Grande Nord. La politica dopo Bossi, i vuoti di Salvini e il fattore C

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di STEFANIA PIAZZO – Ridendo e scherzando agli Stati generali del Nord, prima uscita ufficiale pubblica di Grande Nord, a Milano, c’è un elemento che la stampa, ferma ad identificare col mediadetector tutti i presenti in qualità di “EX” di qualcosa, ex leghisti, ex bossiani, ex di qualcosa…, non ha rilevato. E cioè: le televisioni. C’erano, anche senza Umberto Bossi. E così,  le videocamere sono entrate nella sala Carmagnola dell’Hotel dei Cavalieri. Adesso la sfida è partita sul serio, dopo l’annuncio di Marco Reguzzoni al mondo del Nord, “alle regionali da soli, vogliamo agire contro l’immobilismo della Regione Lombardia, visto che nel suo mandato Roberto Maroni non ha fatto nulla per una maggiore autonomia”.

COSA SI MUOVE ATTORNO A GRANDE NORD? C’è evidentemente dell’altro sotto il pelo dell’acqua di quello che si vede. Non sono i 300 lombardi e veneti seduti nella sala conferenze pronti a sperare in una migliore terra promessa, modello la SVP che fa sindacato di territorio e tratta ogni volta senza governare, votando o bocciando i provvedimenti della maggioranza che capita. A fare la differenza sono soprattutto quelli che non si vedono ancora, quelli più simili a Grande Nord, e per questo più naturalmente portarti ad essere sul loro cammino, piuttosto che alla Lega nazionale di Salvini. Sono quelli che avevano già preso altre strade parallele, che govervano o hanno governato i territori. Lo facevano in nome di quell’ambizione che non c’è più che è l’autonomia e il modello federale abbandonato dalle visioni nazionalistiche-sovranistiche del leader leghista.

SCUOLA E TASSE, SILENZIO DI TOMBA – Alleati di Grande Nord? Non è l’esercito leghista che governa Lombardia e Veneto che non si straccia le vesti per avocare a sè i poteri, a Costituzione vigente, sulla scuola. Subendo le angherie statali dei concorsi raffazzonati e dei supplenti a vita (basterebbe copiare lo spirito della Carta di Chivasso, sulla scuola: insegnamento sottoposto a commissioni territoriali. Lo dicevano persino i partigiani di Emile Chanoux, federalista).

Non è lo stesso intruppamento che tace sullo scandalo occulto della tassa, si fa per dire, comunale, sugli imbarchi: 19 euro a cranio, di cui 20 centesimi per i Comuni vassalli. Centesimi mai trasferiti ai municipi.

Dice,  Reguzzoni,  che il silenzio su questo di chi invoca l’autonomia a orologeria, fa il paio col pensare che il referendum del 22 ottobre sia stato indetto per mascherare l’immobilismo del Carroccio su temi per i quali un tempo avrebbe occupato le autostrade. Anzi, se aumentano i pedaggi sulle tangenziali di Milano, non si muove neanche più foglia.

FEDERALISMO BATTE SOVRANISMO – Senza contrare che il video intervento al convegno del sociologo, nostro amico e collaboratore,  Arnaldo Ferrari Nasi ha mostrato, dati escluvi alla mano per lindipendenzanuova.com (non sondaggi né intenzioni di voto ma analisi reale dei dati), che per l’elettorato leghista, elettorato del Nord,  il sovranismo non piace più, che è un errore bandire il federalismo dal programma della politica. E che, davanti a grandi temi come l’immigrazione, il saper governare, l’essere onesti nell’amministrare, queste ultime due prevalgono sulla prima questione, nonostante la pancia o la piazza dicano, a caldo, tutt’altro. Come dire, Salvini, dopo il botto del 2015 con la sua elezione, nel 2017 ha già spaccato il suo partito, confuso e deluso.

LA BANDIERA EUROPEA – Grande Nord è un piccolo esercito che potrebbe ingrossare le fila anche solo semplicemente di rincalzo agli errori dell’avversario. Salvini tutto a destra, ha lasciato libera la strada di mezzo. Quella che fa gola a Berlusconi, in primis, subito  intervenuto a dire che se Lombardia e Veneto chiedono più autonomia, lo possono fare anche le altre regioni. Mentre Salvini, incauto, stava zitto. Occasione presa al balzo dai dirigenti di Grande Nord, dal fondatore Roberto Bernardelli a Giulio Arrighini, da Francesca Martini a Tino Rossi. Tanto che di gazebo leghisti a pochi giorni dal voto non se ne vedono nelle piazze. Così, altri ne parlano. E se Salvini brucia la bandiera europea, Reguzzoni dal blocco di appunti estrae la bandiera a tante stelle per esporla al pubblico in sala. Un segnale e un messaggio politico. Di certo gradito a chi guarda fuori dalla Lega.

