Giuseppe, il massone apostolo dell’unità nazionale

mazzini2di GILBERTO ONETO – Dei quattro padri della patria, Mazzini è quello più imbarazzante. Sicuramente era con Cavour il più intelligente, di gran lunga era anche il più colto (non era difficile superare in classifica Vittorio e Garibaldi), ed è stato a tutti gli effetti il vero ideologo di tutto l’ambaradan risorgimentale. A lui si deve in realtà l’invenzione dell’Italia unita nella forma che ha assunto. Cavour,
come tutti i patrioti della prima generazione aveva in mente un Regno dell’Italia superiore. Garibaldi aveva poche idee e molto confuse, a Vittorio andava bene tutto, anche il trono di Bulgaria se qualcuno gliel’avesse procurato. Famiglia duttile quella dei Savoia: suo nipote farà il re di Albania senza fare un plissé.

Mazzini invece aveva fin troppo chiaro quello che voleva: l’unità della penisola, come primo passo verso l’unità d’Europa, fino all’unità del mondo intero in una bella Repubblica universale. Mazzini non è stato solo il teorico dell’italianità e di certo europeismo apolide, ma anche di quello che oggi si chiama mondialismo. Voleva un mondo in cui «sparirà dalla favella degli uomini la parola straniero e l’uomo saluterà l’uomo, da qualunque parte gli si muoverà incontro, col dolce nome di fratello». Come Agnoletto, come McDonald’s.

Nato a Genova nel 1804, studente in Legge, il Mazzini si scopre fin da giovanissimo repubblicano e rivoluzionario, aderisce alla Carboneria fra il 1827 e il 1829, e alla Massoneria, nella quale farà una discreta carriera: il Supremo Consiglio di Palermo gli accorda il 33 grado, il 3 giugno 1868 è proclamato Venerabile Perpetuo della loggia Lincoln di Lodi. Il 24 luglio 1868 viene nominato membro onorario della loggia La Stella d’Italia di Genova e il 1 ottobre 1870 della loggia La Ragione. Con Pike, è stato uno dei fondatori del New and Reformed Palladian Rite, centro di quel “Palladismo” da molti associato al “culto di Satana Lucifero, considerato come l’Angelo della Luce, il Dio umano e benefico”.

È membro del Comitato rivoluzionario Internazionale di Londra (guidato da Henry John Temple, terzo visconte di Palmerston, ministro della regina Vittoria), l’organismo che sta dietro a tutte le macchinazioni internazionali dell’epoca, a complotti, guerre e rivoluzioni che hanno per obiettivo la distruzione di ogni struttura tradizionale e, in particolare, della Chiesa cattolica. Mazzini è un instancabile fondatore diassociazioni: nel 1831 costituisce la Giovane
Italia, nel 1834 fonda in Svizzera la Giovine Europa. Nel 1867 costituisce l’Alleanza repubblicana universale, con sede a New York.
Il suo impegno satanista non gli impedisce di rivolgersi a Pio IX. Nel 1847 gli scrive: «Crediamo che Dio è Dio e che l’Umanità è il suo Profeta»; nel 1865 gli ribadisce sicuro: «Noi crediamo in Dio, Intelletto e Amore, Signore ed Educatore» e «Noi fonderemo un governo unico in Europa, che distruggerà l’assurdo divorzio fra il potere spirituale e il temporale». Idee che gli guadagnano il soprannome
di “Secondo Maometto”.

Inventa slogan di successo come “Dio, Patria e Famiglia” e “Dio e popolo”, che avranno tanto successo nell’Italia fascista e antifascista. Allo stesso modo la sigla “Giovane Italia” andrà bene per i giovani missini e per Stefania Craxi. Mazzini è il vero inventore dell’Italia unita, è lui che organizza il mito dell’unità e che dà dignità storica all’invenzione risorgimentale. È lui che ordisce tutte lemacchinazioni e i complotti da cui la vicenda  risorgimentale comincia e trae energia. È straordinario come i suoi imbrogli abbiano avuto successo nonostante la sua totale incapacità organizzativa, i suoi catastrofici errori di valutazione e la sua fin troppo evidente applicazione della regola dell’ “armiamoci e partite!”.

