Gli indipendentismi padani: una domanda, tante risposte

di ALESSANDRO MORANDINI

Alla domanda: “Che cosa bisogna fare per ottenere l’indipendenza territoriale?” le persone che  desiderano ardentemente raggiugerla rispondono in tanti modi diversi. Le risposte che le persone danno si possono accorpare in cinque gruppi.

1) La Lega Nord deve fare il possibile per ottenere più voti.

2) La Lega Nord deve scomparire e lasciare lo spazio indebitamente occupato agli indipendentismi regionali e locali.

3) Tutti gli indipendentisti devono essere disposti a fare una rivoluzione usando gli strumenti più idonei.

4) Se tutti fossero come me, si raggiungerebbe l’indipendenza.

5) Non c’è bisogno di fare nulla perché l’Italia imploderà per cause endogene.

Il raggruppamento proposto non esclude che si possano dare e trovare plausibili le risposte che per una certa parte appartengono ad un gruppo e per un’altra parte ad un altro. Per esempio si può pensare che sia vero che la Lega Nord dovrebbe chiudere bottega e lasciare spazio agli indipendentismi regionali e locali (risposta 2) e però che anche in questo caso un’azione rivoluzionaria sia indispensabile per ottenere l’indipendenza del proprio popolo, del luogo che si ama o della nazione alla quale si è in qualche modo legati (risposta 3).

Le credenze, le emozioni e gli stati d’animo dai quali dipendono le risposte

1) Tra le risposte del primo gruppo si trovano, ovviamente, tutti i suggerimenti su come incrementare i voti; ma anche l’idea che bisogna fondare una nuovo partito padano. Tutte queste risposte esprimono la credenza che le istituzioni repubblicane italiane rappresentano il luogo naturale dove battersi per l’indipendenza, la quale si può e si deve raggiungere solamente attraverso il coordinamento di tutti i popoli padani.

2) Le risposte che appartengono al secondo gruppo esprimono un forte sentimento negativo nei confronti della ”invenzione della Padania”, sia nella sua manifestazione territoriale, che in quella politica, che nella sua identità.

3) Tutto il terzo gruppo di risposte è generato dalla convinzione, opposta a quella che si esprime nelle risposte del primo gruppo, che le istituzioni italiane non possano sopportare un pacifico percorso democratico ed indipendentista. L’Italia e, più in generale, le istituzioni politiche che attualmente insistono in Europa, non concederanno mai l’indipendenza alla Padania, ad una regione, ad una città.

4) Il quarto gruppo di risposte mette in evidenza uno stato d’animo: la superbia. La superbia è una valutazione molto positiva del proprio carattere e di se stessi.

5) Nel quinto gruppo di risposte dobbiamo includere anche quelle di segno apparentemente contrario: “E’ inutile combattere perché nessun popolo del nord raggiungerà mai la sua indipendenza” e “Prima o poi tutti i popoli raggiungono la propria indipendenza”. Tutte queste sono le risposte che attingono alle nostre credenze più profonde.

Il concetto di indipendenza

Prima di proseguire penso sia utile spendere qualche parola sul concetto di indipendenza.

Il comportamento ed i pensieri di un individuo sono le conseguenze dell’elaborazione del suo cervello. L’indipendenza di una persona rispetto al proprio comportamento è argomento di utili discussioni filosofiche, psicologiche e giuridiche, ma in sede sociologica si deve ridurre la questione, se si vuol conservare la prospettiva dell’individualismo metodologico, alla formula sopra espressa.

L’indipendenza o meglio le indipendenze di un territorio sono il frutto dell’azione degli individui che lo abitano. Anche questa espressione, apparentemente riduttiva, risponde alla convinzione che la società è costituita da individui che ne determinano, attraverso la loro interazione, il corso.

Quando si intavolano discussioni sull’indipendenza di un territorio si procede per intensioni non sempre corrette. Per esempio si può associare il concetto di indipendenza al concetto di padronanza (padronanza di sé, delle proprie scelte, del proprio destino o del destino di un popolo) o di sovranità. Ma può esserci un padrone se non c’è un servo? Chi è il servo del popolo sovrano? Le istituzioni che ne sanzionano i comportamenti? Ha senso dire che non si è padroni delle proprie scelte?

