GIUSTIZIA, LO SPECCHIO DI UN’ITALIA SENZA FUTURO

di GIAN LUIGI LOMBARDI CERRI

Non sono un esperto di giurisprudenza, ma di organizzazione ne mastico abbastanza.

Affronterò quindi il problema “Giustizia” non sotto l’aspetto giuridico, ma sotto l’aspetto organizzativo, tenuto conto che, in parte tutt’altro che trascurabile, l’enorme disorganizzazione del settore incide sul malfunzionamento della stessa.

Vediamo quindi i problemi,oltre a quelli soliti relativi alla lentezza del sistema ed al suo costo, di cui tutti sono perfettamente a conoscenza, che affliggono la giustizia italiana.

1- Chi produce le leggi è il parlamento, ma, invece di produrre pacchetti organici, relativi ad ogni specifico settore (comunemente noti con il termine di Testo Unico ) preferisce emettere leggi senza un minimo di coordinamento.

La modalità del “Testo unico “ è, in generale, abbondantemente schifata perché (riteniamo) richiede un lavoro duro, costante e senza improvvisazioni. Al contrario emettere una leggina specifica richiede soltanto un’idea flash. Emesse che siano, queste leggi, nessuno ne controlla periodicamente la validità a seguito della “pratica quotidiana”, attuando le innovazioni attraverso la prassi ormai consolidata nell’industria, delle release.

Si continuano, invece, ad accatastare leggi su leggi, molte delle quali si smentiscono vicendevolmente.

2.- Una vecchia regola dice che per rendere valide le regole di un’organizzazione qualsivoglia occorre che ci sia: chi le emette; chi le applica e chi controlla.

Naturalmente le tre “gambe” devono essere assolutamente figure distinte, separate e non influenzabili tra di loro. Nella giustizia italiana chi applica e chi controlla sono sempre gli stessi: i magistrati. Quindi nessuno censurerà mai l’operato di un collega. Pertanto è umanamente impossibile che il gioco funzioni.

Mi si dica quando mai il Consiglio Superiore della Magistratura ha sbattuto fuori un giudice per provata incapacità.

3.- Veniamo ora all’iter legislativo

Una volta che una Legge è stata approvata, non vale nemmeno la carta su cui è scritta, senza che sia corredata dal cosiddetto Regolamento Attuativo. Questo regolamento non è fatto da chi ha prodotto la legge, ma dai burocrati, i quali sono così ben rispettosi del volere del parlamento che, spesso e volentieri capovolgono i contenuti dalla legge stessa. E quando non riescono a completare l’opera demolitoria emettono le cosiddette Circolari Esplicative, che hanno la forza di legge.

Come si può ovviare a questo marasma?

Obbligando i parlamentari a produrre solo Testi Unici, dettagliatamente regolamentati.

Le varianti richieste dalle esigenze applicative dovrebbero essere apportate solamente da chi ha prodotto le regole.

Naturalmente, d’accordo che le regole che operano su rapporti umani non possiamo pretendere che siano di tipo matematico, ma neanche si può tollerare che, come succede normalmente, contengano il tutto ed il suo contrario. Non è possibile, nonché concepibile che un giudice condanni un tizio come assassino e (ad assoluta parità di prove), ed un altro giudice lo consideri un angelo del paradiso,

I parlamentari, onde possano scrivere, con piena conoscenza, un qualsiasi Testo Unico, dovrebbero essere sottoposti a corsi che diano loro almeno un’infarinatura di come si scrive una legge, in modo che non siano totalmente schiavi di personaggi che le leggi le vedono solo in funzione dei propri interessi, se non economici, per lo meno di casta.

4- Giunti a questo punto, ossia scritta, definita ed approvata che sia una norma, vengono chiamati i giudici ad applicarla.

Che cosa succede attualmente? Succede che in un numero abnorme di casi, sullo stesso argomento, a parità di prove si verificano sentenze che divergono di 180 gradi tra di loro. Per la serie, le leggi non si applicano, ma si interpretano.

Ora è indiscutibile che una tale disparità è prodotta o da una legge sbagliata o perlomeno equivoca (nel qual caso la legge va rapidamente cambiata) o da incapacità del giudice (nel qual caso va avviato a più proficue attività). Tertium non datur !

Spesso, da chi giudica, viene pronunciata la frase “non è ammessa l’ignoranza della legge”, frase che consideriamo un’amena barzelletta e parimenti un insulto alla logica.

Come è possibile, per un normale cittadino conoscere le leggi se perfino gli addetti ai lavori spesso non le conoscono, e non mi riferisco ai contenuti, ma neanche approssimativamente il numero e l’esistenza? Anche se, per ipotesi, conoscesse quelle che lo riguardano specificatamente come fa a rispettarle se anche i massimi esperti (che dovrebbero essere i giudici) sono in totale discordanza?

Una cosa balza agli occhi: politici e burocrati parlano spessissimo di “Sistema di Qualità”, ma non ne masticano molto. Indubbiamente le interpretazioni dei giudici potrebbero essere di valido aiuto, ma dovrebbero essere validate dagli estensori politici.

Non dovrebbero costituire un “precedente”, ma soltanto una cogente indicazione di un’anomalia procedurale.

Fino a tanto che una categoria continuerà a “cantarsela ed a suonarsela” e poi dichiarare che è bella, ci si scordi di poter disporre di una giustizia anche solo parzialmente giusta o, perlomeno, la si pianti di scrivere sui muri “in nome del popolo italiano”, che sa, oltretutto, di una colossale presa in giro.

 

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One Comment

  1. luigi bandiera says:

    NON TOCCHIAMO IL TEMA..!

    SO SOLO CHE SIAMO CON UN REGIME CHE UN TEMPO SAREBBE STATO MOLTO INVIDIATO.
    INFATTI, UNA SACRA INQUISIZIONE COME OGGI NON L’EBBE NESSUNA CORTE..!

    Perche’ migliore di un tempo..??

    PERCHE’ E’ SUBLIMINALE..!!!!!!!

    Salam

    Ah, insisto: la legge e’ scritta per tutti.

    Ma il diritto mafioso prima e romano poi han fatto che la modificarono in: la legge e’ uguale per tutti, sapendo di MENTIRE..!

    La vera sacra inquisizione non fu cosi’ IPOCRITA..!

    E la legge e’ veramente scritta per tutti. Solo che si applica contro il nemico e mai contro l’amico: MAFIA VOLUNTAS TUA e MEAM…

    AMEN

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