Governo: la bomba “sofferenze bancarie” ha imposto Saccomanni

di CHRIS WILTON

Al netto del drammatico avvenimento di sangue occorso ieri mattina a Roma, oggi il governo guidato da Enrico Letta affronterà la prima prova reale, ovvero il voto di fiducia della Camera. Auguri, anche perché ne avrà bisogno. E penso che, al netto di quanto state per leggere, capirete con maggiore chiarezza il perché della scelta di Fabrizio Saccomanni, uomo di Bankitalia e legato a Mario Draghi, per il ministero dell’Economia e delle Finanze. Le banche italiane, infatti, scontano un problema ulteriore, nell’ultimo periodo, oltre alla sottocapitalizzazione e all’indigestione di titoli di Stato che hanno in pancia: le sofferenze, quelle che in gergo tecnico vengono chiamate non performing loans (NPLs), fino ad ora un problema eminentemente spagnolo. In Spagna, infatti, questo problema è al centro della crisi fin dal 2007-2008, quando le NPLs cominciarono a salire esponenzialmente per il crollo del mercato immobiliare, immediatamente riverberatosi sui mutui facili concessi dagli istituti nell’era della bolla di Zapatero. Con l’aggravarsi della crisi e la crescita esponenziale della disoccupazione, il dato ha raggiunto alla fine dello scorso anno la percentuale mai raggiunta di oltre l’11% sul totale dei prestiti concessi.

In Italia non si è conosciuto un collasso del mercato immobiliare come quello spagnolo ma a causa dell’aumento della disoccupazione, dalla metà del 2011 le banche italiane hanno conosciuto un’accelerazione delle sofferenze che sta prendendo una traiettoria spagnola, seppur ritardata nel tempo ma molto acuta. Come dimostra uno studio di JP Morgan, il rischio è che questo trend – se non si inverta rapidamente e decisamente il dato di occupazione e crescita – rischi di diventare un pattern perfettamente simile a quello spagnolo, ovvero portare a un futuro prossimo di ulteriore sofferenza per le banche italiane e, quindi, di ulteriore contrazione del credito a imprese e privati. Eppure, Francia, Italia e Spagna sono i tre Paesi che nel mese di marzo hanno visto la maggior crescita di inflow nei depositi, rispettivamente 16, 15 e 11 miliardi di euro. Il problema è che invece di essere utilizzato come cuscinetto per un surplus di fondi che vada a garantire la restituzione dei soldi presi in prestito dalla Bce nelle due aste LTRO (all’1% per tre anni, con le banche italiane che hanno restituito finora meno di tutte in Europa), sembra che quel denaro sia stato canalizzato ancora e soltanto nel mercato obbligazionario interno. Nel solo mese di marzo, le banche spagnole e italiane hanno acquistato titoli di debito dei loro Paesi rispettivamente per 16 e 11 miliardi di euro, totalizzando un totale di 30 miliardi di euro di acquisti a testa nel primo trimestre, contro i 16 miliardi della Francia. E quando non ci sarà più denaro per le banche di quei Paesi per acquistare debito? O quando i fondi pensione di quei Paesi avranno allocato al 100% i loro portafogli in titoli di Stato? O, peggio ancora, se il valore di quei titoli scenderà a causa della risalita dello spread e di nuove turbolenze? Il governo Letta sa che questo tema non è rimandabile e la cronaca di queste ore glielo avrà certamente ricordato, visto il no del gip di Siena al sequestro miliardario ordinato dieci giorni fa dai pm toscani che indagano sul derivato “Alexandria”, stipulato dal precedente management di Monte dei Paschi con la giapponese Nomura.

