Grande Guerra, la vittoria di Pirro. Addio Mitteleuropa…

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di PAOLO GULISANO – Novembre 1918: da una guerra appena terminata si profilava il disastro per l’Europa e il tramonto. Nelle piazze italiche brulicanti di tricolori si celebrava, a partire dal fatidico 4 novembre, il rito illusorio di una strana vittoria. In realtà nelle trincee del Carso e sulle cime delle Alpi era stato affossato l’intransigentismo, la cinquantennale opposizione all’Italia uscita dal Risorgimento.

Dalla guerra uscì un Paese peggiore, involgarito, incanaglito. Le voci di dissenso erano state poche, e
drammatiche, come quella di Monsignor Luigi Pellizzo, Arcivescovo di Padova, aveva segnalato al Papa, in una lettera del 18 agosto 1917, un quadro terribilmente realistico di quella che era la guerra da cui sarebbe uscita la nuova Italia: «Ci sono reggimenti che si rifiutano di andare avanti e che vengono decimati: sono altri spinti a viva forza dai Carabinieri con le armi impugnate, i quali a un certo punto rivolgono le armi contro i soldati, mietendoli al suolo a decine, a centinaia talora; altri reggimenti cercano darsi prigionieri
in massa, e talora vi riescono delle compagnie intere, o dei battaglioni; e talora la mossa viene scoperta, e si intima il fuoco dietro i fuggitivi, con quali massacri lascio immaginare a Vostra Santità».

La nuova Italia che emergeva dalle stragi di guerra era un Paese allucinante: il conflitto aveva rivelato tutto l’opportunismo e il cinismo della sua classe dirigente, che aveva preferito mandare al massacro migliaia di suoi cittadini piuttosto che addivenire a una soluzione negoziata; aveva inoltre unito nel cameratismo della
trincea gli abitanti delle regioni e delle nazioni della penisola, ma era stata un’unione forzata, fondata sugli istinti primitivi di sopravvivenza.

La civiltà cristiana e rurale, semplice e solidale, rozza e gentile, si avviava ad essere soppiantata dall’ateismo urbano e operaio, da una classe media ambiziosa e senza scrupoli. Quest’Italia in divenire era stata in grado persino di realizzare dei campi di concentramento dove morirono centinaia di prigionieri
austro-ungarici. Tra Busto Arsizio e Gallarate, nei pressi del Ticino, venne realizzato nel 1918 un immenso lager dove vennero stipati, in condizioni pietose, 150.000 prigionieri. Il campo fu visitato dall’Arcivescovo di Milano, il Cardinale Andrea Carlo Ferrari.

Il Cardinale rimase profondamente colpito dalle disumane condizioni di maltrattamento dei prigionieri, che erano di nazionalità boema, austriaca e romena. Uomini che il Cardinale descrive come «buoni soldati che si fanno il segno di croce; buoni, dico, rispettosi, disciplinati, (…) vanno in Chiesa, e stanno molto devoti (…) v’è un buon cappellano, ed è raro il caso che muoiano senza Sacramenti, giacchè sono quasi tutti cattolici». (

Questi erano i nemici, le truppe sanguinarie del “Cecco Beppe” della propaganda, il mostro da abbattere. Erano i figli della Mitteleuropea gentile e cristiana che doveva morire. L’Arcivescovo trasmise la sua protesta per le bestiali condizioni del lager alla Santa Sede, e questa ottenne dalle autorità un miglioramento del trattamento dei prigionieri. L’Arcivescovo di Milano aveva dovuto fare i conti, durante
il conflitto, con quel cattolicesimo ambrosiano che più di altri aveva spinto per l’adesione ai principi della guerra nazionale. Ferrari, parmense attento alle esigenze delle realtà rurali, non aveva mai rinunciato a parlare di pace, anche quando ciò aveva significato l’accusa di disfattismo, non giustificò mai la guerra e si sforzò di dare la massima diffusione al magistero del Papa.

Mentre andava profilandosi nel Cattolicesimo italiano, o per meglio dire nei suoi intellettuali e in parte del clero e dell’episcopato, quella svolta culturale che avrebbe portato al collateralismo e al collaborazionismo con lo Stato, fascista prima e democristiano poi, Ferrari intravedeva le sorti di quel patrimonio di civiltà cristiana, di perseveranza nella fede e di sobrietà dei costumi, che andava perdendosi agli albori della nuova Italia: «Diciamolo pure schiettamente: che mai varrebbe il più splendido successo delle armi nostre, quando la nostra Italia avesse a soffrire la perdita della fede? (…) Pensavo al dilagare della empietà e della immoralità; tanto da temere assai più gravi prove dalla giustizia divina.

Infatti, con rinnovato furore i nemici del Signore (…) tentano supremi sforzi per strappare dal cuore dei cristiani, fin dalle radici, la santa Fede». La Fede veniva dunque allontanata dal cuore degli uomini e dalle nostre contrade, mentre i treni sbarcavano i reduci smobilitati e le piazze si preparavano a ospitare nuove ed empie liturgie di massa.

(da Il Federalismo, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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1 Commento

  1. Paolo says:

    Questi errori li stiamo ancora pagando. Ma la colpa di tutto questo è sempre del popolo!

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