Quando si parla di indipendenza (o di identità, di equilibrio, di funzione) non bisognerebbe mai dimenticare che ci si sta riferendo a concetti privi di estensione perché privi di referenti concreti. Tutto ciò che si può fare per evitare inutili chiacchiere è tracciare i confini entro i quali pensiamo di applicare il concetto che, così facendo, viene qualificato. Così si parlerà di indipendenza di tutte o di una parte delle istituzioni politiche di un territorio da quelle di un territorio più esteso che lo comprende, si parlerà dell’indipendenza di un individuo dalle decisioni di un’altra persona e dell’indipendenza delle funzioni di un organo del corpo dalla volontà cosciente.

Ma insieme ad una precisa comprensione del concetto di indipendenza, anche l’analisi dei meccanismi sociali può agevolare l’azione indipendentista.

Un primo sguardo ai meccanismi sociali: i partiti.

Le risposte del primo tipo implicano che i partiti rispondono sempre alla mission per la quale sono stati ideati, e che un partito dei Padani è lo strumento politico attraverso il quale si può raggiungere, prima o poi e gradualmente, la libertà dallo Stato italiano.

Ma i partiti sono delle istituzioni private: dei meccanismi che, attraverso la distribuzione di premi e sanzioni esterne e formali, fanno rispettare delle regole. Le regole che i partiti politici fanno rispettare hanno l’obiettivo di produrre voti e potere in un contesto di istituzioni pubbliche. Ciò non significa che un partito, pur di ottenere voti e potere, può rinunciare completamente alla sua  ideologia o al suo progetto.

Per ottenere voti e potere un partito deve avere una mission. Nessuno vota un partito che promette semplicemente di incrementare il proprio potere affinché alcuni cittadini possano beneficiarne. Bisogna sempre spiegare quale idea di società si vuole perseguire.

La difficoltà che incontra ogni partito politico non è data dal fatto che deve realizzare ciò che promette. Il problema di ogni partito è che deve riuscire a convincere i suoi elettori che il potere che esercita è orientato dalla mission; quindi che ogni risultato ottenuto è un passo lungo il sentiero segnato dall’ideologia o dal progetto di riferimento. Se non riesce a fare questo lavoro, anche i successi più importanti verranno minimizzati e, viceversa, se ci riesce basterà un piccolo passo o una sola parola per convincere gli elettori che il partito funziona.

Ma un partito politico è anche un dispositivo atto ad accumulare potere e ripartirlo tra i suoi militanti e sostenitori. Quasi sempre tanto più appare debole il richiamo alla mission e di conseguenza il sostegno degli elettori, tanto più il partito ha bisogno di avere quote di potere da distribuire. Tanto minore è la quantità di potere di cui dispone, tanto più radicale deve apparire la sua determinazione. E questo succede perché le sanzioni che le istituzioni private come i partiti possono comminare valgono solo per le persone che traggono benefici personali e che sono più coinvolte dall’attività di distribuzione di potere del partito. I semplici elettori non possono essere espulsi. Possono solo ricevere, dal partito, la gratificazione conseguente alla convinzione che esso rappresenta una opportunità per cooperare efficacemente nella lotta finalizzata ad affermare una certa ideologia o un progetto.

Un secondo sguardo ai meccanismi sociali: identità e cooperazione

Le risposte del secondo gruppo dipendono dal fatto che la motivazione identitaria viene assunta come argomento esaustivo. E’ chiaro che non ha senso rivendicare l’indipendenza delle istituzioni politiche di un territorio senza definire l’identità del territorio in oggetto. Ma, come si è già visto per il termine indipendenza, anche quello di identità è controverso. Esso indica quella caratteristica per la quale una cosa è uguale a se stessa. L’identità può essere accusata di appartenere alle espressioni tautologiche, non potendosi qualificare alcuna caratteristica che renda una cosa diversa da se stessa.

