LO STATO DELLA GIUSTIZIA ITALIANA: VA PASSATO UN COLPO DI SPUGNA

di GIAN LUIGI LOMBARDI CERRI

La situazione italiana, relativamente alla giustizia, ha assunto un livello tale di sfacelo che è pertanto oltremodo importante che il cittadino si chiarisca ben bene le idee e si ponga alcuni problemi. Tutti parlano, spesso a vanvera di “ciò che è giusto” e di “ciò che non è giusto”. Come primo punto è indispensabile rispondere alla domanda : che cosa si intende per diritto?

Kelsen risponde: “Il seguace della dottrina pura accetterà come diritto qualsiasi ordinamento, anche il più abbietto, purché presenti certe caratteristiche formali”. Quindi qualsiasi sistema di leggi, basta che sia formalmente corretto, si può considerare diritto (come ad esempio il sistema fascista ed il sistema dell’URSS). Una logica ed una univoca connessione tra le varie leggi è più che sufficiente. Ne scaturisce una sottodomanda: il sistema italiano attuale presenta le sopra citate caratteristiche formali? La risposta è no, poiché contiene caratteristiche così generali e così vaghe che qualsiasi giudice può definire le regole a suo personalissimo modo di vedere. Quindi un cittadino non sa mai se il suo modo di operare è, o meno, conforme alla legge, poiché a priori non glie lo può garantire nessuno.

La non ammessa “ignoranza della Legge” è , invece , un fatto reale. Ora arriva la seconda domanda: il diritto attualmente vigente è giusto o è ingiusto? Questo dipende dalla norma con cui è  impostato il diritto. Che cosa vuol dire? Vuol dire, sempre ad esempio (pescato tra gli innumerevoli principii ), che se si è adottato, nell’estensione delle norme il “principio della consuetudine, “bisogna trattare gli altri nel modo in cui i membri della comunità trattano l’un l‘altro per consuetudine” l’applicazione delle leggi varia al variare della consuetudine.

Di norme storiche ce ne sono parecchie, tra le quali sarà molto difficile trovare quella che ha ispirato le vigenti leggi, dato che si svolazza “ad libitum” fra leggi recenti, leggi risalenti ai primordi dell’Ottocento, leggi fasciste e leggi repubblicane. E’ molto frequente, oltretutto, trovarsi davanti a sentenze contraddittorie. Caso tipico è quello relativo alle incriminazioni dei Giulio Andreotti, considerato un criminale dai giudici di primo grado e un santo dai giudici di appello. Se si fossero invertiti i ruoli, oggi l’ex Presidente sarebbe un “tremendo criminale” invece di un “onesto cittadino”. Dal che si dimostra che, per la giustizia italiana invertendo l’ordine dei fattori il prodotto cambia, eccome! Naturalmente tutto  “a parità di prove”. Un altro dei pregi del sistema italiota è rappresentato dal fatto che se un giudice ha dormito male la notte, alla mattina , quando si sveglia, può sempre trovare il modo di incriminare il primo passante. Tanto , nel peggiore dei casi ,dopo 10-15-20 anni di tribolazioni il giudice dichiarerà che sono stati commessi (mai HAcommesso) errori di valutazione e gli unici a compensare, sia pure solo parzialmente , il malcapitato saremo noi cittadini  attraverso lo Stato che paga.

A tutto questo si aggiungono le innumerevoli sentenze emesse “a fantasia”. Sono note a tutti le vicende del processo di Cogne. I casi sono solo due: o l’imputata era pienamente cosciente , ed allora andava condannata a 30 anni di galera ( magari con una qualche lieve attenuante). O era in stato di incapacità di intendere e di volere, ed allora andava alloggiata in una casa di cure per malattie mentali sino alla sua completa guarigione. E’ stata invece condannata a 16 anni che tra sconti, buona condotta e altre simili facezie verranno magari ridotti a 10-11 anni e forse meno. Non sono colpevolista, né innocentista, ma sicuramente non cerchiobottisma come emerge dalla sentenza. Ed ecco la sentenza  relativa ad una giovane violentata perché portava i jeans. Si era opposta o no con tutte le sue forze al violentatore? Evidentemente no, visto che lo stupratore era riuscito a sfilarle i jeans – indumento che, come tutti sanno, non è sfilabile “senza la fattiva collaborazione di chi lo porta”. Dunque la ragazza “ci stava”,  ed era  perciò “consenziente”.

Quei pochi che, alla fine,  vengono condannati più o meno giustamente se ne tornano a casa dopo pochi anni,  contenti come pasque. E non cito esempi perché sono clamorosamente noti a tutti . Ricordo solo che i “non recidivi” rappresentano una esigua minoranza dei condannati e che quindi le opere di cosiddetta redenzione servono assolutamente poco o niente. E’ da evidenziare , da ultimo, la lungaggine dei processi. Si ha quasi la sensazione che la prima azione di un giudice quando esamina gli incartamenti relativi ad un processo sia quella di verificare le possibilità di rinvio. Da ultimo, colossale come una montagna, la non responsabilità personale dei giudici. Unica attività al mondo in cui manca totalmente la responsabilità personale è quella relativa alla giustizia in Italia, nonostante che un referendum a larghissima maggioranza, l’ abbia sancita. Con un diabolico trucco questa responsabilità è stata girata a chi proprio non ne ha un briciolo di colpa: gli italiani, essendo lo Stato l’unico a pagare le peraltro scarsissime (riconosciute) mancanze della giustizia.

Conclusione: che si deve fare? Semplice! Dare un colpo di spugna all’intero impianto della giustizia (leggi e persone) immaginando di trovarsi in un mondo legale inesistente. Riuscirà qualche eroe a fare ciò? Abbiamo fierissimi dubbi !

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One Comment

  1. il brambi says:

    Trovo appropriato l’articolo avendo io a che fare con la giustizia da tre anni e non essendo riuscito ad ottenere nulla più di niente da tre tribunali diversi e sei udienze per lo stesso reato perpetrato da una persona inutile ed imbecille in concorso con i suoi familiari.
    Quando un giudice non giudica secondo giustizia, dovrebbe essere ritenuto corresponsabile del reato ed incarcerato con il colpevole del fatto delittuoso, come quando pubblici ministeri e magistrati, agenti che svolgono le indagini e forze dell’ordine in generale.
    Solo così si riuscirebbero a sanare alcune, per non dire tutte, le situazioni incresciose tipiche della ingiustizia italiana.

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