Comincia organizzando una fantozziana rivolta in Savoia (con a capo il funesto Girolamo Ramorino) e a Genova (con il solitario
debutto di Garibaldi sulla scena patriottica): lui se ne sta al sicuro in Svizzera in compagnia di una graziosa vedovella lombarda, Giuditta Bellerio Sidoli (da cui avrà un figlio che entrambi abbandoneranno). Alla frontiera di Annemasse sviene sentendo un colpo di fucile e poi se la squaglia a Londra affidandosi alle affettuose cure della figlia sedicenne dei suoi incauti ospiti. Nel 1848 si presenta al raduno della Legione di Garibaldi e si fa assegnare il ruolo di alfiere, alla prima occasione prende la strada della amata Svizzera per “poter organizzare
meglio la guerra”.

Ricompare a Roma a fare il Triumviro: all’arrivo dei francesi si traveste da cuoco e si invola con un passaporto americano intestato
a George Moore. All’imbarco dei Mille a Quarto fa in modo di arrivare due ore dopo che le navi erano partite, con sollievo di tutti: ormai la sua fama di menagramo si è diffusa. Sbarca a Napoli dopo l’arrivo di Garibaldi ma non trova grande audience (garibaldini e agenti cavouriani sono uniti nell’organizzare manifestazioni ostili sotto le finestre dell’albergo dove alloggia) e preferisce tornarsene a Londra, dove partecipa alla raccolta e all’impiego piuttosto disinvolto dei circa due miliardi di euro (in valuta attuale) raccolti tramite il “Garibaldi italian unity committee”.

Non cessa di lanciare proclami dal suo esilio dorato, circondato da esuli, rivoluzionari e dame giovani e attempate che trovano fascinoso il suo aspetto di intellettuale sofferto e patibolare. Oltre che della teorizzazione della granitica unità statuale dell’Italia, Mazzini è stato anche l’inventore di un paio di altre pietre miliari dell’italico patriottismo. Nel giugno del 1831 aveva adottato il tricolore come bandiera del suo movimento politico, il cui Statuto stabiliva all’articolo 8: «I colori della Giovane Italia sono il bianco, il rosso, il verde. La bandiera della Giovane Italia porta su quei colori, scritte da un lato, le parole: Libertà, Uguaglianza, Umanità; dall’altro: Unità, Indipendenza».

Si trattava perciò di un simbolo di partito, preso dalla bandiera impiegata in un preciso e limitato contesto geografico e temporale, per giunta di evidenti origini giacobine e massoniche. In tutti i moti liberali che si erano fino ad allora svolti erano stati impiegati vessilli di altra fattura, come il rosso-verde-blu di Santarosa o il nero-rosso-blu carbonaro della rivolta di Alessandria. Lo stesso Garibaldi aveva sempre impiegato una stravagante bandiera nera. Da quella Giovane è passata come bandiera dell’Italia tout-court. È stato anche l’inventore del mito della “Terza Roma”. Aveva scritto: «No; Roma non è dei romani: Roma è dell’Italia: Roma è nostra perché noi siamo suoi. Roma è del Dovere, della Missione, dell’Avvenire». Gli sono grati Mussolini e Veltroni.

Con tutto questo, a Mazzini non piaceva l’Italia nata dal Risorgimento. Negli ultimi anni ha scritto disgustato: «Veder sorgere quest’Italia servile, opportunista, cieca e immorale, era peggio che non vederla sorgere». Nelle sue ultime ore di vita è stato
sentito dire: «L’Italia che ho sognato? È soltanto un fantasma? Una parodia?».
Se lo ha detto lui.

(da il settimanale “Il Federalismo”)

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1 Commento

  1. luigi bandiera says:

    Da questo chiaro e lungimirante racconto Oneto ci svela come e da chi fu fatta l’una e indivisibile patria dei taliani.
    Possiamo immaginare la gran massa come era preparata al nuovo che avanzava.
    Cosi’ con una manciata di pensanti, al loro bene, si fece questo stato occupato allora e adesso dalla BANDA DEI QUATTRO..!
    Non ne usciremo mai anche perche’ i migliori se ne vanno ad uno ad uno…
    Leggere la verita’, che e’ nei fatti, ci rattrista molto.
    Caro Oneto, non c’e’ davvero speranza in questa valle di lacrime.

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