In genere quando si identifica un territorio si fa riferimento alla sua identità politica, se c’è, ed alla sua identità storica. Ma anche l’identità storica di un territorio è funzione della sua identità politica passata. Se ci si sforza di dare un riferimento alle varie identità che il popolo esprime, si vedrà come quelle politiche, economiche, istituzionali e storiche possano anche non coincidere e come l’idea stessa di popolo sia quasi sempre strumentale alla costruzione di istituzioni pubbliche in diversa misura indipendenti da altre istituzioni pubbliche; l’identità di un popolo è quanto inizialmente serve per ordinare una parte di società umana mediante regole per il cui rispetto è previsto l’impiego di sanzioni formali ed esterne a cui si è obbligatoriamente soggetti. Un buon consiglio che si può dare è di fidarsi delle identità altrui: se qualcuno ci dice che è Italiano o Veneto o Padano bisogna credergli. Osservandone il comportamento si comprenderà quali siano gli ambiti della vita sociale su cui quell’identità insiste.

L’identità genera sempre cooperazione? Nel caso specifico delle identità territoriali, esse appaiono una motivazione decisiva rispetto all’azione indipendentista eroica, cioè rispetto a quell’agire che non è orientato dalla razionale valutazione delle opportunità e dei vincoli che favoriscono o ostacolano la realizzazione di istituzioni pubbliche indipendenti. Anche l’eroe valuta l’opportunità delle sue azioni, non agisce a caso. Ma egli non valuta la probabilità di raggiungere l’obiettivo per il quale si batte (non sarebbe un eroe!). L’eroe tiene in debito conto le opportunità utili a rappresentare pubblicamente l’intensità del desiderio che anima lo scopo. Questo fatto è indispensabile per il formarsi di un’azione collettiva finalizzata alla costituzione di istituzioni pubbliche, ma non è sufficiente. Le motivazioni, in particolare le regole che definiscono le condizioni dell’azione dei potenziali cooperatori (agisco se la mia azione è utile, agisco se tutti agiscono, agisco solo nel caso in cui quell’azione laddove fosse compiuta da tutti determinerebbe i risultati auspicati etc.) possono non essere sufficienti ad innescare un partecipazione abbastanza diffusa, indispensabile in questi casi.

Si noti poi che le istituzioni private come i partiti non possono ostacolare il desiderio, espresso da un attore sociale individuale o collettivo, di indipendenza da esse medesime. La partecipazione ad istituzioni private è volontaria e la sanzione massima che solitamente viene usata è l’esclusione. Le istituzioni private possono cooperare o non cooperare rispetto alla realizzazione di istituzioni pubbliche. Questo obiettivo però non è generato dal desiderio di indipendenza, pur essendone una probabile conseguenza. Le istituzioni pubbliche sono figlie del desiderio di avere un coordinamento obbligatorio. Il desiderio di indipendenza è l’opposto del desiderio di essere, nelle proprie azioni, obbligatoriamente coordinati.

Un terzo sguardo ai meccanismi sociali: emozioni, sconto iperbolico delle preferenze, opportunità.

Il terzo gruppo di risposte è un invito a manifestare le emozioni di rabbia e di indignazione che ogni indipendentista in cuor suo ed in minore o maggiore intensità, cova o dovrebbe covare. Rabbia nei confronti delle istituzioni pubbliche che ostacolano il desiderio di indipendenza dalle stesse, indignazione nei confronti delle istituzioni pubbliche che ostacolano il desiderio di indipendenza di altri attori sociali. Nella maggior parte dei casi questi inviti, per quanto sinceri ed apprezzabili, sono del tutto ininfluenti. Anche le persone che, in teoria, sarebbero disposte a rischiare molto non sono disposte a farlo per nulla.

Si può credere che per ottenere l’indipendenza dallo Stato italiano sia necessario utilizzare strumenti rivoluzionari, strumenti di lotta come la rivolta fiscale, la violenza di piazza, l’occupazione degli uffici dello stato, gli scioperi selvaggi. Le informazioni che possediamo ci dicono che la secessione può essere conseguente ad una rivoluzione e che, al contrario, può essere il risultato di un lungo processo democratico. Perché alcune persone escludono la seconda possibilità? La credenza nella rivoluzione come soluzione può essere cercata nello stato d’animo o nella propensione ad applicare, in funzione allo scorrere del tempo, uno sconto iperbolico al valore delle preferenze. Se sia la soluzione democratica che quella rivoluzionaria hanno dato prova della propria efficacia e della propria inefficacia, allora la preferenza per la soluzione rivoluzionaria implica la presenza di un desiderio adeguato, per esempio il desiderio di combattere. Ma la rivoluzione può anche apparire un metodo più sbrigativo. L’attesa dei lunghi processi democratici può invertire l’ordine delle preferenze e l’indipendenza dalle istituzioni pubbliche considerate straniere può collocarsi al di sotto di altri obiettivi immediatamente raggiungibili, compreso la soddisfazione del desiderio di combattere contro lo Stato italiano. Ma nel caso in cui il processo democratico avvicina la prospettiva dell’indipendenza ed il desiderio di rivoluzione è, in termini assoluti, meno intenso del desiderio di indipendenza, allora nella scala delle preferenze quest’ultimo ritornerà ad essere più importante dell’altro.