CONGIUNTURE ASTRALI – A volte sono le congiunture astrali della politica, essere lì nel momento in cui ci si deve essere, a spingere verso risultati che non si potevano immaginare. Questi eventi in politica sono ciclici ma non frequenti, serve l’intuito per subodorare che politicamente è il momento in cui esserci. Rischiare di poter eleggere dei consiglieri regionali, è un rischio concreto, se vorranno far sul serio, strutturarsi. Certo, da soli ci sarà il problema della raccolta firme, ma da qui alla primavera  si capirà se Grande Nord avrà le gambe per stare in piedi, da solo. Pochi mezzi, mezzi fatti in casa, comunicazione artigianale e ancora grezza, volontariato amicale, ma occupazione di un suolo pubblico decisamente “di pregio” per la politica, che è quel non essere né a destra né a sinistra, ma federalisti come alle origini del sogno che ha fatto muovere i primi passi dei fondatori di Grande Nord su altre lande, anche agli albori deserte.

LE DUE GAMBE, DANE’ E CULTURA – Ma non commettano l’errore di camminare solo su una gamba, quella socio-economica. Le gambe sono due, una economica, l’altra culturale.  La Bretagna perché non diventa indipendente? Perché ha la base etnica, una coscienza di sè molto importante, i bretoni vogliono il bretone nelle scuole, ma non hanno i soldi. La Catalogna ha coscienza di sè come popolo e ha i danè. Ha entrambe le gambe. E per questo sta andando oltre. La Catalogna, stracitata agli Stati generali, così come la SVP, partono da realtà linghistiche ed culturali profondamente differenti rispetto al territorio nazionale.

LA LINGUA BATTE DOVE… E a casa nostra? La lingua veneta e lombarda esistono, entrambe le due regioni le hanno riconosciute a livello di legge regionale, e sono le uniche due regioni a statuto ordinario ad averlo fatto (il Piemonte aveva una legge ma la corte costituzionale ha cassato la tutela della lingua piemontese, grazie al ricorso dell’allora ministro Fitto, oggi alleato di Salvini, che impugnò la legge regionale piemontese). Basta ricordarsi di averle, le lingue. Di avere una cultura. Di fare cultura. Che non è parlare banalmente “in dialetto”. A parlare solo di danè, di liberismo, non si va da nessuna parte. Ha citato il 7 ottobre della battaglia di Lepanto, Reguzzoni, per sottolineare come i Comuni, le libere repubbliche di allora fermarono l’invasione ottomana in Europa. Si mossero i popoli, non  le banche. Fu il senso di identità a preservare l’Europa. Ma se lo ricordino sempre.

POST FELPA – In politica nulla si crea e nulla si distrugge, e i vuoti si riempiono, c’è pure il rischio che Grande Nord sia anche utile a chi, in una visione di regia più ampia del quadro politico, punta a sopire gli avanguardismi (l’ora di libertà potrebbe restringersi) per tornare ad una via di mezzo. Dopo la canottiera Popolana e la felpa Populista, la P di Politica. Sperando che la sagra delle citazioni degli “ex” e dell’elaborazione dei lutti finisca presto. Leghisti ci si diventa, ma non ci si muore. Il Nord è un po’ più grande della Lega. E non è solo un’opzione economica.

 

 

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2 Comments

  1. Padano says:

    Non ho capito cosa sarebbe sto fattore “C”… starebbe per Catalogna?

  2. L.I.F.E. FEDERALE says:

    Con sollecitudine, il 3 Ottobre l’Indipendenzanuova ha confermato la nostra situazione, non molto diversa da quella delle altre Regioni italiane, alla deriva..
    Blog http://www.lindipendenzanuova.com
    articolo (archivio Ottobre): “Catalogna – Martini, Grande Nord: No a indebolire l’Europa, si a riforma dello Stato e centralità dell’impresa del Nord”
    3 Ottobre 2017

    Questi politici, si fa per dire, non arrivano a capire e ad assimilare concetti incontestabili, più volte ripetuti e confermati dalla realtà.

    “Grande Nord”, contrario allo sfaldamento dell’Ue, fa il gioco dei Mondialisti.
    Lo stesso errore lo commetterebbe la Catalogna se decidesse di restare attaccata a Bruxelles, quindi ai suoi ordini.
    Bernardelli – Martini pretendono di riformare lo Stato italiano: ancora non hanno capito che dipendiamo dai soci della FED.
    Bernardelli, che in quanto a insuccessi per il popolo ha un curriculum di tutto rispetto, non si arrende all’evidenza: un agglomerato europeo, INEVITABILMENTE ETEROGENEO, indipendentemente dalla struttura che può avere, sarà sempre nelle mani dei soliti fanatici che si considerano “eletti”.
    Invece questa sarebbe nella IMPOSSIBILITA’ di dominare Paesi indipendenti e non raggruppati.

    PER LE PERSONE ONESTE, NON C’E’ NIENTE DI DIFFICILE DA CAPIRE: BASTA GUARDARE I FATTI !

    Qualsiasi tipo di agglomerato europeo porta ricchezza e privilegi a chi lo comanda e ai gestori dei singoli Paesi, danni e guai di ogni genere per i popoli. Quindi un “politico” che vuole una Unione europea si (s)qualifica e va bocciato.

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