Gli svizzeri sono come le piante di montagna. Gli italiani invece?

di CHIARA M. BATTISTONI

Nella storia di ogni popolo ci sono stilemi, usi e costumi cha hanno radici profonde nel territorio; c’è un legame più o meno conscio che ci unisce alle nostre terre, anche quando ci sentiamo apolidi e viviamo raminghi (e sereni) nel mondo in apparenza “senza confini”. L’ambiente, naturale e costruito, ci influenza più di quanto immaginiamo; una condizione che forse i cittadini delle grandi città percepiscono meno di quanto non accada a chi vive in centri più piccoli; in un caso come nell’altro, però, dove viviamo fa sì che anche il nostro come viviamo ne esca trasformato.

In un Paese come il nostro, straordinario per la varietà di ambienti che offre nel raggio di qualche centinaio di chilometri, la natura è una presenza costante, ancorché misconosciuta. Ne parliamo poco, anche là dove dalla natura dipendono i nostri ritmi di vita (chi vive nelle isole o nelle isolate valli delle Alpi o degli Appennini lo sa molto bene). Per questo la Svizzera non finisce mai di stupirmi; non mi stupisce quando la attraverso in treno e osservo da anni gli stessi panorami che non sono mai gli stessi, mi stupisce quando leggo la Costituzione che ha una sezione dedicata all’ambiente, mi stupisco quando ascolto i discorsi dei politici elvetici, che non mancano mai di richiamare, spesso solo con qualche parola, la visceralità di quel legame al territorio da cui dipende la tempra di popoli diversi.

Eravamo ancora agli esordi della crisi mondiale quando Hans Rudolf Merz, allora Presidente di turno nell’allocuzione di fine anno, ricordò che gli svizzeri sono come le piante di montagna che resistono al gelo con pazienza e perseveranza; poi fu Doris Leuthard, nell’anno della sua presidenza, a richiamare il ruolo della volontà, volontà forgiata dalle asperità del territorio, da cui dipende l’identità elvetica; e ancora, solo l’anno scorso, Micheline Calmy – Rey concluse la sua allocuzione con una frase disarmante per semplicità e al tempo stesso efficacia “La Svizzera è bella. Dobbiamo averne cura”. Avere cura del proprio Paese significa conoscerlo, averne rispetto; il richiamo è ancora una volta pragmatico, fa leva sui sentimenti  pur essendo prima di tutto una scelta della “testa”  per la “testa”, a cui si affianca il cuore.

Forse ricorderete che in Svizzera il Presidente è scelto tra i sette Consiglieri Federali del Consiglio, di fatto il governo della Confederazione; è primus inter pares e cambia ogni anno; una figura al servizio del proprio Paese, tanto che anni fa, nei dodici mesi del proprio mandato, al Presidente veniva addirittura ritirato il passaporto perché non si muovesse dal territorio rossocrociato e rimanesse sempre a disposizione dei cittadini.

La rotazione del presidente è un’altra di quelle peculiarità tutte svizzere che rendono questo Paese unico e affascinante. Nell’allocuzione 2012, la signora Widmer-Schlumpf, nuovo Presidente dopo le signore Leuthard e Calmy – Rey, a questo proposito ricordava: “(…) Sono tra coloro che credono che il principio di rotazione alla presidenza della Confederazione corrisponde a una volontà d’equilibrio: equilibrio sociale, equilibrio tra i partiti politici, tra le confessioni, tra le lingue, tra la città e la campagna. Tutti questi equilibri fanno la particolarità della Svizzera, la sua coesione e la sua forza.” E ancora: “Il nostro desiderio di vivere insieme, di integrare interessi e identità differenti ci impone di condividere il potere, di cercare il consenso e di non giocare con le istituzioni. Gli svizzeri non amano gli eccessi, le provocazioni e le esclusioni. Una consigliera federale non è il capo di un partito politico. Si impegna per le proprie idee, ma allo stesso tempo deve mantenere la sua indipendenza. La presidenza della Confederazione è un obbligo ulteriore a ricercare il consenso governativo. Mi auguro che la collegialità resti il codice di condotta del nostro modo di fare politica. Essa può funzionare solo se ciascuno acconsente a lavorare per il bene di tutti.”

Nella concretezza di queste parole mi piace leggere tutta la fisicità del legame con la propria terra, che qui forse più che in altri Paesi, ha plasmato anche il modo di fare politica.

Fisicità che si ritrova nel principio di rotazione, proprio come accade alla vegetazione; fisicità che si trasferisce nello stile di vita; che vivano in città o nei paesi il rapporto degli Svizzeri con la natura è ancora molto forte, parte integrante dei percorsi educativi dei giovanissimi, presenza rassicurante nella vita degli adulti.

Pensate: il 31% della superficie della Svizzera è coperta da boschi; 12.800 chilometri quadrati di foreste chela Confederazione utilizza e cura con un’articolata strategia, la “Politica forestale 2020”, inserita nel più ampio piano di sviluppo sostenibile del Paese. Un patrimonio per cui Berna, nel 2010, ha speso 82 milioni di franchi, di cui 58 interamente dedicati alla conservazione e alla protezione. Ci sono Cantoni, come Berna, Vaud, Grigioni o Argovia, veri e proprio Cantoni forestali, con superfici forestali che sfiorano il 40%, da cui ogni anno si produce legname ma anche “servizi intangibili”, come attività ricreative e sportive, difficili da quantificare, ma il cui impatto è diretto sulla qualità di vita dei propri cittadini.

Dalla Carta costituzionale al vissuto di ogni cittadino, il bosco è forse uno dei paradigmi capace più di altri di fotografare la ricchezza di questo Paese: un ecosistema complesso in equilibrio dinamico che sa accogliere purchè accostato con rispetto e sensibilità; un luogo da vivere in compagnia o in solitudine, luogo di riflessione o ricreazione, per una buona parte dei cittadini vissuto come “parte integrante della Patria”.

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