Gli svizzeri hanno il nostro stesso sangue ma sono liberi

svizzera lombardiadi GILBERTO ONETO –  I posti hanno un’anima. Non serve avere dimestichezza con pratiche geomantiche o con i lavori di Underwood per essere sicuri che ci siano angoli di mondo che emanano sacralità, influssi positivi o anche influssi negativi. A Gerusalemme sembra di essere più vicini al cielo, si ha sempre l’impressione – qualsiasi religione si professi – di calpestare pietre dove «è successo qualcosa». Analoghe benefiche sensazioni si provano a Tara o a Angkor. In altri posti si avverte invece una presenza maligna.

Fra i luoghi che emanano una “voujure”, un soffio vitale positivo c’è sicuramente Pontida. È successo la prima volta in un’abbazia adagiata fra verdi colline e continua a farlo oggi, nel triste retro di un supermercato. Vuol dire che la sua forza positiva deve proprio essere grande.
Il 7 aprile del 1167 i rappresentanti di Cremona, Bergamo, Mantova, Brescia e Ferrara vi hanno prestato il giuramento che avrebbe dato origine alla prima Lega Lombarda. Pontida è diventata allora una sorta di simbolico riassunto degli avvenimenti di quel periodo. Contro le angherie dei funzionari imperiali si era formata nell’aprile del 1164 la Lega Veronese con l’adesione di Verona, Padova e Vicenza, poi di Treviso e di Venezia. L’8 marzo del 1167 i delegati di Cremona, Mantova, Bergamo e di Brescia giuravano di difendersi a vicenda. Il patto aveva durata cinquantennale e coinvolgeva anche Milano.

 

Il 4 aprile dello stesso anno milanesi e bergamaschi avevano firmato un accordo, cui aveva aderito anche Cremona, che prevedeva fra l’altro la ricostruzione delle mura di Milano: un atto simbolico di ritrovata concordia e una aperta sfida lanciata a Federico. Il 27 aprile infatti i milanesi rientravano nella loro città alla faccia degli ordini imperiali. Erano precedutI dalla bandiera di San Giorgio. Milano era l’antica capitale della Terra di Mezzo dei Celti, era molto di più della città più grande: era segno di unità contro il ritorno dell’oppressione di Roma, rappresentata da un imperatore tedesco di
nascita, ma romano di nome.

 

Quella volta, i rappresentanti di varie comunità padane si erano uniti per vincere una battaglia comune, consapevoli che nessuno di loro da solo ci sarebbe riuscito. Prima di allora i padani avevano trovato qualche forma di benefica unità solo contro i romani e con i longobardi. Cento anni dopo hanno ripetuto l’impresa contro l’odioso e arrogante nipote del Barbarossa, quel Federico II che aveva scritto di essere venuto in Padania (che allora si chiamava Lombardia) per «svellere i piantoni di empia libertà»: sono sue parole. Anche lui è finito male. Ma non sono purtroppo finiti molto meglio i nostri antenati che – passato il pericolo – hanno ripreso a dividersi e combattersi. Non molto lontano da Pontida, attorno agli stessi monti, si trova il prato di Grütli, sul quale nell’agosto del 1291 i rappresentanti di tre piccoli cantoni montanari hanno dato vita alla Confederazione elvetica: erano 33 robusti montanari di Svitto, Uri e Unterwaldo che hanno stipulato un patto di unità per combattere un nemico comune e – come è scritto nella dichiarazione di
indipendenza della Svizzera – per «difendere e conservare in buono stato sé, i loro beni e i loro diritti».