Una rivoluzione non è la semplice espressione della propria rabbia o della propria indignazione. Ogni tipo di insurrezione popolare è la manifestazione organizzata di una profonda emozione negativa. Essendo negativa ci induce ad agire in qualche modo con il fine attenuarla o farla scomparire. Ma è organizzata perché il desiderio rivoluzionario è più potente dell’emozione. Ogni rivoluzionario sa che la sua rabbia o la sua indignazione saranno placate solo attraverso un’azione collettiva abilmente coordinata. Se sappiamo che l’origine della nostra emozione risiede nell’occupazione della Padania o del Veneto o di qualsiasi altro luogo a noi caro da parte dello Stato italiano, non ci accontentiamo di sfogarci agendo da soli.

Può succedere che piccoli partiti o minuscole associazioni accendano qualche piccola rivolta, ma la dimensione della rivolta, quindi la sua efficacia, dipende dalla dimensione, dalla quantità e dal coordinamento delle istituzioni private che la sostengono. Per questo motivo gli appelli alla rivoluzione pronunciati da un individuo funzionano solo se l’attore sociale, occupando un ruolo decisivo in un’istituzione privata, è nelle condizioni di garantire l’efficacia un’azione collettiva.

Un quarto sguardo ai meccanismi sociali: egoismo e norme sociali

Le risposte del quarto gruppo sono quelle proposte dalle persone che manifestano superbia, cioè che danno un giudizio molto positivo del proprio carattere. Queste persone credono che per ottenere l’indipendenza tutti dovrebbero essere come loro. Spesso il comportamento quotidiano di queste persone non è molto diverso dal comportamento di tante altre. Ma ammetterlo significherebbe dover rinunciare alla sopravvalutazione di sé.

Ma in qualche caso queste persone si comportano effettivamente in modo diverso dagli altri.  Se, per esempio, sono degli evasori fiscali, possono convincersi che se tutti non pagassero le tasse lo stato italiano fallirebbe. Ma gli evasori fiscali non sono degli eroi, sono dei free raider. Il coraggio degli eroi si manifesta pubblicamente e senza di esso, come già detto, molte azioni collettive non avrebbero luogo. Il free raider invece non pagando le tasse o una parte, anche piccolissima, delle tasse non si propone uno scopo collettivo, non dichiara pubblicamente di essere un evasore fiscale.

Egli si nasconde, cerca di farla franca, per avere qualche soldo in più in tasca o per confermare a se stesso di essere migliore degli altri o entrambe le cose. Il solitario evasore fiscale può, come l’eroe, convincersi di essere da esempio per gli altri, può immaginare che qualcuno che ha, in qualche modo, ricevuto l’informazione lo seguirà. Ma quando si accorge che nessuno o in pochi lo seguono se la caverà accusando gli altri di essere peggiori di lui e continuerà a calcolare le opportunità  bilanciandole con i rischi di essere pizzicato.

Naturalmente anche in una rivolta fiscale gli individui calcolano i rischi che corrono, ma la credenza nella potenza del numero, numero reso possibile dal coordinamento delle azioni, li spinge a considerare più probabile la riuscita della rivolta che il suo fallimento. Le opportunità che vede il free raider sono determinate, invece, dal fatto di credere di essere più furbo di chi è deputato a scovarlo. Un comportamento egoistico difficilmente può avere gli stessi risultati di un comportamento altruistico.

