del Paese».

L’economista cita poi la curva di Laffer, una curva a campana che mette in relazione l’aliquota di imposta con le entrate fiscali, usata da Arthur Laffer per convincere il candidato alle presidenziali Usa del 1980, Ronald Reagan, a diminuire le imposte dirette (http://it.wikipedia.org). «Se un Paese è sul versante giusto della curva di Laffer – spiega Artus – un aumento (teorico) del carico fiscale riduce il gettito (secondo Laffer esiste un livello del prelievo fiscale oltre il quale l’attività economica non è più conveniente, ndr), poichè prevalgono effetti negativi sul fronte dell’offerta. Attualmente, malgrado le misure adottate, il deficit fiscale della Grecia sta peggiorando». Il deterioramento delle finanze pubbliche greche, aggiunge l’economista, «è chiaramente il risultato della contrazione dell’attività economica, che combina effetti sia sul versante dell’offerta che della domanda: si registra un declino sia della produzione che dell’occupazione. Ciò provoca una caduta sia dei redditi che della domanda interna e le imprese sono duramente colpite, come dimostra il declino sia degli investimenti che della produttività». Se continueranno le attuali politiche, la Grecia non avrà alcuna speranza di tornare un debitore solvente, visto che «il deficit fiscale non si sta contraendo e che la disgregazione delle imprese e il calo dell’offerta hanno portato ad una caduta delle esportazioni e alla persistenza di un enorme disavanzo con l’estero». «L’insistenza dell’Europa nel costringere i greci a tagliare i salari – nota inoltre l’economista – è il risultato della convinzione che il problema della Grecia è un problema di competitività sul piano dei costi. Tuttavia il salario minimo, pur essendo più alto in Grecia (876 euro al mese nel 2012) che in Spagna (748 euro al mese), è basso in termini assoluti. Il salario orario nell’industria in Grecia è molto basso», pari a 15,67 euro nel 2011, inclusi i contributi, contro i 34,18 euro della Germania, i 41,22 euro del Belgio, i 22,29 euro della Spagna, i 25,8 euro dell’Italia.

«Il salario orario corretto per la produttività oraria – continua Artus – è molto basso in Grecia se paragonato ad altri Paesi, eccettuati il Portogallo e, ovviamente, Slovacchia e Slovenia. Crediamo quindi che sia molto difficile attribuire i problemi della Grecia a un livello eccessivo del costo del lavoro. Si tratta piuttosto di problemi legati alla dimensione molto ridotta, e già era piccola in passato, dell’industria manifatturiera greca. Questi problemi sono ora esacerbati dalle difficoltà delle imprese». «Rendere la politica fiscale greca ancora più restrittiva – prosegue l’economista – non ristorerà la solvenza della Grecia: ridurrà solamente l’attività economica. Ridurre i salari non consentirà alla Grecia di recuperare la sua solvibilità verso l’estero: il problema della Grecia non è un problema di costo del lavoro – sottolinea ancora – ma piuttosto di una dimensione troppo ridotta, e per un periodo troppo lungo, dell’industria nazionale, oltre che, dal 2008, di una ragguardevole destrutturazione dell’economia». Per Artus «un approccio cooperativo consisterebbe nella cancellazione di una gran parte del debito pubblico greco, cosa che, eliminando gli ingenti pagamenti di interessi, arriverebbe quasi a ristorare la solvenza del Paese sul piano fiscale e anche nei confronti dell’estero, considerato il peso molto cospicuo della parte di debito posseduta da non residenti». Un approccio cooperativo, secondo Artus, «consisterebbe anche nel sostegno dell’Europa alla creazione di posti di lavoro e di imprese, che potrebbe rendere la Grecia attraente ed incoraggiare le società ad investire nel Paese, cosa che ora non avviene. Una possibilità potrebbe essere quella di ridurre il prelievo fiscale sulle imprese per rendere la Grecia attraente, sulla base del modello irlandese». Il report integrale, corredato di grafici e in lingua inglese, si trova all’Url http://cib.natixis.com/flushdoc.aspx?id=62511.

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One Comment

  1. stefano says:

    Gira e rigira sempre quello è il problema: uno Stato tassassino.

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