Cosa c’entra tutto questo con il tema delle banche italiane? Provo a spiegarmi. La stessa Mps, con un comunicato a Borsa chiusa dello scorso 25 aprile, rendeva noto che <i contratti Alexandria e Santorini impongono alla banca Mps obblighi di versamento di collaterale alla data di fine marzo superiori complessivamente a 2,8 miliardi di euro, hanno pesato per oltre il 40% dello squilibrio patrimoniale della banca e hanno avuto rilevanti impatti negativi sulla sua liquidità>. Quindi, quei soldi che i magistrati volevano sequestrare, di fatto Mps li doveva contrattualmente, sia a Nomura che a Deutsche Bank. Ora parliamo chiaro, bread and butter, per dirla come dalle mie parti. C”è il forte sospetto che l’Italia stesse per avere la sua Lehman Brothers e solo i soldi del governo Monti, quelli di fatto pari all’importo dell’Imu sulla prima casa, abbiano evitato a Mps questo destino. La questione sta tutta nella natura del contratto in essere, ovvero un “repo to maturity”, lo stesso che nel novembre 2011 vide Jon Corzine e il suo fondo MF Global fallire, quando la mancanza improvvisa di liquidità divenne una ghigliottina: la banca pensava di incassare le cedole dei coupon per dar vita all’offsetting del costo del finanziamento dell’operazione ma così non andò. Per capirci, al netto di un piccolo costo di finanziamento e di un capitale allocato irrilevante (vista la natura stessa delle operazioni repo, ovvero l’uso implicito della leva), quando la strumento d’investimento sottostante si schianta – leggi i bond italiani per Mps – e la controparte originaria si trova a dover affrontare una perdita massiccia sulla variazione dei margini, parte una cascata di liquidazione che può uccidere chiunque nell’arco di ore. Fu così per Lehman Brothers, fu così per MF Global. Monte dei Paschi, invece, potrebbe essere stata salvata per l’ennesima volta dal governo italiano, non per cercare di facilitare l’opera del nuovo management nel risanamento dell’istituto, bensì per tamponare l’epilogo tragico dell’operazione “term repo”. In parole povere, i circa 4 miliardi di salvataggio statale di Monte dei Paschi, potrebbero essere serviti quasi interamente per coprire margin calls sui contratti derivati con Nomura e Deutsche Bank. E quale sarebbe stata la scommessa persa da Mps? Obbligazioni sovrane italiane, quelle di cui sono sempre più ricolme le banche del Belpaese, qualcosa come 351 miliardi di euro a fine febbraio. Al cuore della questione, infatti, ci sono rischiose scommesse sul debito italiano a lungo termine, finanziate dalla banca senese attraverso due contratti di riacquisto a lungo termine con Nomura e Deutsche Bank. In questo tipo di contratti, repurchase o repo, una parte utilizza assets (titoli di Stato) come collaterale per racimolare fondi e garantisce di ricomprare gli assets più avanti nel tempo a un prezzo prestabilito. Ma se il valore delle obbligazioni a garanzia del prestito varia a causa della crisi dell’eurozona, le scommesse possono ritorcersi contro e Monte dei Paschi si è vista costretta, da contratto, ad aumentare il collaterale a garanzia del contratto con entrambe le banche controparti dello strumento derivato. Quindi, a meno che non si provi che Nomura – la quale, ironia della sorte, ha rilevato proprio i rami operativi migliori di Lehman Brothers – sia riuscita ad alterare artatamente il prezzo dei bonds italiani nel corso della crisi, creando quindi dolosamente la margin call per Mps, la richiesta dei pm di congelamento appariva fin da principio un po’ azzardata. Se si prova il dolo all’atto della stipula, magari con il conviolgimento del vecchio management connivente verso un contratto chiaramente sfavorevole alla banca, ci si potrà rivalere: ma il sequestro del collaterale dovuto, sarebbe stato un precedente assoluto.

