Goldman Sachs e i politici italiani della stimata ditta

Goldman_Europe

di AUGUSTO ZULIANI – E così anche il più “prestigioso” quotidiano nazionale osò dedicare nel suo supplemento economico un articolo alla Goldman Sachs, la “banca d’investimenti che ha influenzato di
più l’Italia degli affari e della politica” (Corsera, 6 febbraio 2006). Le informazioni contenute richiedono tuttavia un ampliamento, necessario per comprendere meglio il ruolo che questa entità svolge nello scenario internazionale e individuarne altre possibili ricadute sulle nostre terre.

In effetti l’articolista del Corriere descrisse l’osmosi di personale tra banca e istituzioni politiche negli Usa e in Europa, ma trascurò di accennare a certe dubbie vicende che hanno visto coinvolta a vario titolo la Goldman Sachs, come quella del 1979 quando fu accusata di frode nella bancarotta della società ferroviaria Penn Central Railroad, evento che tuttavia non le avrebbe impedito nel 1987 di intervenire nell’acquisizione per 1,65 miliardi dollari (la più grande Opa fino ad allora mai avvenuta negli Usa) un’altra società ferroviaria, la Conrail le cui quote azionarie erano detenute dal governo americano (D. Yergin, J. Stanislav, La grande guerra dell’economia. 1950-2000. La lotta tra Stato e impre-se per il controllo dei mercati, Garzanti 2000, p. 563. Ed or. americana The Commanding Heights,1998 ).

Il dinamismo della Goldman Sachs non si limita però al mercato interno, proiettandosi nell’area del Pacifico, in particolare verso il Giappone, dove nel 1986 la banca Sumimoto acquista per 500 mi-lioni di dollari il 12,5% della società americana. Un’operazione finanziaria intorno alla quale aleggia l’ombra della Ichiwakai, una fazione della yakuza (la temibile “mafia” nipponica ) ritenuta vicina al ministro delle Finanze Takeshita Naboru e che aveva favo-rito, un anno prima, l’acquisizione del-la Heiwa Sogo Bank da parte della Sumimoto di-ventata così il maggiore istituto bancario del Sol Levante. Proprio nel 1986 la Sumimoto Corp. si lancia sul mercato dei metalli in particolare quello del rame, ma dopo dieci anni di transazioni in questo setto-re registrerà una perdita di 2,6 miliardi di dollari, infine nel 1998 la Sumimoto e la Bank of Tokyo-Mitsubishi sono coinvolte in scandali di tangenti che chiamano in causa il ministro delle Finanze. Il Giappone ritorna in un altro episodio, sempre del 1986, quando l’Adfa (Arkansas development finance authority) ente dello Stato dell’Arkansas, il cui governatore era Bill Clinton, ottiene dalla filiale della nipponica Sanwa Bank, un prestito di 5 milioni di dollari, come parte dei 60 milioni da investire nell’acquisto di quote azionarie della Coral Reinsurance filiale nelle Barbados – uno dei prin-cipali “paradisi fiscali” – dell’American international group (Aig), di cui un’altra filiale aveva amministrato un miliardo di dollari di bond proprio della Adfa. Al centro di tutta questa operazione troviamo la Goldman Sachs guidata dal sulfureo Robert Rubin che così stringe un fruttuoso rap-porto con Clinton, concretizzatosi nel 1993
quando, lasciata la società con un patrimonio valutato 100 milioni di dollari, diventa Assistente per la politica economica del neo-presidente.

In tale veste guida le attività del National Economic Council, il nuovo ente crea-to da Clinton subito dopo la sua elezio-ne, e nel gennaio 1995 diventa Segreta-rio del Tesoro, carica che ricopre fino al luglio 1999. La sua nomina farà dire in alcuni ambienti di Washington che or-mai si tratta di un’amministrazione in salsa kasher, visto che oltre a Rubin sono di origine ebraica, i responsabili di alcuni ministeri e istituzioni chiave come: Madeleine Albright segretario di Stato, William Cohem segretario alla Difesa, George Tenet capo della Cia o Samuel Berger capo del Consiglio della sicurezza nazionale. In ogni caso la seconda metà degli anni Novanta è un periodo molto importante sia per Rubin che per la Goldman Sachs. Decisivo il ruolo del primo nella cancellazione della Class-Steagall Act, la legge approvata nel 1933 che sanciva la netta separazione tra banche commerciali e banche d’affari (Il Federalismo, n. 5, 2006).

