GLI STATI UNITI D’EUROPA SONO RIMASTI UN SOGNO TRADITO

di VERCINGETORIX

Il 9 maggio si é celebrata la Festa dell’Europa. Nella stessa data, nel 1950, Robert Schuman presentava la sua proposta di un’organizzazione comunitaria europea, quella “Dichiarazione Schuman” che è passata alla storia come il vero atto di nascita del processo di integrazione. Ad un’Unione sempre alla ricerca di simboli unificatori nessun’altra data sarà sembrata più significativa.

Dalla dichiarazione di Schuman molte cose sono cambiate. Nelle utopie dei padri fondatori c’era il sogno di un’integrazione secondo una prospettiva federalista, per arrivare agli Stati Uniti d’Europa.

L’approccio “funzionalista”, ossia mettere in comune gradualmente delle competenze senza rinunciare alla sovranità dei singoli stati, ha prevalso grazie al suo pragmatismo, scalzando le visioni su un superstato europeo. Il mercato comune, la moneta unica, la cittadinanza europea, sono tutti testimonianze, benché ambiziose, di questo approccio consolidato per passi graduali.

Tuttavia, qualche elemento per così dire visionario venne inserito anche nel trattato originario istitutivo della CEE (1957). Tra previsioni politico/tecniche su mercato comune, politiche agricole e politiche dei trasporti, si leggeva esplicitamente l’obiettivo di realizzare una crescita armonica dei Paesi membri e ridurre le disparità nei livelli di sviluppo.

Le neonate istituzioni comunitarie si presentavano così come i principali sponsor di un’embrionale redistribuzione del reddito alla scala continentale e collocavano su un territorio più vasto gli obiettivi di coesione economica e sociale presenti nella maggior parte delle costituzioni nazionali.

A beneficiare di questo approccio sarebbero state, nel corso degli anni, le regioni meno prospere. Nei primi anni di integrazione, il Mezzogiorno era la destinazione principale degli aiuti comunitari, in verità scarsi e poco strutturati nella fase precedente all’avvio delle politiche di coesione (fine anni Ottanta).

Al sud italiano si aggiunsero nel corso degli anni e in seguito ai vari processi di allargamento nuovi spazi “deboli”: l’Irlanda (1973), il vasto fronte mediterraneo (Grecia nel 1981 e Spagna e Portogallo nel 1986), i nuovi Lander orientali della Germania unificata (1990), infine nel 2004 e 2007 l’ondata di paesi dell’Europa orientale, tutti con livelli di PIL inferiori rispetto alla media comunitaria.

Il Mezzogiorno è sopravvissuto a tutti questi concorrenti alla corsa ai fondi europei. Il dato non è certo una consolazione, anzi, dimostra come dopo quasi 25 anni di politiche di coesione e salvo poche eccezioni (Molise, Basilicata), il Sud non si sia spostato dal fondo delle graduatorie socio-economiche.

Ma in 50 anni complessivi di aiuti comunitari sono cambiati obiettivi e logiche dei finanziamenti europei e, soprattutto, sta mutando il contesto in cui queste politiche sono inserite. L’Euro venne salutato da tutti come un passo decisivo verso la completa integrazione. Ma da allora il processo ha rallentato. Le percentuali di euro-scettici sono salite negli ultimi quindici anni quasi ovunque in Europa occidentale e non stupisce che l’ambiziosa Costituzione europea del 2003 sia stata bocciata dai referendum in Francia e Paesi Bassi, due Paesi tradizionalmente europeisti.

I cambiamenti di scenario stanno intaccando un altro simbolo dell’integrazione, quella coesione territoriale che ha sempre rappresentato un principio fondamentale nei Trattati fino a trovare una dimensione concreta con le politiche di coesione.

Coesione vuol dire evitare la frammentazione delle regioni europee, tutelare la loro diversità e fare in modo che questa sia uno strumento per far convergere verso l’alto i livelli di sviluppo. In questo campo le storie di successo non sono mancate. Si pensi all’Irlanda, che negli anni Settanta rappresentava una sorta di Terzo Mondo europeo e alla fine del decennio scorso si è confermata come il secondo Paese in Europa per PIL pro-capite (preceduta solo dall’anomalia lussemburghese).

Ma tante sono state anche le ombre: i disastri portoghesi, greci e spagnoli, sebbene collocati più sul piano finanziario che su quello delle politiche territoriali, raccontano di divari che continuano a crescere, proprio a partire da chi ha beneficiato della quota più rilevante di aiuti. In mezzo tante realtà nelle quali i finanziamenti europei, pure abbondanti, non sono stati spesi o sono stati spesi male: le regioni italiane (e le bacchettate continue della Commissione) stanno lì a testimoniarlo. A complicare lo scenario, l’allargamento a Est ha spostato l’asse dei finanziamenti e allontana l’obiettivo di raggiungere un livello omogeneo di sviluppo in una realtà così diversificata.

La crisi economica internazionale e gli anni di sprechi hanno reso scettici sull’impianto attuale delle politiche di coesione i partner europei più forti. Nessuno parla apertamente di ridimensionamento, ma il rischio c’è tutto.

L’utopia federalista (gli “Stati Uniti d’Europa”) è destinata a rimanere tale, ma anche l’approccio funzionalista per piccoli passi sembra in discussione.

La crisi europea che era basata su importanti dati tipo: lavoro, innovazione e progetto politico potrebbe avere come prossima vittima l’obiettivo della coesione, trasformando l’integrazione in qualcosa di molto diverso, più debole, rispetto alle premesse di cinquant’anni fa.

 

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One Comment

  1. Castagno12 says:

    Gli Stati Uniti d’Europa sono rimasti un sogno tradito ?
    Sì, ma per i grulli, per gl’irresponsabili.
    Non c’era proprio niente di difficile da capire,
    da prevedere.
    Davanti agli occhi di tutto il mondo un bell’esempio di
    unità imposta: l’italia.
    Un agglomerato di POPOLAZIONI con caratteristiche diverse, preparato a tavolino e realizzato con la forza.
    Perchè mai avrebbe dovuto funzionare una unione forzata di più STATI , quindi di proporzioni maggiori ?
    Il tutto per assecondare il progetto USA che aveva
    condizionato gli aiuti del Piano Marshall alla realizzazione
    dell’Ue e dell’euro.

    L’Ue ci ha procurato anche l’invasione, una grande
    congiura (preparata contro L’Europa) che rientra nel
    Progetto del “Nuovo Ordine Mondiale”.
    E bell’italia viene usata come porto-franco: INGRESSO
    LIBERO, ORARIO CONTINUATO !
    Per non parlare dell’accordo segreto -Europa-USA –
    stipulato circa due anni fa (vedi effedieffe.com).

    L’euro ci ha dimezzato il potere d’acquisto. Dobbiamo
    anche mantenere altra burocrazia e, nel lusso, tanti altri
    politici (Commissione, Parlamento, ecc.) che ci
    impongono ulteriore ubbidienza, sacrifici e danni.
    Ora Monti tiene a precisare che i miliardi che verranno
    inviati al Sud, provengono dall’Ue.
    Ma non ci ricorda che sono sempre soldi nostri che
    ritornano in piccola parte.
    E questi soldi provengono dalle solite “Dame di San Vincenzo” residenti al Nord !

    Bisogna realizzare l’INDIPENDENZA per uscire al più
    presto da queste ganasce infernali che ci stanno
    distruggendo.
    Parliamo pure dell’Ue, ma solo per venirne fuori !

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