C’è chi sostiene che il comportamento dell’evasore fiscale potrebbe perfino rispondere ad una buona norma morale. Egli potrebbe ritenere indegno pagare la propria quota ad uno Stato che, per esempio, sperpera il denaro nei mille rivoli delle clientele. Una norma morale, però, è tale se funziona mediante sanzioni interne, formali ed informali. Il nostro evasore, quindi, laddove venisse acchiappato non potrebbe accettare di patteggiare, non dovrebbe pagare alcunché e preferire la galera. O in alternativa pagare e sentirsi profondamente in colpa e, al limite, autopunirsi. E’ molto improbabile che finisca così; molto più facile che il nostro falso eroe paghi e provi un sentimento di rabbia.

Un quinto sguardo ai meccanismi sociali: le credenze fondamentali

Per finire il quinto gruppo di risposte. Credere in una legge immutabile della storia, in virtù della quale la società umana trasforma, nel corso dei secoli, un ambiente da rozzo, pericoloso e triste  in uno raffinato, sicuro e libero significa credere nel progresso ed essere ottimisti. Credere che, nei suoi caratteri fondamentali, la società resta identica a se stessa, significa essere conservatori e pessimisti. Le credenze possono essere o non essere confermate dalle informazioni, ma se la posta in gioco sono le credenze fondamentali sulle sorti dell’umanità, sia i pessimisti che gli ottimisti hanno a  disposizione un’infinità di informazioni utili a confermare le loro credenze.

I progressisti ottimisti vedono nei popoli che raggiungono la loro indipendenza un segno del progresso e pensano che prima o poi tutti i popoli avranno il diritto di ottenerla pacificamente e democraticamente. I conservatori pessimisti vedono nei popoli che, lottando, raggiungono l’indipendenza il segno di una legge immutabile della società: i forti dominano sempre sui deboli. Una variante del conservatorismo, comprensibilmente diffusa oggigiorno, induce a pensare che i popoli che raggiungono l’indipendenza lo devono solo a poteri fortissimi e lontanissimi, élite capaci di governare il mondo come se fosse un giocattolo.

Conclusioni

Le risposte che diamo alla domanda “Che cosa si deve fare per ottenere l’indipendenza territoriale?” esprimono le nostre credenze, le nostre emozioni, gli atteggiamenti che qualificano il nostro essere attori sociali, il significato che diamo alle parole indipendenza ed identità. Sono tutte risposte importanti perché determinano i meccanismi sociali dai quali dipende l’azione collettiva. Non è detto, infatti, che tale ricchezza di proposte conduca all’inazione. La ricchezza di opinioni è, viceversa, un tratto caratteristico dei popoli moderni, tecnologicamente avanzati, civili; che sono quei popoli che più facilmente di altri possono gestire con profitto le proprie indipendenze e le proprie dipendenze, per esempio la propria dipendenza economica dai mercati internazionali o la propria dipendenza culturale dal sapere prodotto dalla ricerca scientifica.

 

 

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10 Comments

  1. indipendentista says:

    Ah, ah, Gordo si è messo a vendere manuali: robe tipo come conquistare la donna dei tuoi sogni, come vendere con successo scarpe bucate (in questo è maestro), come imparare il cinese in 10 giorni, ecc
    Starà preparandosi un lavoro (primo impiego nel suo caso) per il dopo-trombatura delle europee.

  2. Riccardo Pozzi says:

    Che fare per avere l’indipendenza territoriale di una terra che fa da stampella economica ad un’altra?
    Semplice. Eliminare i nascondigli tecnici dietro cui si nasconde il furto. Ovvero: Eliminazione del sostituto d’imposta. In breve tempo i lavoratori dipendenti del nord, dalle cui buste paga proviene l’80% del flusso fiscale sui redditi, vedrebbero fisicamente nelle proprie tasche il transito delle enormi somme di denaro che prendono la strada o l’autostrada del saccheggio. In poco tempo nessun condizionamento mediatico varrebbe a intorpidire la presa di coscienza di chi lavora e mantiene il parassitismo istituzionale di questa nazione.
    Così semplice da essere impossibile.

  3. alb says:

    Ottimo articolo! complimenti all’articolista e alla redazione che lo ha scelto come collaboratore.