 

Dopo settecento e passa anni sono ancora lì, ciascheduno libero e autonomo a casa sua, ma tutti uniti nel difendere la più antica indipendenza d’Europa.
Gli svizzeri hanno lo stesso sangue celta, ligure, retico e germanico dei padani, vivono sotto lo stesso cielo e bevono la stessa acqua, lo stesso vino e la stessa birra: cosa hanno in più di noi che gli ha permesso di restare liberi? Loro hanno saputo coniugare lo spirito di autonomia con quello di unità, hanno scoperto il magico e semplice uovo di Colombo che consiste nel rispetto di tutte le differenze e culture, nel comandare ciascuno a casa propria senza interferire con i fatti d’altri all’interno dell’unità ferrea delle varie autonomie, cementata dalla fermezza nel difendere le libertà di tutti. Solo uniti gli Svizzeri potevano difendere le loro differenze. Solo uniti le hanno difese e rafforzate.

 

Per fortuna Pontida è uno di quei luoghi che conservano nel tempo la loro benefica valenza. Così, anni fa, ci siamo ritrovati sul grande prato dietro l’abbazia e abbiamo costruito una Lega che è temporaneamente riuscita a “svellere i piantoni di empia oppressione” dei nostri nemici e a risvegliare coscienze e voglia di libertà e di autodeterminazione.
Questa volta tutto è successo più in fretta, ma abbiamo commesso gli stessi errori di 850 anni fa: abbiamo creduto che ragionando col nemico si sarebbe potuto ottenere di più e più facilmente che combattendolo, ci siamo divisi, siamo scesi a patti con gente che non ha onore, ideali né parola, si sono formate leghette e partitini in una frantumazione che pensavamo di avere eliminato dal nostro Dna. Abbiamo creduto di ottenere e difendere la nostra libertà patteggiandola come al mercato, ci siamo illusi che dal di dentro del palazzo si potesse combattere meglio e ne siamo solo rimasti inquinati.

 

Molti di quelli che hanno cominciato accettando qualche compromesso hanno finito per accettarli tutti. Quelli che invece non ne hanno accettati sono ancora qui. Comincia un’altra fase della nostra antica ricerca di libertà: la terza vita di Pontida. Si dice che la storia sia maestra di vita ma anche che solo le esperienze personali possano avere valore. Entrambe le cose sono vere, ma forse la seconda è necessaria per far funzionare la prima, e la prima rende più leggibile la seconda. Noi oggi siamo arricchiti (o appesantiti) da entrambe le esperienze, quella del nostro lontano passato e quella del nostro più vicino presente: le due dicono che solo uniti si vince e che dagli avversari delle libertà non si può ottenere libertà. Dobbiamo ricominciare, anche se c’è stanchezza e disillusione, anche se ci siamo sbandati e divisi. Ma siamo pur sempre un popolo con i suoi ideali, le sue insegne, i suoi simboli, la sua vita, la sua identità, la sua aspirazione alla libertà.

 

Le esperienze negative non devono servire per litigare o recriminare, ma per non ripetere gli errori. Tutto quello che non ci uccide ci rinforza. Noi siamo pesti ma vivi; abbiamo preso tante legnate che ci hanno stordito ma non finito: ne usciamo perciò rafforzati e anche molto, molto incazzati contro i nemici, i finti amici, i traditori.  Forse per fare grandi cose funzionano meglio grandi paesaggi, servono scenari grandiosi, come la valle di Stirling, le Black Mountains, la piana di Poitiers o la Selva Litana. Il nostro prato è stato volutamente ridotto a un brandello lottizzato, a un deposito per carrelli di supermarket. Non è questo che ci ferma: è perfetto per buttare le immondizie e la zavorra che abbiamo accumulato, per lasciare tutti i detriti di cadreghe e poltrone vecchie che qualcuno di noi si è appiccicato alle chiappe. Ma tutto attorno c’è il grande palcoscenico padano, dal Monviso a Venezia, dalla Valle del Sole, all’Alpe della Luna. Quello è il vero scenario in cui dobbiamo combattere.
È la terza vita di Pontida: i 40 anni nel deserto italiano li abbiamo abbondantemente purgati. Ci aspetta la terra promessa. L’indipendenza.

(da Il Federalismo, anno 2004, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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