Il problema, poi, è altro: la dura realtà che sottende le operazioni repo nel loro complesso. Ovvero, evitare di dover sborsare contante o postare collaterale in assets nella forma convenzionale del prestito. E visto che oggi come oggi, l’Europa è a corto di collaterale di qualità e strapiena di carta da parati, quasi tutte le banche in difficoltà sono totalmente dipendenti da operazioni repo: insomma, decine di MF Global sono all’orizzonte, potenzialmente. Il problema, poi, si aggrava, visto che le banche dei Paesi cosiddetti periferici dell’Ue utilizzano operazioni repo per acquistare più titoli di Stato possibili e una variazione significativa dei rendimenti di quelle obbligazioni potrebbe innescare cascate di liquidazioni, portandoci a una margin call dopo l’altra fino al prosciugamento della liquidità in eccesso nella catena delle controparti. A quel punto dovrebbe intervenire la Bce con il programma OMT, di fatto però ancora inesistente a livello legale e bocciato tre giorni fa senza appello dalla Bundesbank. L’alternativa? Iniettare direttamente liquidità nelle banche. E cosa dirà Berlino in quel caso? Capite perché è così importante il dato delle sofferenze bancarie in aumento in Italia, se mixato a questo pericolo potenziale? E perché l’ottimo Saccomani, legato a doppio filo a Mario Draghi e deus ex machian di Bankitalia, è diventato ministro dell’Economia, nonostante il no di Silvio Berlusconi?

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3 Comments

  1. Albert Nextein says:

    Nei giorni scorsi mi chiedevo, e lo chiedevo ai frequentatori dell’Indipendenza , quando fosse iniziato l’inserimento di importanti personaggi bankitalia nei governi italiani.
    Se va avanti così tra poco avremo nei prossimi governi anche dei ministri provenienti dalla Bce.

    Posso considerare, pur non avendo certezza, che questa commistione acclari la complicità tra stato e potere finanziario bancario?
    In sostanza, che l’economia italiana sia fatta da alcuni sottosegretari, ma con il benestare e la supervisione vincolante del ministro bankitaliano?

    • luigi bandiera says:

      Nextein,

      al mio paese ci sono bankari, avvokati e un po’ di varie.

      Certo, fanno bei discorsi e presenza, ma i problemi dei BASSI li capiranno..?

      Si, va ben. Ci sono commissioni X e commissioni Y ma sempre con tendenza all’ATTIKO… direi ATTIKUSKUS.

      E’ nata male e finisce male sta kax da talibananìa..!

      Sicuramente per noi che crediamo a quel che ci dicono.

      Saeudi dal soito mona dea kanpagna venetha ke sogna ma no kome tuti i inteighentis ea LIBARTA’ DA I MONE

  2. luigi bandiera says:

    E’ da quando ho avuto l’uso della ragione che noto un insignificante fatto: in politica girano sempre loro, quelli della cosca politika.

    Quanti governi cadevano e nascevano e quante persone prima erano ministro X e poi lo stesso, su altro governo, diventava ministro Y. E via cosi’ fino ad oggi.

    E’ inutile andare a votare, pagare le tasse e ecc..

    Si sta a casa e si lavora a gratis.

    Si, lasciamo le nostre paghe allo stato: ci costa meno soldi e fatica. Meno burocrazia di certo. Il perche’ sta nel fatto che si ci pagano ma poi si riprendono tutto: tempo sprecato e aumento dei costi.

    Siamo in carcere..?

    Abitare e vivere in carcere non serve essere pagati, tanto ti mantengono..?

    In conclusione se li tengano tutti i nostri sudati soldi ottenuti col nostro appunto sudore della fronte e che sia finita sta giostra del signor Menga che chi ce l’ha in tel rame se lo tenga.

    Ce l’hanno messo un dì e lì e’ rimasto per la loro gioia. Altro che per il bene del paese.

    Funziona cosi’ in quasi tutte le famiglie e non: ti danno mille € al mese e a volte ci arrivi alla fine e a volte, spesso, non ci arrivi. Se glieli lasciamo ci arriveremo sempre a fine mese perche’ le nostre spese ce le pagheranno loro.

    Ovviamente loro sono contenti perche’ hanno schiavi e noi saremmo trattati meglio di adesso che ci (dicono) considerano e quindi ci trattano da “sovrani”..!

    Questa e’ la menata del kax… altro che liberi, uni e indivisibili. INVISIBILI siamo quando chiediamo i nostri diritti INALIENABILI..!

    PSM

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