Grandi opere, peggio di Mafia Capitale. Il pm “da 20 anni scenario di devastante corruzione”

di BRUNO DETASSISautostrade

Escono un po’ alla volta pezzi di questa storia, quella di un Paese che va avanti a colpi di mangia mangia, di aiutini, di connivenze e amicizie. Consapevoli e inconsapevoli. Ma dentro la vicenda, quella che è emerge non è una storia occasionale. Lasciamo che siano gli atti della procura a parlare. Eccoli. “Questa non è una storia di ordinaria corruzione”, ma uno “scenario di devastante corruzione sistemica nella gestione dei grandi appalti”. E’ quanto la procura della Repubblica di Firenze afferma nella richiesta del pm di misure cautelari per Incalza e altri. Gli atti parlano, rileva il pm di “un’organizzazione criminale di spessore eccezionale che ha condizionato per almeno un ventennio la gestione dei flussi finanziari statali”.

La Salerno Reggio

L’ex presidente di Italferr Giulio Burchi e l’imprenditore Stefano Perotti, coinvolti nell’inchiesta sui grandi appalti della Procura di Firenze, sfruttando le relazioni esistenti tra lo stesso Perotti, l’imprenditore Francesco Cavallo e il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi, si erano fatti dare “indebitamente” l’incarico di direzione dei lavori per l’ammodernamento di un tratto della A3 Salerno-Reggio Calabria, dal km 153,400 al km 173,900. L’incarico era “il prezzo della mediazione illecita verso il ministro”. E’ quanto scrivono sempre  i pm di Firenze nelle carte dell’inchiesta. In particolare, Burchi e Perotti si erano mossi per ottenere la disponibilità del consorzio Italsarc – al quale l’Anas aveva affidato i lavori – all’affidamento dell’incarico e Burchi si era attivato con l’Anas “affinché non ponesse ostacoli”. Perotti, poi, di fronte alla prospettiva di difficolta’ da parte dell’Anas ad approvare il progetto esecutivo – che prevedeva un incremento del costo dell’opera da 424.512.000 fino a 600 milioni di euro – “interveniva, con la collaborazione di Cavallo, sul ministro Lupi”. L’11 giugno 2014 l’Anas dava il via libera ai lavori per un investimento di 600 milioni di euro e a settembre dello stesso anno Perotti riceveva l’incarico di direzione dei lavori.

Ettore Incalza e Stefano Perotti “hanno sempre operato quali soci di fatto in forza di un patto criminale grazie al quale hanno congiuntamente conseguito enormi utilità”. E’ questo, secondo i giudici di Firenze, i due protagonisti dell’inchiesta sulle tangenti nelle grandi opere in Italia. Perotti, scrive il pm “è stato in grado di ottenere una serie notevole di incarichi professionali di importi stratosferici in forza del suo ‘speciale’ rapporto con Ercole Incalza”. Come direttore dei lavori della Tav Firenze-Bologna tra il ’96 e il 2008 Perotti ha ricevuto 68 milioni di euro.

La Tav

Per l’attività di progettazione del nodo Tav di Firenze fu chiesto a Rfi un importo di 42,7 milioni quando ne sarebbero bastati la metà, secondo i passaggi di incarico tra una società e l’altra e alla fine sono state anche fornite “prestazioni scadenti ed inadeguate”, tanto che gli uomini della Rfi, dopo un sopralluogo, espressero “giudizi molto pesanti”. E’ quanto scrivono i pm di Firenze. E l’imprenditore Stefano Perotti, quando rischia di perdere il lavoro a causa della negligenza con la quale è stata condotta la direzione, dice pure: “questo non è corretto”. I pm sottolineano che mentre Nodavia prese l’appalto per quella cifra (42,7 mln) poi affidò l’incarico alla Dilan di Stefano Perotti per 21,7 milioni “così concordando che solo la metà dell’importo che Rfi si era obbligata a versare fosse destinato a remunerare i servizi di direzione lavori, destinando la residua somma al pagamento di prestazioni e servizi non dovuti, occulti o illeciti”. Dalle intercettazioni risulta che fu riferito a Perotti come Rfi avesse espresso “giudizi molto pesanti”.

Il sottopasso che piscia dappertutto

“Abbiamo un problema importante sul sottopasso, piscia dappertutto, anche la direzione lavori, non c’è traccia di azioni fatte e non fatte” e invece “risulta tutta pagata”: a parlare è Giovanni Fiorini a Perotti. Il quale non si scompone e pensa di intervenire prima sull’amministratore delegato di Condotte spa, azionista di Nodavia. Ma poi punta più in alto: “Vado di sopra” perché “dopo tutto questo sacrificio arriva il primo coglione che passa e dice ‘ragazzi adesso prendiamo un altro’, questo non è corretto”, dice Perotti nelle conversazioni telefoniche.

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