La Giustizia in Italia rimane un problema irrisolto

di GIAN LUIGI LOMBARDI CERRI

C’è una vecchia regola, da tempo continuamente applicata e perfezionata dai gestori di una qualsiasi azienda o associazione di persone, con criteri applicativi di livello mondiale. Questa regola si articola sinteticamente così: Il primo fa le regole, un secondo le applica, un terzo, assolutamente indipendente, controlla i primi due. Questo modo di operare prende atto dall’essenza della natura umana. Natura che ha una precisa funzione insopprimibile: l’evoluzione della specie.

Se tutti fossero come San Francesco (peraltro utilissimo come esempio-freno contro gli eccessi) l’umanità vivrebbe ancora a pane e cipolle. L’uomo, senza vincoli e senza il binomio premio-punizione, tende ad espandere sempre più la propria sfera di dominio sino a quando non trova le sfere di altri che ne bloccano l’espansione. La “giustificazione” di questo atteggiamento necessita soltanto di fantasia, inventiva e loquela. L’autoreferenza è quindi il massimo degli errori che si possono fare.

La gestione della giustizia italiana è imperniata solidamente su questo errore, accresciuto da una protervia che non ammette confronti e da un accentramento di poteri come quello costituito dalla non distinzione tra accusa e difesa. Questo è il primo ostacolo, insuperabile senza un cambiamento radicale, a poter disporre di una vera giustizia. Il secondo ostacolo, quasi imponente come il primo, è derivato dalla convinzione che “le Leggi le fa il Parlamento”. Niente di più falso! Il Parlamento fa la “traccia di una Legge “ (traccia quasi al livello del “vogliamoci bene “), mentre le Legge vera, quella operativa la fanno i burocrati ( infatti senza Regolamenti una Legge è inoperante) , con il Regolamento attuativo e con le cosiddette Circolari esplicative, mentre altri burocrati ( i giudici) interpretano,  ognuno per proprio conto e come meglio loro aggrada, Leggi, Regolamenti e Circolari. Senza che nessuno, al di fuori di loro, possa criticarne le decisioni.

Il risultato è semplice: nessun cittadino è in grado di stabilire a priori se un atto (che ha intenzione di compiere), che non sia clamorosamente contrario al “buon senso” ( e poi e poi …) sia secondo Legge o meno. Neanche il migliore degli avvocati è in grado di tranquillizzarlo. Quindi l’assunto: “Non è ammessa l’ignoranza della Legge” è pura follia, particolarmente in Italia.

Il terzo ostacolo è costituito dall’inamovibilità assoluta dei giudici e dall’automatismo della loro carriera. Basta lasciar passare gli anni e un giudice diventa bravo, capace e operoso (si fa per dire). Eloquente esempio è costituito dalle vicende del giudice Ingroia il quale non ha potuto né essere comandato e neppure cacciato dal CSM, che dovrebbe essere l’unico organo decisionale. A coronamento di questi principali ostacoli ci sono (in numero paurosamente elevato) quelle che chiamo “amenità organizzative”. Vediamone qualcuna a titolo di puro esempio. Ma ce ne sono a migliaia!

Ogni Legge dovrebbe essere integrata in un insieme settoriale armonicamente sincronizzato e gli eventuali cambiamenti dovrebbero rispettare questa sintonia. Invece il primo che si sveglia la mattina e decide di occuparsi di un mini-argomento, prepara (o meglio si fa preparare) un PDL che viene bellamente buttato dentro un calderone di Leggi e Leggine con il preciso risultato di accrescere la già rilevante confusione. Nelle entità produttive vige la regola di una costante semplificazione, mentre nel settore giustizia vige la regola contraria. Risultato: in Italia 250.000 Leggi (dicono i pessimisti), 150.000 (dicono gli ottimisti) contro 5000-8000 che funzionano mediamente in Europa, danno vita ad una cosiddetta giustizia. Se i “disgovernatori” dell’Italia volessero avere una guida si procurino un qualunque “Manuale aziendale” verificando le revisioni che, a stretto periodo vengono emesse e che sono, nella gran parte dei casi , del tipo “annulla e sostituisce”, e non “in aggiunta”. E non mi si dica (come recentemente mi ha scritto un noto giornalista ) che tra una azienda, un Comune, una Regione ed uno Stato ci sono differenze “concettuali” di gestione. Chi ha fatto questa dichiarazione ha solo dimostrato scarsa conoscenza delle regole di gestione.

Ultimo appunto. Sarebbe il caso che la si piantasse una volta per tutte di lavarsi la bocca  con le “regole del diritto romano”. Sono passati 2000 anni e qualcosa, sulla faccia della terra, ritengo (se non mi sbaglio) che sia cambiato, specie nel comportamento e nel giudizio delle persone. Come la pensano i fautori del diritto romano del Diritto consuetudinario, applicato in civilissimi paesi? Che ne pensano dell’elezione dei magistrati? Non sono interessato in prima persona alle vicende di Berlusconi. So solo che se dovessero spuntarla con B. chiunque non andasse a genio ai magistrati o a parte di essi avrebbe “vita” breve. Condannato, magari, come responsabile della fame del mondo.

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4 Comments

  1. Nazione Toscana says:

    Il problema non esisterebbe se i giudici fossero eletti dalla gente tra i residenti. Come in usa, dove i giudici vengono eletti dal popolo tra gli avvocati delle contee, ma solo a tempo determinato, così non si forma la casta della magistratura. Quella che abbiamo noi, per intenderci e che è la causa del problema giustizia.
    Le riforme si fanno così, applicando i metodi anglosassoni.

  2. fabrizio60 says:

    nei paesi civili il primo fa le regole, il secondo le applica ed il terzo, indipendente, controlla i primi due, già, nei paesi civili….. quindi l’Italia è esclusa a priori

  3. Alessandro F. says:

    Sottoscrivo e aggiungo: la nostra scuola giuridica non fa che aggravare questa situazione poiché è fermamente arroccata su posizioni rigidamente positiviste. Il diritto è quello che promana dal parlamento, quale che sia il suo contenuto, al massimo con la blanda remora della costituzione (pessimo documento che dà ben poche garanzie di libertà e la cui interpretazione, per giunta, è concentrata nella mani di un altro organo, la Consulta, politico-burocratico e quindi di nessuna affidabilità). Chiunque tenti di aprire la questione, in seno alla “scienza giuridica”, se una norma sia giusta oppure no in base a principi morali universalmente validi viene bollato come curiosità antiquaria o come “sociologo del diritto”. Ergo: chi dovrebbe “ex cathedra” porre un freno alla devastazione del diritto quotidianamente perpetrata dai farabutti che ci governano e dalla onnipotente casta burocratica dei magistrati non lo farà mai.

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