    Mi auguro che inizi a far riflettere tutti sulla complessità di un azione indipendentista e che aiuti a creare una coscienza indipendentista matura ed evoluta. Forse è questa la futura strada dell’indipendentismo padano, all’altezza della storia millenaria dell’area padana (o Norditaliana comunque la si voglia definire) e alla profondità delle sue elaborazioni storiche e culturali.

  4. Gianfrancesco says:

    mi permetto di dissentire sul punto 4, dato che son tra quelli che pensano anche e sottolineo anche che se tutti fossero come me l’indipendenza l’avremmo già.

    non credo sia solo questione di superbia, penso anche che sia una questione di confronto. La considerazione che se tutti fossero come avremmo l’indipendenza almeno nel mio caso non nasce dal fatto che rimirandomi allo specchio mi considero superiore, bensì nasce dal fatto che analizzando quanto è stato fatto dalla dirigenza leghista in questi due decenni mi rendo conto che non sono io un superuomo, ma sono molti di loro ad essere dei tentenna o persino del poltronari o peggio.

    la questione andrebbe rivista, infatti non sto dicendo che se tutti fossero PERFETTI come me avremmo l’indipendenza nel qual caso sarei un superbo, sto dicendo che se tutti fossero per lo meno al mio MODESTO livello avremmo l’indipendenza, quindi più che superbo mi pare di essere un realista per di più abbastanza obiettivo visti i risultati della Lega e degli altri partitini.

    • alessandro says:

      Gentile Gianfrancesco,
      mi sembra che la tua risposta appartenga al primo gruppo. E’, se non ho capito male, critica rispetto all’operato della Lega Nord.
      La superbia non è la convinzione di essere perfetti (quella semmai è una malattia seria), ma un giudizio molto positivo del proprio carattere qualunque esso sia.
      Hai aggiunto un elemento di riflessione: “se tutti fossero come me si raggiungerebbe l’indipendenza” è una risposta che può influenzare l’azione collettiva?

      • Gianfrancesco says:

        bella domanda, lo ammetto e confermo di essere un critico sull’operato della Lega che spero però possa tornare a vivere periodi migliori non tanto in termini di voti, ma di coerenza.

        La risposta alla sua domanda inizialmente dovrebbe essere no, perchè uno che dice una cosa del genere in pubblico si rende tendenzialmente antipatico e perde seguito più che guadagnarne. Inoltre può generare specie nei modesti e nei titubanti un senso di inadeguatezza, per cui potrà magari anche essere ammirato se veramente è in gamba, ma più difficilmente sarà supportato, così come potrebbe generare risentimento da parte degli invidiosi, specie se meno dotati, che lo potrebbero persino boicottare.

        Il discorso però cambia se la persona in questione riesce a coinvolgere dei suoi simili, se il “fossero tutti come me”, diventa un “fossero tutti come noi”, riferito alla parte più decisa, più convinta, più idealista del movimento o del popolo in questione.

        Insomma se non ci si vuole immedesimare in un esempio elitiario e irraggiungibile per la collettività e l’obiettivo non è issarsi su di un piedistallo per vanagloria personale, ma costituire solo uno sprone per raggiungere assieme al maggior numero possibile di persone un risultato, allora partire dal se fossero tutti come me/noi può anche influenzare l’azione collettiva, specie se è necessario denunciare le manchevolezze di una parte che non si ritiene adeguata o peggio degna.

        Spero di essere stato chiaro… non so se ci sono riuscito.

        Cordiali saluti.

  5. sandrone says:

    Mi spiace ma non vi credo molto…

    Mentre leggevo quest’articolo ho visto scorrere la pubblicità della COOP, della Jeep ( e quindi FIAT), di expo 2015…il fior fiore dell’italianismo.

    Capisco che pecunia non olet…ma io la penso così

  6. indipendentista says:

    E’ un articolo interessante.
    Un fatto resta: chi vota Lega (anzi, “Lega”) vota Puschiavo, Sofo, Arrighi e la miriade di altri gruppuscoli della destra italiana etnica arruolati da Bellerio per raggiungere il 4%
    Se questo è coerente con l’essere indipendentisti fate pure.
    Io voterò M5S dato che metà della mia ex sezione è andata a militare in due meetup groups della mia città (parliamo di vecchi leghisti e indipendentisti sinceri disgustati da Bossi prima, da Maroni e Salvini poi)

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