Secondo indiscrezioni, nell’aprile del 1998 Sanford Weill, presidente del Travellers Group, il più grande conglomerato americano di servizi finanziari aveva telefonato al segretario del tesoro per avere un incontro urgente: «Perché? Stai per comprare il governo?» chiedeva faceto Rubin, «No. Soltanto una legge» rispose Weill. In effetti nel 1999 il Con-gresso eliminerà la Class-Steagall con-sentendo la fusione tra il Travellers
Group e la Citibank e dando vita al Citigroup il maggior conglomerato mondiale di servizi finanziari. Poco dopo Rubin lascia l’incarico governativo per il Citigroup dove poi diventerà presidente del comitato direttivo. Non c’è stato forse un gigantesco conflitto di interessi, al cui confronto le vicende di casa nostra appaiono risibili?
Ma andiamo oltre e ritroviamo il Citigroup coinvolto negli intrallazzi e nelle speculazioni finanziarie che provocano il crollo della Enron (Mark Lewis, Forbes.com, 2-11-2002 ), un’azione che valeva 83 dollari nel
gennaio 2001 precipita a 0,67 un anno dopo, aprendo una voragine di 63 mi-liardi di dollari. Certamente molti contribuiscono alla catastrofe, non ultime la stampa economica, ancora nel 2000 il magazine Fortune tesseva le lodi della Enron, e la società di revisione Arthur Andersen che ne garantiva la solidità finanziaria, ma comunque il Citi-group non è certo al di sopra di ogni sospetto dato che aveva investito
nella Enron un miliardo di dollari e certamente molto sapeva di cosa bolliva in pentola. Ma torniamo alla Goldman Sachs che proprio nel 1999 decide di quotarsi in Borsa. La documentazione per la Sec, la Commissione di vigilanza che deve dare la sua approvazione, viene preparata dalla anglo-americana PricewaterhouseCoopers, la maggiore società mondiale di servizi alle imprese (nel 2005 ha realizzato un fatturato complessivo di 20,3 miliardi di dollari e conta 130.000 dipendenti attivi in 148 Paesi) che si guarda bene dal ricordare la vicenda Sumimoto e quella, anche più grave, della Bishop Estate. Si tratta
di una Fondazione benefica nata nelle Hawaii verso la fine del 1800 per edu-care i giovani e che intorno al 1990 può vantare un patrimonio di circa 10 miliardi di dollari, i suoi dirigenti sono
vicini al Partito democratico molto presente nelle isole del Pacifico. Un feeling politico non trascurabile visto che la Bishop Estate decide di investire 250 milioni di dollari nella Goldman-Sachs tra il luglio 1992 e il giugno 1993 e altri 250 milioni nel 1994, quando Rubin era ancora il vice-presidente della società e durante il suo incarico di assistente presso la Casa Bianca. Nell’agosto 1997 il procuratore
generale delle Hawaii apre un’inchiesta sulle attività finanziarie della Bishop Estate ravvisandovi operazioni fraudolente e corruzione da parte di alcuni amministratori che verranno rimossi o temporaneamente sospesi dopo l’ultimatum lanciato dal Fisco federale alla società.

Nel 2000 mentre è in corso il processo contro la Bishop, ora battezzata Kamehameha School, un ex amministratore della società non coinvolto nella vicenda denuncia le corresponsabilità delle istituzioni in tutto l’affaire chia-mando in causa lo Stato delle Hawaii.
Si tratta certo di un storia per noi geograficamente remota, veniamo al-lora a una realtà più vicina, l’Olanda dove nel marzo 2000 la Goldman Sa-chs viene accusata di insider trading durante l’Opa sull’Internet service provider World Ondine International Nv, consentendo alla presidente della stessa società di vendere il suo stock di azioni prima che queste crollassero del 65%. Nel 2001 è la volta della Gran Bretagna dove, insieme a Pricewate-rhouseCoopers, la Goldman Sachs vie-ne ritenuta coinvolta nel gigantesco crack finanziario dell’impero editoria-le di Robert Maxwell, scoperto dopo la sua oscura morte nel 1991. Si tratta di un buco di centinaia di milioni di dollari che ha travolto anche i fondi pensione dei dipendenti affondando il gigantesco conglomerato anglo-americano creato dal “piccolo ceco”, come era soprannominato il giovane allampanato Maxwell (alias Jan Ludwik Ko-ch). Nato da una famiglia ebraica nella Rutenia subacarpatica e arruolato dai servizi britannici durante la seconda guerra mondiale era diventato negli anni 1970-80 un media mogul, che non trascurava però di partecipare a gran-di operazioni finanziarie come la tentata scalata alla francese Société Géné-rale alla fine degli anni Ottanta.

Secondo alcuni sarebbe stato un uomo al servizio dei sovietici (Ougartchinska Roumiana, KGB & Cie à l’’assaut de l’Europe, ed. Anne Carrière, 2005 ), per altri un agente del Mossad, ipotesi in effetti più plausibile, visti gli onori con cui venne accolta la sua salma in Israele. Ritornando alla Goldman Sachs, scopriamo che nel maggio 2002 viene accusata da EToys di comportamento scorretto nella gestione della loro Opa, il mese successivo è la volta del Giappone che imputa alla società di aver evaso le tasse trasferendo illegalmente una grossa quantità di denaro nelle isole Caiman, uno dei più frequentati “paradisi fiscali”. Per ora fermiamoci qui.

I signori della stimata ditta e tutti quegli italici che sono passati attraverso la sua “scuola”: Mario Draghi, Romano Prodi, Claudio Costamagna, Mario Monti, ecc. la smettano allora di dare lezioni.

(da Il Federalismo del 13 febbraio 2006)

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