Gli sbarchi? Uccidono uno Stato già morto

In this photo taken Thursday, Aug. 15, 2013 Italian Coast Guard officers and holiday-makers help migrants to get off a boat near Siracusa, Italy. (AP Photo)

di SERGIO BIANCHINI – Uccidere lo stato? No, è gia morto. Di fronte agli avvenimenti marittimi che si susseguono ormai da un anno mi torna in mente uno degli slogan più usati nel sessantottismo milanese che veniva scandito con grande determinazione da migliaia di manifestanti: LO STATO BORGHESE SI ABBATTE, NON SI CAMBIA.
Questo slogan sintetizzava la convinzione, sorta a livello di massa dopo la strage di Piazza Fontana e le vicende giudiziarie conseguenti, che dietro la facciata democratica lo stato italiano, “capitalistico e borghese”, conservasse un’essenza fascista sempre pronta a manifestarsi in caso di bisogno. Di conseguenza anche difronte al prevalere di maggioranze veramente democratiche lo stato, fascista nel nocciolo, avrebbe reagito violentemente come sembravano confermare gli avvenimenti del ‘73 e ‘74 in Cile e Grecia.

Questa visione mi sembrò convincente fino all’uccisione di Moro (1978). Avevo pensato, come migliaia di noi, che il rapimento fosse una messa in scena per giustificare un colpo di stato contro la crescita dei movimenti di massa studenteschi e del sindacalismo allora roboante.
Ma il giorno successivo al ritrovamento del cadavere di Moro l’Italia fu tappezzata da migliaia di manifesti del partito di governo, la DC, che dichiarava la propria fedeltà agli ideali di democrazia e libertà.
Allora tutto l’impianto intellettuale che aveva sostenuto la mia militanza decennale crollò. E decisi, in linea con la canzone di Dalla che “ la cosa eccezionale era essere normale” e cominciai ad osservare lo stato reale di cui ero diventato, come insegnante, uno dei milioni di dipendenti.

E le vicende scolastiche confermavano ogni giorno l’assenza di una forza guida reale nell’azione del ministero. Il provveditorato era quotidianamente meta di assalti di studenti, di insegnanti precari di persone urlanti e sdegnate alle quali si opponeva solo timidamente qualche usciere o qualche lucchetto chiuso e muto.
Si, mille volte evocai dentro di me, sorridendo amaramente, il ricordo dello slogan sullo stato borghese e mi dissi che in realtà era valida l’antica frase di Francesco Ferrucci “vile, tu uccidi un uomo morto”.
Si, lo stato italiano è un uomo morto. Non ha alcuna autorità vera, non detiene affatto il supremo potere decisionale e di governo. L’Italia è una terra di nessuno devastata da lotte intestine e internazionali interminabili.

Quelli di Salvini, condivisi dalla maggioranza degli italiani, ormai appaiono solo desideri senza conseguenze. Le forze importatrici di africani sono rimaste ferme per un poco, sorprese dal repentino cambiamento dell’opinione pubblica ma subito hanno perfezionato le strategie “umanitarie” continuando nella finzione del salvataggio e dell’umanesimo doveroso. E portano l’azione fino all’assalto aperto contro le indicazioni statali e ministeriali.

Lo schema culturale ipocrita del salvataggio è ancora dominante, anche in quei settori che rivendicano però una ripartizione europea dei “salvati”. La verità di una vera e propria aggressione alla sovranità nazionale non viene ancora dichiarata eppure è davanti agli occhi di tutti.
La sovranità nazionale giace morente davanti allo sbigottimento e all’incredulità degli italiani che, almeno un poco, credevano nella grandezza e nell’autorità dello stato.

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